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giovedì 26 ottobre 2023

La Storia nel piatto... Polenta e ossi e la sua presunta origine

Di soppiatto, piano, piano, un po' alla volta ma finalmente è
arrivato... Alcuni dicevano che quest'anno avrebbe saltato il suo appuntamento con tutti noi. Invece l'autunno come sempre è giunto con tutte le sue immancabili caratteristiche. I colori ad esempio: giallo. arancione, marrone, la fastidiosa ed indispensabile pioggia, le corte giornate... Ma l'autunno non è solo questo. L'autunno è fatto soprattutto di sapori, di cibi, di ricette uniche ed inconfondibili. I funghi, l'uva, la zucca, i cachi, le pere, le nocciole, insomma, questi sono solo alcuni prodotti autunnali con cui possiamo sbizzarrirci per fare mille e mille leccornie. Ma fra tutti questi, in Garfagnana il prodotto principe è uno solo: la castagna. Naturalmente di ricette con le castagne e principalmente di quelle fatte con la sua farina ne conosciamo a bizzeffe: il succulento castagnaccio, gli stuzzicanti necci, i gustosi manafregoli e chi più ne ha più ne metta. Eppure, in maniera particolare,  fra tutte queste preparazioni ne spicca una che con il suo contrasto dolce-salato rende questo piatto unico. Polenta e ossi infatti è una ricetta particolare, poichè il gusto dolce della polenta di castagne e il salato della carne attaccata alle ossa del maiale, rende il tutto un matrimonio culinario originale e 
Necci
straordinario. Questo 
 piatto oggi come oggi, nonostante che sia considerato un "piatto povero" e perciò nato dalla miseria e dall'arte "del non si butta via niente", è annoverato come una specialità, talvolta servita in maniera "glamour" in rinomati ristoranti. Tuttavia quello che è importante sottolineare e ribadire nuovamente che questa come altre ricette vedono la loro origine nella povertà che attanagliava la Garfagnana  nei tempi andati. Le castagne abbondavano, e almeno la farina non mancava, così come nelle case contadine non mancava nemmeno il maiale, che una volta ucciso e spolpate le sue ossa dalla prelibata carne, queste non venivano buttate via, tutt'altro, venivano conservate e riposte in un largo recipiente con l'aggiunta di rosmarino, un pizzico di cannella e pepe. Dopo che erano passate alcune ore e dopo averli rotolati nel sale grosso, sempre in un recipiente venivano sistemate a strati,  fatto questo ogni strato a sua volta veniva ricoperto di sale e venivano fatti riposare per dieci giorni in un luogo fresco ed asciutto. Solitamente le parti del maiale preferibili per questa ricetta erano e sono gli ossi della bistecca, del petto e gli zampucci con abbastanza carne attaccata. Passati questi fatidici dieci giorni venivano poi lavati dal sale con acqua corrente e messi a bollire in abbondante acqua per più di due ore. A cottura ultimata venivano portati in tavola e serviti con
le ossa del maiale
fumante polenta di neccio. Insomma, una ricetta tipica garfagnina, ma che... a quanto pare, da un punto di vista geografico propriamente garfagnina non è, così come oggi intendiamo i confini della nostra valle. In ogni caso, bando a campanilismi e diatribe varie, mi è d'uopo dire e sottolineare, prima di addentrarmi nel tema, che ai tempi della possibile "primogenitura" della ricetta, cioè intorno al XIV secolo, per Garfagnana s'intendevano tutti quei territori a nord della Val di Lima e quindi a buon titolo rientravano anche Coreglia e Barga. Si, perchè a quanto pare tale squisitezza sembra nata proprio a Barga. Tale ipotesi, almeno a quanto io sappia, non è avvalorata da nessun documento, quindi prove a sostegno di tale tesi non esistono, però rimane il fatto che la vulgata nei secoli diffuse questa conoscenza e siccome "vox populi, vox Dei", un fondamento di verità probabilmente ci sarà. Fatto sta che i destini di questa ricetta sono legati ad una morte. Tutto infatti cominciò di lì. Anno di Grazia 1328 in data 3 settembre Castruccio Castracani degli Antelminelli morì per un'improvvisa febbre malarica. Per chi non lo sapesse il Castracani fu uno dei condottieri più valorosi d'Italia. Nel tempo, attraverso 
Castruccio Castracani
le sue conquiste, diventò Signore di Carrara, Lerici, Pisa, Pistoia, Pontremoli e Sarzana, nonchè Gonfaloniere del Sacro Romano Impero e soprattutto divenne Duca di Lucca, sua città natale. Era infatti il 1316 quando si sostituì come Signore di Lucca al già Signore di Pisa Uguccione della Faggiola. Fra i possedimenti di Lucca c'era anche Barga e proprio con Castruccio Castracani Barga tornò ad essere un'importante Vicaria. Il nuovo signore e padrone riedificò quelle stesse mura distrutte dagli stessi lucchesi anni prima (1298) per questioni di contrabbando e di commercio con Firenze, e proprio anche quel commercio, che per lunghi anni era venuto meno riprese vigore. C'è da dire però che 
i barghigiani non vedevano di buon occhio i lucchesi, con gli anni che passavano tolleravano appena la sudditanza a Lucca, dall'altra parte però ben si guardavano di ribellarsi nuovamente alla città delle mura, poichè proprio il Castracani, fra le altre cose era noto anche per la sua spietatezza e crudeltà. Tutto però cambiò quel suddetto 3 settembre 1328 quando il condottiero lucchese morì. I barghigiani allora presero coraggio e nel 1331 in men che non si dica si dichiararono volontariamente sudditi di Firenze. Lucca dopo la morte del suo Signore era ormai allo sfascio, venne più e più volte venduta, fino a che nel 1341 i fiorentini l'acquistarono definitivamente per ben 100 mila fiorini d'oro. Il resto delle Signorie locali però non volle rimanere inerme di fronte a questi accordi e Pisa gelosa e spaventata dell'ingrandimento di Firenze invase tutte quelle terre già acquistate dalla città del giglio, Barga compresa. In quattro e quattr'otto le Vicarie di Coreglia e di Castiglione caddero nelle 
Barga nel 1500
mani pisane, mentre per l'ostinata Barga cominciò un lungo assedio. Abbiamo visto nei film e nei libri quanto può durare un'assedio: giorni, mesi, addirittura anche anni. L'assedio mira allo sfinimento della popolazione, l'esercito che circonda le mura conta proprio ad indebolire gli assediati, a non fargli avere comunicazione con l'esterno, puntando più di ogni altra cosa a non far
 pervenire mezzi e soprattutto cibo e così fu anche per Barga. Erano passati mesi e ormai le riserve di cibo si stavano esaurendo. Qualcuno attanagliato dai morsi della fame aveva proposto di cedere ai pisani, di aprire le porte del castello, in questo modo almeno le donne e i bambini si sarebbero salvati dall'inedia. D'altronde gli abitanti di Barga avevano mangiato tutto il commestibile, dalle bacche, alle erbe di campo, ai frutti più strani ed impensabili. Ciò che si poteva arrostire era stato arrostito: polli, conigli, uccelli e maiali...  Proprio di quei maiali erano rimaste le sole misere ossa con dei rimasugli di carne attaccata. Ad ogni buon conto, come ben si sa, la necessità talvolta porta all'ingegno e taluni pensarono al modo di preservare queste ossa. L'unica maniera per conservarle sarebbe stata quelle di metterle sotto sale, il sale è un conservante, in questo maniera ci sarebbe stata anche una riserva di cibo per i giorni a venire. Inoltre quello che non mancava in casa era la farina di castagne, tutti ne avevano, chi più o chi meno,
Farina di castagne
oltretutto quella era una vivanda che dava nutrimento e forza. Pertanto dopo alcuni giorni si cercò la maniera di cucinare queste ossa avanzate. Furono messe così a bollire in grossi paioli, mentre in altri misero al fuoco la farina di castagne. Il connubio fu molto gradito e più che altro servì a salvare la pelle ai barghigiani, tanto è vero che ciò permise alla popolazione di resistere all'assedio (e alla fame) alcuni giorni in più, dando  modo ai fiorentini di giungere finalmente a Barga e di sconfiggere i pisani, liberando dall'accerchiamento Barga. Insomma, a quanto pare, fra leggenda e storia vera questa è la genesi del piatto. Che dire... verosimilmente un fondo di autenticità ci sarà, niente nasce dal caso. Comunque sia da qui in avanti quando mangeremo questo tradizionale piatto lo guarderemo con occhi diversi, saremo così consapevoli che dietro ogni pietanza la storia con la esse maiuscola potrebbe aver messo il proprio sigillo. 

mercoledì 11 ottobre 2023

Il casello ferroviario del Salice: cronaca di un ultimo viaggio...

Le cronache di questo ultimo triste viaggio hanno una data e un'ora
ben precise. Erano le 14:30 del 7 aprile 1908. Fu proprio in quel nefasto giorno che Giovanni Pascoli fu operato da quel funesto male che aveva allo stomaco. Proprio in quell'anno comparvero per la prima volta i segni della malattia da lui definita "solito incomodo" e che lo accompagnerà fino alla fine dei suoi giorni. Il tutto lo si apprende dalle agende annuali saltuariamente scritte dal poeta, ma è dalla penna della sorella Mariù che il quadro dei fatti si rende nitido, il racconto è come un album di fotografie che permette di capire in pieno la relazione affettiva della sorella verso il fratello, in una girondola di emozioni fatta di turbamenti, preoccupazioni e speranze. Infatti è proprio nelle lettere che Mariù scriveva alla cara domestica Attilia Caproni (figlia del celebre Zi Meo)che tutto compare chiaro ed ineluttabile: "
Carissima Attilia, non so se glielo abbia detto il suo cuore. Ieri 7 aprile alle ore 14 e mezza, Giovannino è stato operato di quel disturbo che le accennai, e che vide anche il dottor Caproni. Era cosa più grave di quello che non si credeva. L’operazione è stata dolorosissima tanto da far uscire dalla bocca di Giovannino qualche alto gemito disperato. Io non le so dire di me. Ero in un’altra stanza con Gulì e nel sentire la voce di dolorosa di Giovannino ero diventata come una furia. Gulì abbaiava disperatamente. Che brutto e triste momento! Non me lo posso levare dalla mente! Hanno preso parte all’operazione tre bravissimi dottori. Ed ora, or l’uno or l’altro se lo curano con un amore indicibile". Era dunque era il 7 aprile 1908 alle 14:30 quando fu operato a Bologna dal professor Bartolo Nigrisoli e  la malattia si mostrò più grave del previsto. Fra questi "bravissimi dottori"
menzionati da Mariù c'erano il fior fiore dei medici italiani, il suddetto professor Bartolo Nigrisoli, un luminare nel campo della chirurgia, amico del Pascoli conosciuto ai tempi dell'Università di Bologna, il professor Severino Bianchini, romagnolo, anch'esso amico fin dalla giovinezza e direttore dell'ospedale di Lucca, importante fu anche l'apporto dato da Antonio Ceci, professore alla cattedra di chirurgia dell'Università di Pisa, fondamentali furono anche le cure del suo medico Alfredo Caproni. Nonostante l'operazione e gli esimi dottori, le cose purtroppo non migliorarono, turbe digestive su base epatica insorsero nuovamente dal 1910 e proprio il dottor Bianchini sottolineava  questo peggioramento: "
Da qualche mese era cominciato un vago malessere, accompagnato a stanchezza, svogliatezza di cibo, senso di inquietudine generale, lento decadere di forze, dimagrimento". Insomma, fra alti e bassi il tempo trascorreva e il male cui affliggeva il Pascoli non presentava più alcun dubbio: neoplasma maligno allo stomaco con metastasi al fegato che già presentava evidenti segni di cirrosi. Questo lo avevano capito bene il buon dottor Caproni e il già menzionato professor Bianchini che nascosero l'evidente gravità a Mariù e allo stesso Giovanni. A peggiorare la situazione ci si mise anche l'ineffabile destino che a volte, anzi direi spesso, si diverte a tracciare strani disegni. Difatti il fedele cagnolino Gulì stava per spegnersi. Era il gennaio 1912 e nel frattempo si stava anche preparando il trasferimento di Giovanni Pascoli a Bologna, in questo modo sarebbe stato agevolmente e maggiormente curato, ma i due fratelli Mariù e Giovanni non ne volevano di sapere di lasciare il povero Gulì morente e si decise così di rinviare qualsiasi viaggio. Tanto è vero che anche il povero cane sembrava avesse avuto il presentimento della
Gulì
malattia che aveva colpito il suo padrone, rimaneva il fatto che anche per lui, come per il suo amato Giovanni erano riservate cure amorevoli. Purtroppo però arrivarono anche i suoi ultimi giorni. Oramai respirava affannosamente, rifiutava ogni cibo, le forze cominciarono a calare di giorno in giorno, quando il 21 gennaio 1912 alle ore 21:45 Gulì morì. Ora, a questo punto, si doveva pensare solo ed esclusivamente alla compromessa salute del poeta. Arrivarono così anche i primi del febbraio 1912 e il Caproni scrisse al professor Bianchini: "
In pochissimo tempo era decaduto. Nel silenzio dei fenomeni si era ordita la malattia insidiosa che, sorta nello stomaco, andava diffondendosi al fegato … Una visita brevissima bastò a rendermi conto della situazione tragica …". La notizia e la preoccupazione ben presto si diffuse in tutto il Regno d'Italia, a Castelvecchio giunse una comunicazione a Mariù di Gabriele D'annunzio: "Leggo stamane cose che mi rendono inquieto. Prego telegrafarmi assicurandomi. Dica a Giovanni che gli sono vicino. Lo abbracci per me". Perfino la Regina Madre Margherita di Savoia s'interessò alla sua salute. Ormai, davanti all'evidenza dei
fatti non rimaneva che organizzare quell'ultimo viaggio tante volte rinviato. Saranno così gli amici più cari a chiedere alle più alte cariche dello Stato un treno speciale che raggiungesse la Valle del Serchio per portare a Bologna il povero malato. Fu il senatore ed ex ministro della Pubblica Istruzione Luigi Rava ad interessarsi personalmente delle cose. Ad ogni modo bisognava ancora decidere la stazione ferroviaria in cui far fermare il treno speciale. La linea ferroviaria Lucca- Aulla era stata inaugurata l'anno precedente, le stazioni erano nuovissime e il comune di Barga, dove Giovanni Pascoli era residente, nella nuova tratta ne aveva ben quattro
la nuova stazione di Castelvecchio
(Castelvecchio, Barga- Gallicano, Fornaci di Barga e Ponte all'Ania), nonostante ciò fu scelto come luogo di fermata un umile casello ferroviario. Per i pochi che non sanno cosa sia un casello è necessario evidenziare che questa struttura non è altro che una casa cantoniera ferroviaria, al cui interno abita e lavora un casellante adibito alla manutenzione e al controllo di quel tratto di linea. Comunque sia fu appunto scelto "il casello del Salice", così chiamato perchè nelle sue vicinanze albergava questa maestosa pianta. La casupola si trovava in località Piezza, nel comune di Gallicano a qualche centinaio di metri da quel "Ritrovo del Platano", l'amata osteria in cui il poeta passava parte delle sue giornate. Questa ambigua decisione rimase però a molti assai strana... Perchè non aver scelto una comoda stazione che poteva essere raggiunta facilmente?
Il casello del Salice oggi
 Alcuni misero in evidenza il fatto che  questa scelta fatta servì per evitare un grande assembramento di folla che avrebbe potuto stancare ed emozionare troppo l'ammalato. Altri ancora portarono avanti motivazioni di risentimento politico da ricercare nelle elezioni parziali per il consiglio comunale di Barga del 1905: "... la stima e quasi la gratitudine dei barghigiani per il Pascoli non diminuiscono: ne sono la prova le elezioni parziali per il consiglio comunale di Barga Il poeta è messo in testa alla lista unica dei tre candidati concordati tra "la crema" e "il popolo" e proposti nella seconda metà di giugno; nel luglio compare nei giornali di Barga la sua accettazione, ripromettendosi egli giovane all'istruzione scolastica del Comune; e il 3 settembre votano 432 barghigiani su 1005, il poeta ottiene ben 428 voti... Ma, nuovo motivo di doloroso dispetto, il giorno dopo viene annullata l'elezione, perchè il Pascoli era, come si diceva, "forestiero", cioè non iscritto nelle liste del Comune. "Ci rimasi male", e ci fu chi, nei giornali locali volle sentirci "una rappresaglia" della massoneria, sia per il suo orientamento nazionalista, sia per il recente discorso su la Messa d'oro. Ma egli non fece che lievi proteste...". In sostanza il Pascoli risultava ineleggibile nonostante la cittadinanza onoraria di Barga e rimase in silenzio fino al giorno dopo le elezioni amministrative del 1907, quando rinunciò proprio a quella cittadinanza onoraria avuta nel 1897. Era il 30 luglio 1907 e il poeta scriveva questa dura lettera al Sindaco barghigiano: "Due anni sono, quasi tutti i voti, quest'anno nessuno ... E perciò sebbene creda di non meritare questo spregio e quindi non me ne curi, non si turbi la S.V Ill.ma se anche per mia parte respingo e rinunzio quella cittadinanza d'onore...; gli elettori hanno tacitamente ma chiaramente detto che nessun onore Barga riceve da me e che nessun onore merito da lei. Sia. Resto contribuente".  Per quattro anni, in una sorta di (auto) esilio, non entrò più nella cittadina. Vi tornerà nel 1911 per fare un vero e proprio comizio in occasione dell'annullamento delle elezioni provinciali a Barga e Coreglia. In sostanza si può dire che qualcuno vide la decisione della partenza dal casello del Salice come un'idea di non dare lustro ed onore di quell'ultimo viaggio (che oramai anche lui sapeva di fare) a quel comune che lo aveva politicamente respinto. Ad ogni modo arrivò anche il fatidico giorno: "
E’ definitivamente stabilito che il treno speciale a disposizione dell’Illustre Professore giungerà domani alle ore 11,52
e ne ripartirà per Lucca alle 11,57, dove giungerà alle ore 13 precise. Facciamo i voti migliori, perche’ le speranze nostre e di tutto il Paese, di una rapida guarigione siano esauditi”
. Il telegramma arrivò il 16 febbraio del 1912 ad Alfredo Caselli, un caro amico del professore, a mandarlo fu un funzionario
 delle Regie Ferrovie. Gli abitanti di Piezza e del Ponte di Campia si misero subito a lavoro per rendere all'amico Giovanni la strada per il casello praticabile e comoda, difatti nel corso di quella notte fu colmato un ripido dislivello proprio per consentire il passaggio del poeta. Il giorno della partenza e di quell'ultimo viaggio arrivò, in quel 17 febbraio 1912. Il paziente lasciò in tutta fretta la Garfagnana, la Valle del Serchio e la sua amata Castelvecchio: "Poi salì sul treno con Maria e i due medici appena dentro nel saloncino per malati ebbe un lampo quasi gioioso, di quella sua gioia che sembrava infantile nel vedere quella vettura quasi camera da letto. A Lucca salì a salutare e a portare i soliti piccoli doni il Caselli; il viaggio fu compiuto senza disagio; verso le 18 si arrivò a Bologna (erano alla stazione alcune delle autorità bolognesi, lo Zanichelli, studenti) e poi la casa in via dell’Osservanza”Il poeta morì a 57 anni, poco dopo, il 6 aprile del 1912. Ad onorare l’ultimo viaggio del poeta la
gente di Gallicano ci pensò subito. E infatti nel settembre del 1912 un comitato pubblico depose una lapide in Piezza, ad opera dello scultore lucchese Francesco Petroni che nelle parole di Italo Pierotti così dice: “Qui Giovanni Pascoli, il 17 febbraio del 1912, giorno tristissimo per se e per la patria,  piangendo dette l’ultimo lampo dei suoi occhi, 
l'ultimo sogno del suo cuore alla valle dei buoni e degli umili, che dopo averla amata, immortalò. Il popolo di Gallicano”. 


Fonti e bibliografia
  • "Lungo la vita di Giovanni Pascoli" Maria Pascoli, Arnoldo Mondadori editore, 1961, memorie curate ed integrate da Augusto Vicinelli
  • "Giovanni Pascoli Tutto il racconto di una vita tormentata di un grande poeta" di Gian Luigi Ruggio, Simonelli editore, anno 1998
  • "Il cipresso e la vite" di Lorenzo Viani, Vallecchi editore 1943
  • "Giovanni Pascoli il nostro poeta. Intervista a Umberto Sereni" Barganews archives https://www.barganews.com/2012/08/20/giovanni-pascoli-il-nostro-poeta-intervista-a-umberto-sereni/
  • "Poesia di Luigi Sorrentino- il primo blog della Rai dedicato alla poesia"- Pascoli l'ultimo viaggio del poeta- pubblicato 17 febbraio 2012
  • "Giovanni Pascoli e la malattia. Tra biografia e scienza medica" della Professoressa Patrizia Fughelli Dipartimento Scienze mediche e chirurgiche Università di Bologna (https://centri.unibo.it/centro-camporesi/it/dna-di-nulla-accademia/patrizia-fughelli-giovanni-pascoli-malattia-biografia-scienza-medica-1#:~:text=La%20malattia%20fu%20da%20lui,ma%20che%20tutto%20andr%C3%A0%20bene.)

mercoledì 24 marzo 2021

Quando in Toscana il Capodanno era il 25 marzo. Storia di "stili", riforme e di...tanta confusione

Proprio adesso, 24 marzo, mentre stai leggendo quest'articolo se tu avessi vissuto nella Toscana di 270 (e oltre) anni fa ti staresti preparando(covid permettendo) per i bagordi del veglione di fine anno... Se invece vivevi in Garfagnana (fino al 1582) e cioè sotto il Ducato di Modena, il veglione di fine anno lo avresti festeggiato la vigilia di Natale: il 24 dicembre. Naturalmente ai quei tempi non esistevano i festeggiamenti come noi oggi le intendiamo e di veglioni neanche a parlarne, però quello che è vero che l'Italia fino a non molto tempo fa era un'inestricabile guazzabuglio per quanto riguardava il modo di iniziare l'anno. Praticamente si viveva in un capodanno continuo, bastava viaggiare da uno staterello all'altro. Difatti esistevano svariati modi per calcolare l'anno e i più consueti contemplavano due cosiddetti stili legati strettamente alla sfera religiosa. Lo stile dell'Incarnazione e lo stile della Natività, tanto per complicare ancor di più le cose succedeva anche che nel medesimo stile potevano convivere delle varianti significative, c'era ad esempio lo stile Pisano che seguiva lo stile dell'Incarnazione, anticipando però di un anno lo stile Fiorentino,anch'esso basato sull'Incarnazione (quindi un anno datato Anno Dominice Incarnationis MCXXVII, die Kalendarum octubris redatto a Pisa andrebbe datato 1126 ottobre 1°, a Firenze

1127 ottobre 1
°). Troppo complicato??? Niente paura! Adesso vi spiegherò chiaramente tutti i fatti. Le antiche (anzi antichissime) comunità contadine di una volta propendevano di far iniziare l'anno con il principio dell'annata agricola e cioè quando iniziavano i lavori nei campi, difatti il calendario romano di Romolo faceva iniziare l'anno a marzo. Con l'avvento del cristianesimo la musica cambiò e bando a qualsiasi scelta che ognuno facesse sul quando e come cominciare l'anno, si decise che a segnare le svolte del tempo dovevano essere le feste religiose. Così fu, che l'inizio dell'anno da luogo in luogo fu stabilito prevalentemente in due date: l'Annunciazione, ossia il 25 marzo, quando si ricorda l'annuncio dell'Arcangelo Gabriele alla Madonna della nascita verginale di Gesù e il 25 dicembre, il Santo Natale. Le considerazioni dell'epoca dicevano che il ciclo annuale doveva cominciare con il primo atto della Salvezza: con l'Incarnazione di Cristo, il momento in cui "Verbum caro factum est". Dall'altra parte il Natale (che difatti cade esattamente nove mesi dopo l'Annunciazione) legava l'inizio
dell'anno all'apparizione di Gesù, del Verbo in mezzo agli uomini, opzione poi che prevalse nella maggioranza dei casi. A fronte di tutto questo in Italia cominciò il bailamme di date sul giorno in cui far principiare l'anno e così ogni Stato adottò il sistema a loro più congeniale in un intricarsi convulso di giorni che vedevano oltre allo stile dell'Incarnazione e allo stile della Natività, anche (come abbiamo già letto) lo stile Pisano che seguiva lo stile dell'Incarnazione che rispetto allo stile fiorentino (anche questo basato sull'Incarnazione) lo anticipava di un anno. Lo stesso stile Pisano (oltre che a Pisa) era seguito da Piombino, a Roma alcuni Papi lo adottavano altri no, a San Miniato, a Bergamo, a Lucca(in parte), a Lodi (fino al XV secolo) e a Tarquinia. Il cosiddetto stile fiorentino era seguito ovviamente a Firenze, a Ravenna, Novara e Cremona (fino al XVI secolo), nella nostra Toscana trovò consenso a Siena, Pontremoli, Colle Val d'Elsa, Prato e a Lucca (fino al XII secolo). Lo stile della Natività prendeva invece una bella fetta di nord Italia ed era usato a Pavia, Brescia, Alessandria, Crema, Ferrara, Modena(e così anche in Garfagnana), Como (fino al XV secolo), Rimini e Orvieto. In Toscana era applicato alle città di
Pistoia, Massa, Arezzo e Cortona. Ad aumentare tutto questo grande disordine c'erano anche città come Milano, Bologna e Roma, dove questi diversi sistemi convivevano o si succedevano. Ma attenzione, la sarabanda di date non finiva qui, esisteva anche uno stile bizantino che faceva iniziare l'anno il 1° settembre ed era seguito in Calabria, ad Amalfi e a Bari... Ditemi voi come un povero sventurato del tempo poteva capirci qualcosa e anche oggi in tal senso per gli storici e gli studiosi la cosa non è semplice, poichè quando si analizzano documenti antichi si deve tener conto di questa accozzaglia di sistemi. Più previdenti furono gli antichi e saggi romani, anche loro facevano iniziare l'anno a marzo ma perlomeno nel loro vastissimo impero uniformarono per tutti i popoli sottomessi un'unica e sola data: il 15 marzo (successivamente il 1°), il che spiega a noi moderni perchè il nome dei mesi (che al tempo erano dieci) rimandi ancora per etimologia a un loro conteggio a partire da quello che per noi sarebbe il terzo mese (per i romani il primo): settembre il settimo mese, ottobre ottavo mese, novembre il nono, dicembre il decimo. Questo era il calendario romano o anche detto di Romolo o che dir si voglia calendario pre- giuliano. Pre- giuliano perchè un bel giorno dell'anno 46 a.C il buon Giulio Cesare decise la riforma del suddetto calendario, cosicchè, secondo calcoli
astronomici decise di iniziare l'anno non più a marzo, ma con grande spirito di lungimiranza il 1° gennaio (ops... dimenticavo, gli anni naturalmente si contavano non dalla nascita di Cristo, che ancora doveva nascere, ma bensì dalla data della fondazione di Roma), ma non solo, dal momento che c'era volle dedicarsi anche un mese, il mese quintile (cioè il quinto) divenne Julios ossia l'odierno luglio. Fattostà che questa riforma (a cui furono aggiunti gli odierni due mesi mancanti) che prese il nome di calendario Giuliano piacque molto e con alcune variazioni perdurò in tutta Europa per circa 1600 anni, fino al giorno in cui Papa Gregorio XIII stanco di tutto questo gran casino di date sparse per tutta Europa fece proprio come Giulio Cesare più di mille anni prima... Il 24 febbraio 1582 con la bolla "Inter gravissimas" riformò definitivamente il calendario, fissando una volta per tutte (e per tutti !!!) il primo gennaio come suo inizio. Proprio per tutti però no... Questa intimazione non valse per la Toscana e il suo Granducato che con grande caparbietà e tenacia non volle in nessuna maniera aderire a quel calendario gregoriano che adesso era applicato in tutta Europa. Tale e tanta fu la perseveranza del cattolicissimo Granducato e dei suoi possedimenti(vedi anche Barga)che nemmeno il fiorentino Giovanni de' Medici quando giunse al soglio di Pietro (1605) con il nome di Papa Leone X convinse il granduca Ferdinando I ad attenersi al nuovo calendario, nemmanco le giustissime motivazioni del Santo Padre persuasero il regnante
toscano: adottare questo calendario avrebbe significato minori confusioni politiche e uno snellimento dei commerci. Non ci fu niente da fare, per la Toscana l'anno sarebbe continuato ad iniziare il 25 marzo. Le tradizioni, la cultura e le usanze valevano più di qualsiasi altra cosa e allora come non poteva "Fiorenza", la città dei fiori, porre l'inizio dell'anno con l'avvento della primavera e soprattutto, Firenze era la città devota alla Madonna, a lei furono intitolati i templi maggiori, dalla SS Annunziata (dove il capodanno era celebrato con grandi feste al cospetto dell'affresco miracoloso della Madonna stessa), ma anche la stessa cattedrale di Santa Maria del Fiore alludeva (ed allude) alla rinascita della natura e al tempo stesso alla "rinascita" dell'umanità nel giorno dell'Incarnazione. Insomma, da quel momento per tutta la Toscana granducale la disobbedienza papale perdurò ancora per 167 anni, quando un bel dì il granduca Francesco III di Lorena stufo di tutta questa manfrina abolì gli antichi usi e impose anche per la Toscana che l'anno dovesse cominciare il 1° gennaio. Era il 20 novembre 1749, con il 1° gennaio 1750 iniziò per tutto il Granducato (c
ome era già in uso da molto tempo in molti
altri stati italiani e stranieri)
 la nuova conta degli anni. Le motivazioni che portarono l'illuminato granduca a questa sofferta decisione furono assolutamente tutte giustificate e al passo con i tempi, innanzitutto volle dare un uguale modalità di inizio anno in tutti i suoi possedimenti e più che altro in un Europa percorsa e unita da flussi e traffici di persone, merci e capitali non aveva più alcun senso mantenere un sistema di conta degli anni insolito e desueto, per cui:"...allo scopo di evitare ogni confusione e difficoltà nel discernere il tempo ha comandato, con la legge del 20 novembre 1749, che l'epoca e gli anni della salvezza dell'uomo, che solevano essere conteggiati dalle popolazioni toscane a partire da diversi giorni, vengano da tutti fatti iniziare in un unico ed identico modo, così che non venga più osservato il precedente
costume, contrario a quello dell'Impero Romano, ma che a partire dal prossimo anno 1750 e in perpetuo, il 1 gennaio che segna l'inizio del nuovo anno presso gli altri popoli, venga celebrato ed usato nel conteggio del tempo anche con il consenso del popolo toscano"
. Firmato: Cesare Francesco Pio, Fortunato, Augusto, Duca di Lorena e Bar e Granduca di Toscana, nato per il benessere della collettività, amplificatore della Pace, difensore della concordia e Salvatore del mondo... 

mercoledì 18 novembre 2020

Chi l'avrebbe mai detto della presenza di una (simil) Stonehenge nel cuore della Valle del Serchio?

Stonehenge, le piramidi di Giza, il sepolcro di Maeshowe nelle Orcadi, non dimenticandoci nemmeno il complesso megalitico di Carnac in Francia o la tomba corridoio di Newgrange nella Repubblica d'Irlanda. Cosa hanno in comune tutte questi costruzioni? Innanzitutto l'età, la loro realizzazione risale intorno al 3000 a.C e analizzando bene vediamo che, chi li ha costruiti (egiziani o antiche popolazione nordiche) erano tutti popoli a stretto contatto con gli elementi della natura. Inoltre si è scoperto che tutte queste edificazioni avevano uno funzione fondamentale, quasi incredibile per l'epoca, erano monumenti connessi alle conoscenze astronomiche. Naturalmente questa teoria non è una teoria che si basa sulle loro leggende, tutt'altro, infatti tutto questo è avvalorato da uno studio scientifico moderno che rientra di fatto nella complessa disciplina dell'archeoastronomia: la cosiddetta scienza delle stelle e delle pietre. Spieghiamoci meglio, e vediamo qual'è la sua esatta definizione: "l'archeoastronomia si occupa di studiare gli avvenimenti celesti in rapporto alle civiltà del passato, cioè di comprendere le conoscenze astronomiche dei popoli antichi e le eventuali applicazioni che essi ne hanno ricavato". Insomma un campo difficilissimo e complicato, per veri esperti, ma comunque sia vale la pena di affrontare visto che ci tocca da vicino... Per meglio capire questo argomento facciamo subito degli esempi pratici. Guardiamo Stonehenge (nella pianura di
Stonehenge

Salisbury, Inghilterra), un sito ritenuto magico soprattutto nel momento del solstizio d'estate, quando il sole attraversa Hell Stone (uno dei famosi triliti a porta li presenti)e cade sull'altare centrale offrendo "il segno celeste" del passaggio stagionale. L'archeoastronomia ha visto che in tutto questo di magico non c'è un bel niente, anzi, questo sottolineava quello che fu lo straordinario investimento di tempo e sforzo umano fatto da queste arcaiche popolazioni per creare una sorta di osservatorio astronomico allineato con il movimento del sole, per regolare in questo modo il ciclo delle stagioni. D'altro canto le prime comunità agricole dipendevano interamente da questo ciclo, il cui corso implicava periodi di abbondanza di cibo (come in estate) e altri di carenza (come l'inverno). Altro esempio pratico lo possiamo notare anche nelle tre piramidi di Giza (Il Cairo): Cheope, Chefrem e Micerino. Ebbene, le tre piramidi pare che siano accuratamente allineate con le stelle che formano la cintura di Orione, creando di fatto una sorta di mappa stellare che farebbe parte di un progetto
astronomico realizzato dai faraoni nel corso del tempo, avanzando così l'ipotesi che gli antichi egizi conoscessero bene il fenomeno astronomico chiamato processione degli equinozi(n.d.r: movimento della Terra che fa cambiare in modo lento ma continuo l'orientamento del suo asse di rotazione rispetto al sfera ideale delle stelle fisse). Insomma, come potete leggere questa è una materia veramente ostica, difficoltosa ad esser compresa a noi uomini del 2020, infatti quello che sorprende ancor di più è pensare come civiltà tanto antiche abbiano avuto conoscenze così sofisticate, che spesso sfuggono alla comprensione dell'uomo moderno.


Questi affascinanti insegnamenti come abbiamo potuto leggere ci trasportano magicamente in luoghi remoti, fra popolazioni primitive e in teorie fantastiche, quasi irreali, non pensiamo però che queste lontane realtà facciano parte di un mondo a noi distante... Anzi, direi proprio che sono a due passi da casa. Gli studi che si sono incentrati su questa tesi "garfagnina" fanno perno su tre protagonisti in particolare: i Liguri Apuani, il Monte Forato e 
quattro chiese medievali della valle. Difatti si presume che il Monte Forato o meglio ancora il profilo di quello che è conosciuto come "l'Omo Morto"(nella foto qui sopra) fosse tenuto a riferimento dagli antichi Apuani per il calcolo dei giorni, a dimostrazione di questo c'è la singolare posizione di quattro chiese della Valle del Serchio, queste chiese (posizionate su delle sommità)sarebbero state
Il Monte Forato

poi costruite su quello che prima della nascita di Cristo era un vero e proprio osservatorio astronomico. Quello che vorrei sottolineare, prima di addentrarmi nell'argomento è nel dire che questo studio non è uno studio fondato su teorie cervellotiche, fatto da dei ciarlatani del momento, la ricerca è seria e concreta e nel caso specifico è stata analizzata dall'archeoastronomo Mauro Peppino Zedda, esperto di fama europea che proprio sull'argomento trattato ha scritto nel 2013 il libro
"Monte Forato e il Duomo di Barga. Tracce di un antico osservatorio dei Liguri Apuani"

Dunque fu proprio quel curioso monte che destò l'attenzione dei nostri antichi avi. Quel foro in quella montagna non era li a caso
ed infatti gli Apuani lo usavano come una sorta di "gnomone". Lo "gnomone", per chi come me non è esperto in materia è quell'asticella presente sulle antiche meridiane, la cui ombra proiettata su un piano serviva per segnare le ore. Il Monte Forato per questa antica popolazione nostrale aveva più o meno la solita funzione, questa funzione permetteva lo studio dei moti della luna e del sole, creando, secondo le loro elaborazioni una tipologia di calendario arcaico. Nella vita degli Apuani il sole e luna erano importantissimi, erano difatti gli artefici del mondo agricolo e la loro osservazione per chi viveva dei frutti della
San Frediano Sommocolonia

natura diventava vitale. Questo metodo consentiva così di contare il tempo e di conoscere il ciclo degli astri, aver nozione di questi elementi aveva un'importanza fondamentale, significava prevedere o programmare i lavori nei campi. Tutto ciò poteva essere permesso da determinati punti d'osservazione, luoghi che Zedda ha identificato nel duomo di Barga, nella chiesa di San Frediano a Sommocolonia e 
nella chiesa di San Michele a Perpoli. Erano questi tre gli osservatori astronomici degli Apuani. Pertanto è da questi studi che si deduce che l'asse d'orientamento del duomo di Barga coincide con il mento dell'Omo Morto, stessa cosa con la chiesa di San Frediano di Sommocolonia, anche il suo asse d'orientamento è rivolto proprio sul medesimo mento. Ed è proprio da lì, da questi punti, che da dietro quel foro situato in quel monte che il sole tramonta perfettamente in determinati periodi dell'anno, è in quel momento che si può ammirare il celebre doppio tramonto, che per noi uomini moderni è un evento puramente
San Michele Perpoli

folcloristico, ma per gli Apuani aveva un valore diverso, questo avvenimento gli permetteva dei calcoli astronomici da applicare nell'agricoltura. Come si sa altrettanta importanza in questo campo lo avevamo i moti lunari e sempre in relazione al Monte Forato questa funzione la faceva la collina dove ora è situata la chiesa di San Michele a Perpoli, lo studio ci dice che da quel punto d'osservazione il tramonto della luna coincide con la fronte dell'Omo Morto. Un'ultima costruzione è stata presa in considerazione ed è la chiesa dei Santi Pietro e Paolo di Fiattone (comune di Gallicano), essa guarda al tramonto di Venere, pianeta conosciuto dagli antichi popoli come Stella del Mattino.

Santi Pietro e Paolo
Fiattone

Un'ultima curiosità da trarre da tale studio è capire come da questi antichi punti d'osservazione astronomici siano nate poi delle chiese e questo trova risposta nelle cosiddette eredità culturali. Questo fenomeno si ha infatti quando una cultura si sovrappone ad un'altra. L'avvento del cristianesimo in particolare ha integrato dentro di se questi antichi luoghi di culti pagani, in quella continuazione di devozione di quei luoghi che già erano frequentati per l'adorazione di altre divinità. Tanto per essere chiari, i Santi e le Madonne si sono sostituiti in men che non dica agli antichi Dei, ma i luoghi di culto sono spesso rimasti invariati. Non rimane allora che stupirci ancora di tutti i segreti che la nostra terra ancora ci nasconde. Possiamo dire grazie a questi studiosi se ancora oggi continuiamo ad apprendere cose nuove e sorprendenti sulla nostra bella valle. Da parte mia mi scuso con questi ricercatori se in questo mio articolo non sono stato abbastanza meticoloso e diligente nel descrivere accuratamente e con i suoi precisi termini queste scoperte, ma non mi potevo esimere dal raccontare ancora una volta le meraviglie dei nostri luoghi.

Fotografie

  • Doppio tramonto sul Forato foto tratta da Daniele Saisi blog realizzata da "Barga in Fotografia"
  • Monte Forato foto tratta da https://finoincima.altervista.org/
  • L'oMo Morto foto tratta dalla testata giornalistica Serchio in Diretta
  • Chiesa di San Michele a Perpoli foto tratta da https://www.amalaspezia.eu/index.htm

Bibliografia

  • Per saperne di più e avere maggiori delucidazioni: "Monte Forato e il duomo di Barga-Tracce di un antico osservatorio dei Liguri Apuani" di Mauro Peppino Zedda, edito Agorà Nuragica, anno 2013

mercoledì 23 gennaio 2019

1938: "Gli ebrei fuori dalle scuole". Testimonianze sulle leggi razziali in Garfagnana

Pochi lo sanno e forse altrettanto pochi se lo ricorderanno, ma
tutto cominciò ufficialmente nella nostra bella Toscana. Era il 5 settembre del 1938 nella reale tenuta pisana di San Rossore. Qui Vittorio Emanuele III re d'Italia passava insieme alla famiglia reale "il meritato" riposo estivo che andava da inizio giugno ai primi di novembre. Quella era una mattinata qualsiasi e come sempre con estrema naturalezza e indifferenza sua maestà aveva già fatto la sua passeggiata in riva al mare con i pantaloni rimboccati per non bagnarli, dopodichè si apprestò a tornare all'interno della tenuta, ma prima di pranzo lo attendeva una firma che sbrigò così, su due piedi, in quattro e quattro otto come se niente fosse, assecondando di fatto la volontà di Mussolini e di Hitler. La firma sanciva una legge dello Stato che si sviluppava su 7 articoli, la legge era la n°1390 e così titolava: "Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista", solamente i primi tre articoli non lasciavano
Tenuta reale di San Rossore
dove furono firmate le leggi razziali
spazio a qualsiasi dubbio:

Art 1: All'ufficio di insegnante nelle scuole statali o parastatali di qualsiasi ordine e grado e nelle scuole non governative, ai cui studi sia riconosciuto effetto legale, non potranno essere ammesse persone di razza ebraica, anche se siano state comprese in graduatorie di concorso anteriormente al presente decreto; nè potranno essere ammesse all'assistentato universitario, nè al conseguimento dell'abilitazione alla libera docenza
Art 2: Alle scuole di qualsiasi ordine e grado, ai cui studi sia riconosciuto effetto legale, non potranno essere iscritti alunni di razza ebraica
Art 3: Al datare dal 16 ottobre 1938 tutti gli insegnanti di razza ebraica che appartengono ai ruoli delle scuole di cui al precedente art 1 saranno sospesi dal servizio; sono a tal fine equiparati al personale insegnante i presidi e i direttori delle scuole anzidette, gli aiuti e assistenti universitari, il personale di vigilanza nelle scuole elementari, Analogamente i liberi docenti di razza ebraica saranno sospesi dall'esercizio di libera docenza.
Benito Mussolini e
 re Vittorio Emanuele III

Di fatto da quel giorno diventarono ufficiali le leggi razziali,che cacceranno fuori dalle scuole italiane bambini e insegnanti ebrei, una macchia indelebile nel nostro Paese. Ma quale fu l'effetto di tutto ciò in Garfagnana? Non esistono documentazioni scritte (o almeno io non l'ho trovate)su particolari provvedimenti adottati nella nostra valle, ma in compenso possiamo attingere a fonti orali da cui si può trarre spunti di riflessione interessanti.
Le leggi razziali del 1938 non ebbero conseguenze fattive o significative in Garfagnana per il semplice motivo che ebrei non ve ne erano, la consolidata religione cattolica era presente più che mai in ogni famiglia, quello che è intrigante è vedere come apparirono agli occhi degli scolaretti innocenti di allora le leggi sulla razza. Questa testimonianza è di Adelina classe 1929 di Castelnuovo Garfagnana, al tempo frequentava la terza elementare nel capoluogo garfagnino e ricorda nitidamente tutto questo: 
"Tutta la scuola fu convocata nell'aula magna, se ricordo bene erano
Scuola fascista al saluto romano
i primi giorni, la maestra ci disse che il direttore ci doveva leggere una lettera del re...Come sempre entrammo nell'aula magna, prima di tutto si salutò rispettosamente il direttore e poi al saluto romano rendemmo omaggio al quadro del duce e di Vittorio Emanuele III. Il direttore ci disse che parlava non per se ma per bocca del re, questo frase mi rimase impressa nella testa, perchè fu ripetuta più volte, solo con gli anni capì il significato di questo ripetersi del direttore, probabilmente lui non era d'accordo con queste nuove leggi, ma comunque doveva leggerle visto che il suo ruolo glielo imponeva. Fattostà che cominciò a leggere passo passo tutta la legge, articolo per articolo...e io in questa "lettera" del re non c'avevo capito proprio nulla. Come me molti altri bimbetti, infatti una volta rientrati in classe si chiese spiegazioni alla maestra. Era la prima volta che sentivo parlare di ebrei, non sapevo neanche della loro esistenza o chi fossero, pensai solamente nella mia testa di bambina che la dovevano aver combinata grossa per essere cacciati da tutte le scuole del regno e invece povera gente...
"

Un altra bella testimonianza viene da Piazza al Serchio, lui è Rino, ottant'anni suonati, ma anche qui la mente è vivida: 
"Queste famose leggi sulla razza a noi le lesse il maestro in classe, in "quattro balletti", pochi ci capirono qualcosa, i bimbetti più curiosi chiesero spiegazioni, il maestro le liquidò dicendogli semplicemente di farsele spiegare dal prete, praticamente fece come Ponzio Pilato se ne lavò le mani e i piedi, a me non è che sinceramente me ne fregava più di tanto, io dopo la scuola dovevo pensare al pascolo delle pecore. Però un giorno passò il prete da casa, come al solito per "raccattare" qualche "ovo" e due pomodori freschi dell'orto, la mamma allora mi mandò nel campo a staccare qualche verdura per il prete e quando gli consegnai gli ortaggi mi ritornarono in mente le parole del maestro e allora così a bruciapelo gli domandai - Ma chi sono gli ebrei?- e lui senza batter ciglio così mi disse:-Sono quelli che hanno condannato Gesù alla croce perchè non riconoscevano in lui il figlio di Dio- e poi aggiunse questo passo della Bibbia: - E sarete maledetti voi, e i figli dei vostri figli, e tutta la vostra genia... e quello che succede in questi giorni sono le
conseguenze che pagano!-. Devo dire la verità, così come me la buttò giù questi ebrei mi fecero una gran rabbia e dentro di me pensai che ben gli stava di essere cacciati da scuola, loro erano i colpevoli della morte di quel Gesù che pregavo tutte le sere e poi le parole del prete a quel tempo erano prese come oro colato. Poi per fortuna si cresce e si comincia a capire molte cose ed ecco che allora a quel prete oggi risponderei con un altro passo della Bibbia: "Non c'è nè giudeo nè greco, non c'è nè schiavo nè libero, non c'è nè maschio nè femmina; poiche siete tutti una persona unitamente a Gesù Cristo".
Quest'ultimo ricordo che vado a narrare invece fa riferimento ad un'altra infamia: "Il manifesto della razza". Questo fogli pubblicati su "Il giornale d'Italia" divennero la base ideologica e pseudo scientifica della politica razzista dell'Italia fascista. La pubblicazione uscì il 14 luglio 1938 e anticipò di qualche mese le leggi razziali. Sul quotidiano furono  elencate dieci "regole" in cui ad esempio si affermava che: "esistono grandi razze e piccole razze", oppure, "La popolazione dell'Italia attuale è nella maggioranza di origine ariana e la sua civiltà ariana" e ancora, "E' tempo che gli italiani si proclami francamente razzisti" e poi, "Gli ebrei non appartengono alla razza italiana". 
"Il manifesto della razza"
 luglio 38
"Questi manifesti ed altri ancora erano affissi come da regolamento per le vie del paese -dice Luigi da Barga- a me personalmente non ricordo che a scuola mi abbiano letto le leggi razziali, ma ricordo bene questi manifesti perchè alcuni invece che essere scritti erano illustrati. Ne ricordo uno che diceva: "Non vi possono essere ebrei..." e poi c'era il disegno di una banca con una croce sopra come segno di diniego, oppure anche una scuola, o sennò un comune. Secondo me questi cartelli illustrati avevano maggiore effetto perchè rimanevano impressi anche nella memoria dei bambini proprio come al tempo successe a me. Un altro cartello invece aveva degli omini ritratti e descriveva che gli ebrei non potevano fare il servizio militare o che non potevano avere domestici italiani e altre cose ancora.
Quando uscì il "manifesto della razza" molti dei compaesani e sopratutto i ragazzi più grandi si convinsero veramente di essere una razza superiore, qualcuno dava la caccia perfino all'ebreo che assolutamente non c'era nella nostra zona, però qualcuno incredibilmente cominciava anche a seminare sospetti fra le persone che magari vedeva o conosceva da anni perchè secondo le caratteristiche fisiche imposte dal regime un ebreo doveva avere un naso aquilino, occhi color azzurro scuri e le "borse" sotto gli occhi e quando questi giovani esaltati vedevano qualcuno con simili caratteristiche fiorivano mille illazioni e mille diffidenze. Pensare che tutte queste norme questo era supportate anche da importanti scienziati e professori
italiani mi da ancora i brividi".
Come abbiamo letto da queste testimonianze bastava veramente poco per insinuare nelle persone il dubbio, la paura del "diverso". Bastava una parola di un prete o una firma su una legge per sancire una verità assoluta, e' proprio vero l'ignoranza ha fatto più morti che dei fucili. Oggi niente è cambiato nonostante tutti i mezzi che abbiamo a disposizione per conoscere e sapere, ancora oggi ci fidiamo sempre e del solito "ho sentito dire...".



Fonte:

  • Testimonianze raccolte da me nei quaderni di scuola di Moni Albertina (mia mamma)
Bibliografia
  • "Il Tirreno" 3 settembre 2018 di Fabio Demui "5 settembre 1938: il re firma a San Rossore le leggi razziali, inizia il calvario degli ebrei"

mercoledì 12 luglio 2017

I terremoti dimenticati della Garfagnana. Una tragica cronistoria lunga 600 anni

La paura è sempre la solita, tremenda, paralizzante. Le ante
Il terremoto del 1920 in Garfagnana
(foto collezione Silvio Fioravanti)
dell'armadio iniziano a tremare, il tavolo le segue, l'incredulità è mescolata con la realtà, poi ti rendi conto...il terremoto!!!..., un urlo strozzato cerca di coprire quella specie di rombo angosciante, nonostante tutte le raccomandazioni del caso dimentico tutte le buone norme...dovrei buttarmi sotto la scrivania? No! Volo le scale a grandi passi, esorto tutti ad uscire, la gente è già in strada, i bambini corrono, e gli adulti hanno le mani nei capelli per lo spavento...eppure in questi attimi la più temeraria di tutti era sempre lei...la nonna. Lei aveva affrontato insieme a due bimbe piccole i bombardamenti del '44 in Garfagnana, aveva visto il paese distrutto e aveva vissuto sulla sua pelle anche il devastante terremoto del 1920. Si, proprio quel terremoto. Ormai per noi garfagnini quel sisma è quasi entrato di diritto nella leggenda popolare, ogni volta che la nostra terra viene colpita dal più piccolo tremolio la mente va sempre a quel maledetto 7 settembre 1920 e ai suoi 171 morti. I nostri nonni hanno tramandato da padre in figlio la memoria di quei terribili giorni, ognuno nella propria casa ha storie ed aneddoti legati a quel terremoto, tutti questi ricordi lo hanno fatto entrare nell'immaginario collettivo solo ed esclusivamente come "il terremoto", come se prima non ce ne fossero stati altri di così forti e potenti, eppure non è così, la lista dei terremoti garfagnini non si ferma a quel 1920, l'elenco di distruttivi terremoti è documentata sin dal XV secolo. Infatti era il 7 maggio del 1481 quando si ha la prima testimonianza di un sisma di grande entità. L'epicentro di quel secolare terremoto fu
il terremoto visto nel 1500
localizzato nell'Alta Lunigiana e fu percepito distintamente fimo a Lucca, Massa e i paesi circostanti. All'epoca la Lunigiana era annessa alla Repubblica di Firenze governata da Lorenzo Il Magnifico e grazie ai precisi riferimenti dei messaggeri medicei, oggi si può stabilire in base ai loro scritti sui danni causati alle abitazione e alle cose una probabile magnitudo di quel sisma che si dovrebbe aggirare intorno al 5.6, pari all'VIII° della scala Mercalli. Si racconta che nel borgo di Fivizzano crollarono diciassette case, oltre duecento fabbricati subirono gravi danni ai solai, ai tetti e ai muri, purtroppo vi furono anche delle vittime non quantificate con precisione ma con ogni probabilità potrebbero essere state comunque di più se non fosse che alcuni mesi prima (addirittura i cronisti del tempo parlano di  febbraio) scosse premonitrici avevano già messo in allarme tutta la popolazione. Della Garfagnana non si fa alcun cenno particolare, ma con sicurezza possiamo dire che i danni alle persone e alle case furono ingenti, di pari portata sicuramente agli accadimenti avvenuti nella vicinissima Lunigiana. Rimanendo su questo tema in effetti c'è un dato a dir poco curioso che riporta sia il Dipartimento di Protezione Civile e poi anche Claudio Vastano nel suo bel libro "Garfagnana la valle dei terremoti" sul fatto che non si hanno notizie più antiche e documentate (come appunto nel caso del sisma del 1481) riguardo ai terremoti in Garfagnana. Il motivo è da ricercarsi in due fattori: il primo è da ricondurre alla scarsa importanza che aveva la nostra valle, difatti non erano presenti nè grandi centri economici nè culturali e di quella vallata incastonata fra Appennini e Apuane non importava quasi niente a nessuno, quasi però...se è vero come è vero che l'altro fattore è da ricercarsi nell'importanza strategica e militare che aveva la Garfagnana per gli Estensi(n.d.r: la famiglia che governava la zona), con ogni probabilità erano proprio gli stessi funzionari locali a nascondere le notizie riguardanti catastrofici eventi naturali (proprio come terremoti e alluvioni), perchè si aveva timore che eventuali nemici avrebbero potuto sfruttare la situazione di crisi per assaltare la valle ed estendere così i propri possedimenti.

A confermare questo è la data del successivo sisma che risale (così dicono le cronache) all'8-10 giugno 1641, le scosse furono avvertite nell'intera Lunigiana e Garfagnana e sopratutto la zona più colpita fu l'abitato di Pontremoli. La documentazione in questo caso è molto lacunosa, le fonti addirittura non riescono nemmeno a stabilire il
Le faglie attive presenti da
secoli in Garfagnana
giorno preciso della sciagura e ciò potrebbe far pensare ad una scossa principale seguita da forti repliche per almeno altri due giorni, inoltre non si hanno notizie specifiche dei danni.

Un altro fatto da sottolineare è che dai dati presenti in archivi storici si passa a momenti di intensa attività sismica a momenti di calma assoluta. Una tesi a riguardo sostenuta dagli esperti dice che tali periodi potrebbero essere effettivamente dovuti a un rallentamento dei movimenti geodinamici del sottosuolo (parolone degli esperti...non mie!) ma è anche possibile che vi siano ancora delle omissioni nei documenti. A prova di tutto questo eccoci allora di fronte a un salto temporale di cento anni e ritroviamo notizia di un forte terremoto nell'anno 1740. A proposito, il 1700 sarà il cosiddetto "saeculum horribilis" ("il secolo orribile") per quanto riguarda i terremoti in Garfagnana, saranno ben tre quelli violenti che colpiranno la valle. Il primo come detto correva l'anno 1740, era il 6 marzo quando il sisma colpì sopratutto la Garfagnana, l'area dei danni si estese a parte della Versilia e all'appennino modenese. I forti danni subiti appartenevano a stati diversi e sono documentati negli archivi estensi, lucchesi e fiorentini (così come era divisa politicamente la zona). Uno dei centri più danneggiati fu Barga dove si contarono tre morti, in più crollarono diverse case e molte furono danneggiate, si può calcolare che questo sisma sia stato dell'VII° della scale Mercalli e di magnitudo 5,2. Passano solo sei anni e il 23 luglio 1746 la paura torna a fare la padrona con un'altro terremoto dell'VII° scala Mercalli magnitudo 5,1. I paesi più danneggiati furono ancora Barga e Castelnuovo, la sequenza iniziò il 9 luglio e continuò fino ad ottobre, la gente si trasferì in campagna e costruì baracche. Arrivò così anche il 21 gennaio 1767, questo terremoto causò i suoi danni più gravi a Fivizzano dove ci furono gravi lesioni alle abitazioni, agli uffici pubblici e alle chiese. Eravamo in periodo di carnevale, vennero sospesi tutti i festeggiamenti, sostituiti da lunghe veglie di preghiera, stavolta questo sisma fu il maggiore per intensità di tutto il secolo, si toccò il VII° della scala Mercalli ma il suo magnitudo fu di 5,4.
Questo invece è il terremoto dei nonni dei nostri nonni e questo fu veramente catastrofico, era l'11 aprile del 1837, l'origine del
Campo di residenza provvisorio per gli
abitanti di Villa Collemandina 1920
(foto collezione Silvio Fioravanti)
sisma si può ricercare nelle viscere delle Alpi Apuane, la sua potenza si scatenò sulla superficie terrestre e arrivò al IX° Mercalli magnitudo 5,8. Il sisma prese nella parte nord-orientale delle Apuane sul confine fra Garfagnana e Lunigiana, la scossa causò gravi danni nei territori di Minucciano (dove morirono in tre) e Fivizzano. Il borgo di Ugliancaldo fu raso al suolo, qui i decessi furono cinque e diciotto i feriti. I rispettivi governi mandarono i tecnici a fare rilevamenti, vennero stanziati aiuti finanziari ed esenzione dalle tasse per i paesi colpiti.

Eccoci infine ai "giorni dell'apocalisse" che tutti conosciamo e di cui abbiamo sempre sentito raccontare. Era il 7 settembre 1920, la scossa (X° Mercalli magnitudo 6,5) interessò un area di oltre 160 chilometri quadrati, fu avvertita a Genova, Reggio Emilia, Pisa e anche a Milano, i morti furono ben 171, i feriti 650, migliaia di persone senza casa. Le scosse di assestamento durarono fino all'agosto del 1921 (per saperne di più leggi http://paolomarzi.blogspot.it/2014/09/7-settembre-1920-il-grande-terremoto-i.html) .
Così da secoli in Garfagnana viviamo con questa spada di Damocle sulla testa e  con l'angoscia di sentire che c'è qualcosa di più
Il biglietto della lotteria in
sostegno delle popolazioni colpite
della Garfagnana 1920
grande di noi: la natura che ha il potere di distruggere e di creare.




Bibliografia

  • Sismicità storica in Garfagnana- Dipartimento della Protezione Civile
  • "Garfagnana la valle dei terremoti" di Claudio Vastano Garfagnana editrice