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mercoledì 23 gennaio 2019

1938: "Gli ebrei fuori dalle scuole". Testimonianze sulle leggi razziali in Garfagnana

Pochi lo sanno e forse altrettanto pochi se lo ricorderanno, ma
tutto cominciò ufficialmente nella nostra bella Toscana. Era il 5 settembre del 1938 nella reale tenuta pisana di San Rossore. Qui Vittorio Emanuele III re d'Italia passava insieme alla famiglia reale "il meritato" riposo estivo che andava da inizio giugno ai primi di novembre. Quella era una mattinata qualsiasi e come sempre con estrema naturalezza e indifferenza sua maestà aveva già fatto la sua passeggiata in riva al mare con i pantaloni rimboccati per non bagnarli, dopodichè si apprestò a tornare all'interno della tenuta, ma prima di pranzo lo attendeva una firma che sbrigò così, su due piedi, in quattro e quattro otto come se niente fosse, assecondando di fatto la volontà di Mussolini e di Hitler. La firma sanciva una legge dello Stato che si sviluppava su 7 articoli, la legge era la n°1390 e così titolava: "Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista", solamente i primi tre articoli non lasciavano
Tenuta reale di San Rossore
dove furono firmate le leggi razziali
spazio a qualsiasi dubbio:

Art 1: All'ufficio di insegnante nelle scuole statali o parastatali di qualsiasi ordine e grado e nelle scuole non governative, ai cui studi sia riconosciuto effetto legale, non potranno essere ammesse persone di razza ebraica, anche se siano state comprese in graduatorie di concorso anteriormente al presente decreto; nè potranno essere ammesse all'assistentato universitario, nè al conseguimento dell'abilitazione alla libera docenza
Art 2: Alle scuole di qualsiasi ordine e grado, ai cui studi sia riconosciuto effetto legale, non potranno essere iscritti alunni di razza ebraica
Art 3: Al datare dal 16 ottobre 1938 tutti gli insegnanti di razza ebraica che appartengono ai ruoli delle scuole di cui al precedente art 1 saranno sospesi dal servizio; sono a tal fine equiparati al personale insegnante i presidi e i direttori delle scuole anzidette, gli aiuti e assistenti universitari, il personale di vigilanza nelle scuole elementari, Analogamente i liberi docenti di razza ebraica saranno sospesi dall'esercizio di libera docenza.
Benito Mussolini e
 re Vittorio Emanuele III

Di fatto da quel giorno diventarono ufficiali le leggi razziali,che cacceranno fuori dalle scuole italiane bambini e insegnanti ebrei, una macchia indelebile nel nostro Paese. Ma quale fu l'effetto di tutto ciò in Garfagnana? Non esistono documentazioni scritte (o almeno io non l'ho trovate)su particolari provvedimenti adottati nella nostra valle, ma in compenso possiamo attingere a fonti orali da cui si può trarre spunti di riflessione interessanti.
Le leggi razziali del 1938 non ebbero conseguenze fattive o significative in Garfagnana per il semplice motivo che ebrei non ve ne erano, la consolidata religione cattolica era presente più che mai in ogni famiglia, quello che è intrigante è vedere come apparirono agli occhi degli scolaretti innocenti di allora le leggi sulla razza. Questa testimonianza è di Adelina classe 1929 di Castelnuovo Garfagnana, al tempo frequentava la terza elementare nel capoluogo garfagnino e ricorda nitidamente tutto questo: 
"Tutta la scuola fu convocata nell'aula magna, se ricordo bene erano
Scuola fascista al saluto romano
i primi giorni, la maestra ci disse che il direttore ci doveva leggere una lettera del re...Come sempre entrammo nell'aula magna, prima di tutto si salutò rispettosamente il direttore e poi al saluto romano rendemmo omaggio al quadro del duce e di Vittorio Emanuele III. Il direttore ci disse che parlava non per se ma per bocca del re, questo frase mi rimase impressa nella testa, perchè fu ripetuta più volte, solo con gli anni capì il significato di questo ripetersi del direttore, probabilmente lui non era d'accordo con queste nuove leggi, ma comunque doveva leggerle visto che il suo ruolo glielo imponeva. Fattostà che cominciò a leggere passo passo tutta la legge, articolo per articolo...e io in questa "lettera" del re non c'avevo capito proprio nulla. Come me molti altri bimbetti, infatti una volta rientrati in classe si chiese spiegazioni alla maestra. Era la prima volta che sentivo parlare di ebrei, non sapevo neanche della loro esistenza o chi fossero, pensai solamente nella mia testa di bambina che la dovevano aver combinata grossa per essere cacciati da tutte le scuole del regno e invece povera gente...
"

Un altra bella testimonianza viene da Piazza al Serchio, lui è Rino, ottant'anni suonati, ma anche qui la mente è vivida: 
"Queste famose leggi sulla razza a noi le lesse il maestro in classe, in "quattro balletti", pochi ci capirono qualcosa, i bimbetti più curiosi chiesero spiegazioni, il maestro le liquidò dicendogli semplicemente di farsele spiegare dal prete, praticamente fece come Ponzio Pilato se ne lavò le mani e i piedi, a me non è che sinceramente me ne fregava più di tanto, io dopo la scuola dovevo pensare al pascolo delle pecore. Però un giorno passò il prete da casa, come al solito per "raccattare" qualche "ovo" e due pomodori freschi dell'orto, la mamma allora mi mandò nel campo a staccare qualche verdura per il prete e quando gli consegnai gli ortaggi mi ritornarono in mente le parole del maestro e allora così a bruciapelo gli domandai - Ma chi sono gli ebrei?- e lui senza batter ciglio così mi disse:-Sono quelli che hanno condannato Gesù alla croce perchè non riconoscevano in lui il figlio di Dio- e poi aggiunse questo passo della Bibbia: - E sarete maledetti voi, e i figli dei vostri figli, e tutta la vostra genia... e quello che succede in questi giorni sono le
conseguenze che pagano!-. Devo dire la verità, così come me la buttò giù questi ebrei mi fecero una gran rabbia e dentro di me pensai che ben gli stava di essere cacciati da scuola, loro erano i colpevoli della morte di quel Gesù che pregavo tutte le sere e poi le parole del prete a quel tempo erano prese come oro colato. Poi per fortuna si cresce e si comincia a capire molte cose ed ecco che allora a quel prete oggi risponderei con un altro passo della Bibbia: "Non c'è nè giudeo nè greco, non c'è nè schiavo nè libero, non c'è nè maschio nè femmina; poiche siete tutti una persona unitamente a Gesù Cristo".
Quest'ultimo ricordo che vado a narrare invece fa riferimento ad un'altra infamia: "Il manifesto della razza". Questo fogli pubblicati su "Il giornale d'Italia" divennero la base ideologica e pseudo scientifica della politica razzista dell'Italia fascista. La pubblicazione uscì il 14 luglio 1938 e anticipò di qualche mese le leggi razziali. Sul quotidiano furono  elencate dieci "regole" in cui ad esempio si affermava che: "esistono grandi razze e piccole razze", oppure, "La popolazione dell'Italia attuale è nella maggioranza di origine ariana e la sua civiltà ariana" e ancora, "E' tempo che gli italiani si proclami francamente razzisti" e poi, "Gli ebrei non appartengono alla razza italiana". 
"Il manifesto della razza"
 luglio 38
"Questi manifesti ed altri ancora erano affissi come da regolamento per le vie del paese -dice Luigi da Barga- a me personalmente non ricordo che a scuola mi abbiano letto le leggi razziali, ma ricordo bene questi manifesti perchè alcuni invece che essere scritti erano illustrati. Ne ricordo uno che diceva: "Non vi possono essere ebrei..." e poi c'era il disegno di una banca con una croce sopra come segno di diniego, oppure anche una scuola, o sennò un comune. Secondo me questi cartelli illustrati avevano maggiore effetto perchè rimanevano impressi anche nella memoria dei bambini proprio come al tempo successe a me. Un altro cartello invece aveva degli omini ritratti e descriveva che gli ebrei non potevano fare il servizio militare o che non potevano avere domestici italiani e altre cose ancora.
Quando uscì il "manifesto della razza" molti dei compaesani e sopratutto i ragazzi più grandi si convinsero veramente di essere una razza superiore, qualcuno dava la caccia perfino all'ebreo che assolutamente non c'era nella nostra zona, però qualcuno incredibilmente cominciava anche a seminare sospetti fra le persone che magari vedeva o conosceva da anni perchè secondo le caratteristiche fisiche imposte dal regime un ebreo doveva avere un naso aquilino, occhi color azzurro scuri e le "borse" sotto gli occhi e quando questi giovani esaltati vedevano qualcuno con simili caratteristiche fiorivano mille illazioni e mille diffidenze. Pensare che tutte queste norme questo era supportate anche da importanti scienziati e professori
italiani mi da ancora i brividi".
Come abbiamo letto da queste testimonianze bastava veramente poco per insinuare nelle persone il dubbio, la paura del "diverso". Bastava una parola di un prete o una firma su una legge per sancire una verità assoluta, e' proprio vero l'ignoranza ha fatto più morti che dei fucili. Oggi niente è cambiato nonostante tutti i mezzi che abbiamo a disposizione per conoscere e sapere, ancora oggi ci fidiamo sempre e del solito "ho sentito dire...".



Fonte:

  • Testimonianze raccolte da me nei quaderni di scuola di Moni Albertina (mia mamma)
Bibliografia
  • "Il Tirreno" 3 settembre 2018 di Fabio Demui "5 settembre 1938: il re firma a San Rossore le leggi razziali, inizia il calvario degli ebrei"

mercoledì 24 giugno 2015

Sui banchi del regime. La scuola in Garfagnana all'epoca del fascismo

Le attività scolastiche sono ricominciate per la "gioia" infinita di tutti i bambini. Oramai per loro (e anche per noi adulti) le solatie giornate estive cominciano ad essere un ricordo piacevole, l'autunno è alle porte e come è consuetudine la scuola e nuovamente cominciata. La scuola già... per tutti (o quasi)dai nostri genitori, nonni e bisnonni gli anni dell'istruzione hanno voluto dire sacrificio, dedizione e in alcuni (forse molti) casi noia e uggia. Ma però la scuola italiana non è sempre stata uguale nel corso degli anni e si vuole le differenze con i decenni che trascorrevano sono diventate abissali. Infatti, se mi è permesso vorrei consigliare la lettura di questo articolo a qualche bimbo della scuola di oggi, che magari si lamenta di una maestra un po' troppo severa, a mio avviso la lettura di questo modesto pezzo può servire a far comprendere anche a loro l'evoluzione e le differenze fra la scuola di oggi e quella di oltre ottanta anni fa. Questa, comunque sia, è la scuola in Garfagnana nel 1940 in piena era fascista.
Partiamo con il fare due conti spicci e incominciamo con il dire che nei primi anni 20 del '900 l'Italia aveva circa 37 milioni di abitanti e in questo quadro la Garfagnana si presentava come una zona prevalentemente agricola e con un altissimo numero di analfabeti. Dai documenti ancora esistenti nell'Archivio Storico Centrale di Roma risulta che nel 1921 il 25% dei giovani garfagnini fra i 21 e 29 anni non sapeva leggere. Peggio ancora andava per le signorine garfagnine, nella solita fascia d'età la percentuale saliva al 31%,una percentuale a dir poco impressionante, se poi salivamo ancora d'età i numeri aumentavano in maniera vertiginosa. Il fascismo sali al potere nel 1922 e immediatamente l'anno dopo fu attuata la riforma della scuola, la famosa riforma Gentile, definita dallo stesso Mussolini "la più fascista delle riforme" e infatti lo stesso duce in un discorso del 5 settembre 1935,XIII° anno del era fascista puntualizzava:
"Ora poichè nella scuola passano tutti gli italiani è necessario che essa in tutti i suoi gradi sia intonata a quelle che sono oggi le esigenze spirituali, militari ed economiche del paese" 
e così fu, la scuola diventò uno dei luoghi privilegiati dove plasmare il fascista del futuro sotto il motto "Libro e moschetto fascista perfetto". Bambini e bambine garfagnine vennero inquadrati fin dalle elementari in organizzazioni di tipo paramilitare, per
questo nel 1926 venne istituita per i ragazzi l'Opera nazionale Balilla che aveva carattere parascolastico e come detto paramilitare: con essa si intendeva "dare l'assistenza e l'educazione fisica e morale, ai giovani dagli 8 ai 18 anni. Impartire l'educazione religiosa, spirituale e culturale, lo sport, l'educazione militare e professionale. "L'O.N.B" (l'opera nazionale Balilla) fu divisa per età e sesso. I ragazzi furono ripartiti ne i Figli della Lupa (6-8 anni),Balilla (9-10 anni),Balilla moschettiere (11-13 anni) e
Balilla
Avanguardisti (14-18 anni). Le ragazze furono ripartite nelle Figlie della Lupa (6-8 anni),Piccole italiane (9-13 anni) e Giovani italiane (14-17 anni).Natalina di Castelnuovo ricorda:

-La mattina a scuola la prima cosa che si faceva era la preghiera e dopidichè immediatamente si urlava tutti insieme salutando romanamente - W il Duce !!!-.
Ascoltando i ricordi della gentile signora Natalina chiudendo gli occhi sembra di vivere quei momenti:
-Nell'ingresso della scuola c'era una campana appesa alla parete che suonava sia l'entrata che l'uscita. L'entrata suonava due volte poi il portone veniva chiuso e chi arrivava in ritardo doveva tornare a casa senza e senza ma.-
Ogni scuola piccola o grande che fosse doveva obbedire alle direttive che venivano da Roma per quanto riguarda perfino l'arredo stesso, la dotazione infatti prevedeva: il crocifisso, i
ritratti del re e del duce, la bandiera e il bollettino della vittoria della prima guerra mondiale, poi i cartelloni per l'insegnamento, gessetti, lavagne in ardesia e carte geografiche che dovevano servire soprattutto per appuntare con gli spilli l'avanzata dell'esercito italiano in Africa e non poteva mancare nelle scuole più grandi come quelle di Gallicano, Castelnuovo e Barga l'altoparlante collegato alla radio attraverso il quale era possibile ascoltare i discorsi del duce e sempre a proposito di arredamento e dotazioni varie, sempre Natalina ci spiega come andava a scuola
- A scuola mi accompagnava la mamma, a quel tempo non c'erano i pulmini, mi facevo a piedi cinque chilometri ad andare e cinque a tornare. Il banchino era a due posti, il piano era inclinato e sotto c'era l'appoggia piedi, sul piano c'erano due fori dove si metteva il calamaio che conteneva l'inchiostro. Com'era il mio astuccio !? Il mio astuccio era una scatolina di legno con un coperchio che scorreva dentro delle guide e ci tenevo la penna che era un'asticciola di legno dove inserivo i pennini, un lapis e una gomma e siccome la gomma cancellava male e lasciava segni sul quaderno prendevamo allora della mollica di pane ci facevamo una pallina e con quella potevamo cancellare meglio il lapis.-
Non si usavano zainetti, ma borse di tela o di pelle, a seconda delle possibilità delle famiglie, oppure si tenevano legati i libri con un elastico. Per la gioia di tutti i bambini e nonostante che si
Libro di testo II
ELEMENTARE
pensi il contrario i giorni di festa durante l'anno scolastico erano molti di più che di adesso, infatti oltre a quelli che conosciamo oggi, esistevano tutta un'altra serie di feste legate indissolubilmente alla Patria: il 28 ottobre (anniversario della Marcia su Roma), il 4 novembre(anniversario della vittoria della I guerra mondiale), l'11 novembre (il compleanno del re Vittorio Emanuele III),l'8 gennaio (compleanno della Regina Elena), 23 marzo (fondazione dei fasci di combattimento),21 aprile (compleanno di Roma e festa del lavoro),7 maggio (festa dell'Impero),24 maggio (entrata in guerra dell'Italia).Altri giorni di vacanza previsti erano: San Giuseppe (19 marzo), l’Ascensione, il Corpus Domini, San Pietro e Paolo, insomma era una pacchia per chi se la poteva permettere, perchè festa a scuola non voleva quasi mai dire festa a casa. Carolina di Gallicano ricorda che:

- Appena finita la scuola la prima cosa che dovevo fare era mangiare  e poi subito di corsa dal babbo, dovevo aiutare nei campi, "governare" le bestie e guardare i miei fratelli più piccoli e...anche quelli più grandi, quando mi rimaneva tempo e se mi rimaneva facevo i compiti, gli unici giorni di festa piena erano tutte le feste religiose, per le altre se non si andava a scuola si lavorava a casa...Preferivo andare a scuola-
Croce e delizia erano (e sono) le pagelle: italiano, matematica, storia, ma nel 1940 oltre alle classiche materie dovevamo aggiungerci: disegno e bella scrittura, ortografia cultura fascista, lavori donneschi (per le femmine) e manuali (per i maschi), igiene e cura della persona. Come abbiamo visto era tutto incentrato sul duce e il fascismo, perfino la declinazione dei verbi era incentrata su questo culto della persona, da dei libri di testo si legge:"io amo Benito Mussolini, tu ami Benito Mussolini, egli ama Benito Mussolini, noi amiamo Benito Mussolini , voi amate Benito Mussolini..." e così via. E i problemi matematici???? Leggete un po'questi, tratti da dei quaderni di una III elementare di Gallicano nel 1940: 
1) Diciotto Balilla partecipano ad una gita scolastica: se tutti pagassero, la quota di ciascuno sarebbe di lire 17,50. Siccome pagano soltanto 15 Balilla, quanto paga ciascuno di essi?
2) La corazzata «Vittorio Veneto» è armata con 9 grossi cannoni, con 12 di medio calibro, 12 di piccolo calibro e 20 mitragliere. Quante armi sono pronte sulla possente nave? 
Infine voglio chiudere con una bellissima testimonianza della signora Lidia che al tempo frequentò le elementari anche lei a Gallicano. Una testimonianza struggente che non lascia spazio alla parole, ma a una profonda riflessione:
-Ho frequentato la scuola dal 1933 al 1937-38. A causa di una malattia, non ho potuto finire la quinta. Non ricordo con piacere il periodo scolastico perché le maestre picchiavano. Mi ricordo che partivo da casa con un grembiule nero (o con la divisa quando c’era ginnastica, come dettavano le leggi fasciste) e percorrevo i due chilometri che separavano la mia casa dalla scuola a piedi.
A scuola mi aspettavano le maestre e poche materie: italiano, storia, geografia, scienze e matematica, ma per me erano anche troppe. Mi ricordo che i compiti erano molti, ma non li facevo perché andavo a lavorare nei campi. I miei genitori criticavano la scuola, perché non lasciava lavorare i figli in campagna e quindi
Una scolaresca femminile negli anni 40
la terza da destra è la mia mamma
dovevano lavorare di più loro. Io considero la scuola di oggi migliore della mia perché si impara di più e le maestre non picchiano. Il momento più bello della giornata era l’intervallo.
Io, della mia vita scolastica ricordo un episodio molto spiacevole che mi ha fatto vergognare di fronte ai compagni. Il primo giorno mi recai a scuola con una cartella di tela che mia mamma aveva ricavato, visto che non c’erano soldi, dal fondo di un sacco per il frumento. Arrivata a scuola, l’appoggiai sulla sedia, ma appena la maestra la vide, la prese, la svuotò e la buttò dalla finestra, rimproverandomi e dicendomi che non si poteva venire a scuola con una cartella simile.-
Così era sui banchi del regime...