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mercoledì 13 settembre 2017

"Il tiro della forma". Storia e origini di uno sport e di un mondo tutto particolare...

Il momento del lancio
Chi vuole identificare la Garfagnana in un gioco non può pensar
altro che a "Il tiro della forma", inutile girarci intorno la passione, l'esaltazione e il fanatismo che ha dentro di sè questo sport nemmeno il calcio. Ormai si pratica in pochi luoghi della nostra valle, ma dove ancora si gioca intorno a se vive un mondo particolare, fatto di varia umanità, di strategie, di alleanze e di... scommesse. E' sempre stato così fin dai secoli scorsi, in certe epoche per evitare disordini sociali fu anche proibito il suo svolgimento in modo da tenere pacifiche le nostre umili comunità. Infatti il gioco ha origini antichissime e come ogni gioco che si rispetti ha le sue regole e le sue leggi. Ma andiamo per gradi e prima di approfondire l'argomento spieghiamo bene a chi non conosce questo passatempo in cosa consiste. Le sue regole generali sono semplici a dirsi: fra due contendenti vince colui che riesce a tirare (o meglio a far rotolare) una forma di formaggio il più lontano possibile, detto così lo scopo del gioco può essere quasi puerile, al limite dell'infantile, ma alla fine di questo articolo il mio ignaro lettore cambierà idea.
Il luogo in cui si svolge oggi (e sempre si è svolto) è all'aria
Il campo di gioco: il tiro (Gallicano anni 80)
(tratta da Daniele Saisi blog foto di
Adolfo Da Prato)
aperta, di solito è situato all'ombra dei nostri secolari castagni o nelle piane del fiume, nei tempi remoti il gioco si svolgeva però per le vie dei paesi. Ma per quale motivo in Garfagnana è nato e si è sviluppato questo anomalo e bizzarro divertimento? L'illustrissimo professor Alcide Rossi nel suo libro "Folklore garfagnino" del 1967 individua tre cause, la prima fa riferimento alle caratteristiche economiche della Garfagnana e quindi alla forte attività pastorizia e alla conseguente abbondanza di formaggio pecorino, la seconda la si può ricercare nelle scarse e disagiate vie di comunicazione per raggiungere i borghi vicini, perciò per rompere la monotonia paesana i pastori locali s'inventarono questo svago per grandi e piccoli, la terza causa stava nel poco costo e nella grande produzione di
il raro libro di Rossi di
mia proprietà
formaggio, per questa ragione perderlo o vincerlo non incideva in maniera particolare sul portafoglio del giocatore. 

Prima di cominciare una partita seria a monte di tutto esisteva un cerimoniale vecchio di secoli, così agli inizi del 1900 a Castelnuovo (in località Carbonaia) il giovedì verso le due quando terminava il mercato cittadino, gli uomini raggiungevano "il tiro"
(n.d.r: così si chiama il luogo della competizione), appassionati e curiosi si accalcavano nel luogo stabilito pronti ad assistere ai consueti rituali; uno dei partecipanti si avvicinava alle pile delle forme di formaggio e una volta scelta la più adatta a sè (secondo gli allenamenti fatti o al proprio fisico)l'alzava in alto in segno di sfida, una volta che questa era stata accettata ci si accordava sulle regole da mettere in campo, giacchè erano tre le varianti della competizione. La prima era quella classica ed era chiamata "la scinta" e consisteva nel lanciare la forma una sola volta, il più lontano possibile, oppure si poteva
il momento della scelta della forma
(archivio Pascoli.Comune di Barga)
anche scegliere per "la sfunata e rivolta", ossia era possibile fare anche un tiro (oltre che di andata) di ritorno sul medesimo percorso. Il cosiddetto "rivoltatiro" era la seconda opzione, qui i due giocatori facevano il proprio lancio dalla medesima posizione e il secondo in direzione opposta nel punto esatto in cui si era fermata la forma dell'avversario nel tiro precedente. Infine la terza e ultima modalità era chiamata in maniera diversa da paese in paese e così la si poteva denominare sia "vantaggio", "resa", "aggiunta" o "abbuono" e veniva solitamente applicata quando era evidente la differenza di forza fra un competitore ed un altro, in questo caso il più forzuto concedeva qualche metro di vantaggio al più mingherlino, questo vantaggio veniva misurato "a pugno" o a "bracciata". Vediamo gli strumenti indispensabili per qualsiasi rispettabile concorrente, Alcide Rossi descrive minuziosamente in
Qui si vedono bene il tricciolo,
 la manetta, il briolo e il bracciolo

termini tecnici tipicamente garfagnini tutti gli utensili per una buona partita e spiega che stabilita la modalità di gioco la forma viene bucata sul dorso, in modo da identificarla come prenotata e sopratutto tale buco servirà per introdurvi il piccolo nodo che si trova sull'estremità del "tricciolo". Il "tricciolo" è una cinghia intrecciata fatta solitamente di canapa ed è l'indispensabile attrezzo che serve per avvolgere, lanciare e dare il movimento rotatorio alla forma, normalmente non è larga più di due o tre centimetri e la sua lunghezza deve essere tale da arrotolare tre volte e mezzo le piccole forme e quattro volte le grandi, termina con una "manetta", un passante in cui il giocatore introduce la mano, altro aggeggio essenziale e il "brioloun traversino di legno di cinque o sette centimetri che si afferra fra il dito indice e il medio e serve per sostenere e tener ben ferma la forma. Fondamentale per la salute del giocatore è invece il "bracciolo", cioè un bracciale di cuoio di otto centimetri di larghezza da mettersi ben stretto al polso, che fa si che i tendini del polso stesso non si strappino, in special modo quando si tirano forme che superano i quindici o anche i trenta chili di peso.
Prima di effettuare qualsiasi lancio esiste anche una parte squisitamente tecnica, dove i giocatori controllano le forme di formaggio, le battono con le nocche per verificarne la compattezza e
vengono anche provate sul terreno di gioco per vederne l'equilibratura, viene poi ispezionato anche il rettilineo dove si svolgerà la partita per ravvisare bene quale percorso fare alla propria forma.
Un semplice pari o dispari decide chi inizia per primo:
"L'atleta sorteggiato per primo cinge la forma il più aderente possibile con il "tricciolo" introduce la mano nella "manetta", aggiusta "il briolo" ad una distanza tale da essere strettamente afferrato, alza e abbassa alcune volte il braccio quasi a provarne la perfetta elasticità e si  accinge "a sfunare" cioè a lanciare la forma. La folla che nel frattempo vociava e lanciava frizzi come per incanto al grido di "eccola, eccola" sgombra la pista tirandosi ai margini e sgrana gli occhi su tutti i movimenti del tiratore, il quale prima inizia la rincorsa adagio adagio, poi accelera sempre più e giunto alle vicinanze del segno, precedentemente fatto sul terreno e che non deve oltrepassare, spicca un salto e "sfuna" o "scinge" la forma"
Già il salto. Il salto sembra una cosa da poco ma è basilare per una

(Archivio Pascoli-Comune di Barga)

buona riuscita del lancio, importante è che sia eseguito al tempo propizio, con eleganza ed elasticità nei movimenti. La partita naturalmente si concludeva con un vincitore che generalmente diventava proprietario della forma, almeno che non ci fosse stato il precedente accordo di giocare "a gode", in quel caso la forma veniva totalmente pagata dallo sconfitto che però aveva diritto alla metà. Una regola a cui si conformavano tutti "i tiri" della valle era quella che se nel caso la forma di formaggio si fosse spaccata per un urto o altro qualsivoglia incidente ai competitori spettavano i pezzi più grossi e gli spettatori più svelti (di solito erano i bambini) si potevano accaparrare il resto. Per chi non ha conosciuto questi luoghi non può immaginare cosa ci girava intorno, tutto questo rappresentava un momento di forte aggregazione, la folla che assisteva alle partire era pervasa da emozioni forti che rasentavano la totale esaltazione: 
" Era tutto un vociare, uno stringere mani, un dare consigli ai
L'ambiente del tiro
Gallicano anni'80 (tratta da
Daniele Saisi blog foto di Adolfo Da Prato)

(
tiratori, un sussurrare all'orecchio dell'atleta su cui era stata puntata la somma, chissà quali raccomandazioni segrete, un agitarsi frenetico ed un trinciar giudizi su questo o su quel tiratore"
I giocatori più forti erano visti come delle vere e proprie star, la loro fama si spandeva per tutta la Garfagnana, ma naturalmente quello che attirava (e attira) di più la gente erano (e sono) le scommesse, la possibilità di racimolare un bel gruzzoletto la faceva da padrona e si puntava dalle piccole somme a somme ben consistenti su questo o su quel giocatore, allora a quel punto la trepidazione saliva di partita in partita e l'agitazione si sentiva nell'aria, speranza e timore erano i sentimenti che prevalevano e di li a poco gli animi si sarebbero sicuramente surriscaldati (aiutati da qualche bicchiere di vino) e non era difficile che al culmine della partita ci fosse qualche contestazione sulla sua regolarità ed allora ecco che scoppiava la baruffa e il passo dalla baruffa alla rissa era breve... Era proprio per questi motivi che nei tempi andati il gioco era stato proibito. Nel 1605 a Camporgiano era stato ordinato che:"per evitare li scandali ed ogni altro buon rispetto, nessuna persona terriera o forestiera aderisca, ne presuma tirar trottole di legno"Infatti certe volte quando le competizioni si svolgevano all'interno dei paesi capitava spesso e volentieri che le forme urtando sui muri delle case si rompessero ed allora in alcuni casi erano sostituite con forme di legno. Comunque sia anche Gallicano nel 1668 ribadì il suo no a questo sport: "Per l'avvenire s'intende sia proibito nel Castello di Gallicano e suo territorio ad ogni persona di tirar formaggio, girella, ecc per le strade o altrove senza licenza del signor Commissario, pena di due scudi d'oro per uno". A Vergemoli
Ancora oggi in certe occasioni speciali si
tira la forma nei paesi
invece furono molto più risoluti, era il 1764: "il giuoco, della trottola, forma o ruzzolone e perpetuamente bandito e proibito da S.A Serenissima entro l'abitato di Vergemoli", non contenti l'anno successivo inasprirono la legge quando il gioco venne vietato "in tutta la terra di Vergemoli". Dentro il paese non era nemmeno difficile che un povero malcapitato prendesse una forma sulla testa e così a Palleroso nel 1848 si denunciava che: "gravi danni ai fabbricati ivi esistenti ma anche pericoli dei viandanti terrieri o forestieri, che anzi, giorni orsono fu sorpresa una giovane che transitava per la strada da un colpo di forma, che la rovesciò in terra tramortita, con relative contusioni". Nonostante le proibizioni nessun paese rispettava la legge e si continuava tranquillamente a giocare, a sorvegliare sul mantenimento dell'ordine pubblico c'erano gli agenti comunali che spesso invece di vigilare...: "L'agente del luogo anzichè impedirlo è uno dei giocatori che colla presenza, e coll'esercizio incoraggia gli altri ad un gioco tanto riprovevole e pericoloso nelle pubbliche strade". Su questo divertimento volle metter becco anche la Chiesa, possiamo immaginare il proliferare di bestemmie ed improperi e allora ci si ricordò di un fantomatico articolo 4, di una notificazione datata 7 aprile 1820 che così diceva: "Nei giorni di Festa è proibito

qualsiasi gioco, e soltanto potranno esercitarsi i permessi della legge, ultimate però le funzioni ecclesiastiche della sera".
Insomma come vedete il tiro della forma per la Garfagnana non è un semplice passatempo, ma è un qualcosa che è intimo, vivo e palpitante e per chi non ha mai visto o vissuto l'ambiente del "tiro" consiglio di farci un salto, almeno una volta, scoprirete tutti i sentimenti del genere umano...


Bibliografia:

  • "Usanze, credenze, feste, riti e folclore in Garfagnana" di Lorenza Rossi edito dalla Comunità Montana della Garfagnana- Banca dell'identità e della memoria, anno 2004
  • "Folklore garfagnino (il tiro della forma)" di Alcide Rossi edito Leo S. Olschki Firenze, anno 1967

mercoledì 22 giugno 2016

Storie di guerra in Garfagnana. La Divisione Alpina Monterosa.

E' facile parlare e scrivere dei vincitori. I vincitori dall'alto
Alpini della Monterosa
del loro piedistallo hanno la possibilità di raccontarci anche di come hanno vinto, ma certe volte il vincitore si fa prendere la mano e spesso racconta la vittoria come meglio gli piace. Questo "fenomeno" accade spesso in storia e il detto "la storia la scrivono i vincitori" conferma la veridicità del concetto. Al contrario (sempre in storia) non è invece per niente facile scrivere dei vinti, si può passare per revisionisti, nostalgici e sospettati di faziosità estreme. Non dovrebbe essere così se colui che scrive, scrive con l'intento di raccontare i fatti per il semplice interesse della conoscenza. Per questo motivo che scrivere di "Divisione Monterosa" non è sempre così semplice. Molti conosceranno questa divisione di alpini, ma altri no e allora addentriamoci nei meandri della sua storia. La Divisione Alpina Monterosa fu una delle grandi unità allestite dalla Repubblica Sociale Italiana che si formò dopo l'armistizio sotto la guida di Benito Mussolini, operò anche in Garfagnana durante il secondo conflitto mondiale e nella nostra valle insieme alla Divisione americana Buffalo, ai reparti brasiliani della F.E.B, all'esercito tedesco e alle forze partigiane fu tra i protagonisti di battaglie e scontri violenti. Erano considerati i cattivi, i nemici, facenti parte di un regime che aveva portato guerra, distruzione e morte nelle case dei garfagnini. Arrivarono in Garfagnana nell'autunno del 1944 provenienti dalla riviera di levante ligure, operavano nella zona compresa tra Genova e La Spezia, dove avevano avuto il compito di impedire sbarchi alleati.Cessata l'emergenza in Liguria una buona parte di essa fu trasferita verso sud, nella nostra Garfagnana dove gli fu assegnata una nuova
il motto della
Monterosa
missione: sbarrare la strada verso la Pianura Padana ai reparti brasiliani e alla forze della V armata americana e pensare che quando arrivò nelle nostre zone era stata costituita da pochi mesi, esattamente il 1° gennaio 1944, formata per il 19% da ufficiali, sotto ufficiali e truppa che già facevano parte dell'esercito regio. Alla fine il numero di alpini arruolati fra i volontari e la chiamata alle armi(di quelli che risposero...) dalle forze di leva del 1924 e 1925 salirà a ben 20.000 unità. L'obiettivo iniziale della Monterosa unitamente alle altre grandi unità (Divisione Bersaglieri Italia, Divisione Granatieri Littorio, Divisione di Fanteria di marina San Marco con la Brigata di riserva) era (cito testualemte)"riprendere il combattimento al fianco dell'alleato germanico ed opporsi all'invasione della penisola da parte degli Angloamericani", per fare questo l'intera divisione venne spedita in Germania dove nei campi di Hetiberg, Feldstetten e Munsingen venne addestrata per sei lunghi e duri mesi all'intensissima esercitazione tedesca da istruttori nazisti. Al termine dei sei mesi la divisione si schierò a Munsingen dove il 16 luglio 1944 fu passata in rassegna da Benito Mussolini, che tenne poi un discorso che entusiasmò i reparti, cui segui la consegna delle bandiere da combattimento. Dalla consegna di quelle bandiere cominciò per questi poveri soldati una parentesi di morte che li porterà nel teatro di guerra garfagnino, dove furono

impegnati nell'ormai famosa "Battaglia di Natale" (per il resoconto della battaglia leggi:http://paolomarzi.blogspot.it/il-piu-tragico-natale-che-la-garfagnana.html, l'unica operazione di guerra lungo la penisola italiana nella quale le forze congiunte della R.S.I e tedesche riuscirono a far arretrare gli alleati. Ma nel corso della guerra furono comunque molti gli episodi che videro coinvolti questi uomini, uno di questi vide protagonista il Sotto tenente Paolo Carlo Broggi, nato nel 1923 a Lanciano arruolato volontario nell'esercito
Mussolini passa in rassegna la Monterosa
a Munsingen(Germania9
a soli 17 anni, croce di guerra al valor militare nelle campagne di Grecia ed Albania. Dopo l'otto settembre senza esitare decise di arruolarsi nelle forze armate repubblichine. Giunse così in Garfagnana quando il 30 ottobre 1944 durante un'attività di pattuglia, 
alla ricerca di un gruppo di partigiani colpevoli di aver depredato un camion di viveri della divisione,stava risalendo con i suoi uomini dall'Isola Santa verso Careggine, quando ci fu un tremendo scontro a fuoco con i partigiani della Lunense, nell'occasione morì un caporale della Monterosa mentre Paolo Carlo Broggi fu ferito e catturato. Dopo un frettoloso processo gli fu chiesto di rinnegare il giuramento di fedeltà fatto alla Repubblica Sociale (in cambio avrebbe avuto salva la vita),lui non accettò e il 7 novembre presso la foce di Careggine fu fucilato dal plotone d'esecuzione, fu sentito gridare: "L'italia può fare a meno di me, non del mio onore". Il fuoco gli stroncò la vita a soli ventuno anni. Il corpo venne gettato in una fossa comune, dove nel gennaio 1945 fu recuperato. Oggi alla Foce di Careggine, sul luogo del suo sacrificio è stata eretta dopo la guerra una croce in pietra in sua memoria, sulla quale sono scolpiti una piccozza ed un cappello alpino. Non ci si può nemmeno dimenticare di Umberto Lanzetta vent'anni, quando viene mandato sulla Linea Gotica, fronte Garfagnana, ad opporre l'ultima resistenza alle forze americane.
Paolo Carlo Broggi
Umberto (originario di Verbania) venne assegnato al plotone ciclisti della compagnia comando reggimentale con il compito di riferire degli spostamenti del nemico dal suo punto di osservazione, ciò voleva dire esporsi al fuoco nemico e fu così infatti che il 28 novembre 1944 mentre si trovava in linea a quota 832, la postazione degli alpini fu investita dal fuoco dei mortai americani. Umberto nonostante le esortazioni dei compagni di mettersi al riparo uscì dalla propria postazione per intercettare la posizione del fuoco nemico, in quest'attimo una granata esplose vicino a lui ferendolo gravemente. Ricoverato, subì l'amputazione del braccio ma la cancrena procedeva comunque inesorabile. Poco prima di morire aveva ricevuto una lettera dalla mamma a cui lui aveva risposto:"...Non importa se i nostri sacrifici non saranno riconosciuti e saranno dimenticati o derisi. Quale premio più grande della nostra coscienza di aver agito in una causa in cui credevamo...". Umberto non si riprese e morì il 13 gennaio 1945. Alla sua memoria gli è stata conferita la medaglia di bronzo al valor militare.

La chiesa di san Rocco a Palleroso
In ricordo dei caduti della Divisione Monterosa (forse pochi lo sapranno), in Garfagnana esiste un Sacrario nella piccola frazione di Palleroso (comune di Castelnuovo Garfagnana). Il paesino fra l'agosto e settembre 1944 e il marzo aprile 1945 fu sede della Divisione alpina. All'ingresso del centro abitato sorge infatti la Chiesa di San Rocco e fu proprio nei pressi della chiesa che prese postazione il comando del Battaglione Brescia del 2° Reggimento Alpini. La guerra non risparmiò gli abitanti di Palleroso e i bombardamenti ripetuti misero in ginocchio questa piccola comunità e solo il 18 aprile 1945 lo strazio ebbe fine, quando in paese giunsero le avanguardie delle forze alleate. Da quel momento l'unico pensiero degli abitanti fu quello di ricostruire e di dare degna sepoltura ai tanti morti. Passarono gli anni e nel 1970 grazie all'interesse di Don Adelmo Tardelli e
L'interno della chiesa
chiesa con le lapidi
dell'Associazioni Alpini Monterosa fu deciso di ospitare all'interno della chiesa di San Rocco il Sacrario alla memoria degli Alpini caduti. Delle grandi lapidi di marmo raccolgono i nomi di oltre 770 soldati in rigoroso ordine alfabetico.

Alla fine della guerra la Divisione contò 1100 caduti, 142 decorazioni assegnate, tra le quali una medaglia d'oro al valor militare, 89 encomi e numerose croci di guerra. Venne sciolta il 28 aprile 1945 dal maresciallo Rodolfo Graziani che emanò l'ordine di cessare le ostilità. 
Dal dopo guerra in poi la Monterosa non fu riconosciuta ufficialmente nei raduni degli ex alpini, pertanto coloro che avevano combattuto in questa formazione secondo l'A.N.A (Associazione Nazionale Alpini)non potevano fregiarsi del titolo di alpini, ma il 27 maggio 2001 l'associazione decise di annullare questa norma dichiarando di fatto: "di riconoscere che tutti i giovani che hanno prestato servizio militare in un reparto alpino, in qualsiasi momento della storia d'Italia e quindi anche dal 1943 al 1945, poichè hanno adempiuto il comune dovere verso la Patria, siano considerati Alpini d'Italia".
Sono passati molti decenni da quei tragici anni e per fare un'analisi completa dei fatti non basterebbero sicuramente queste poche righe. Possiamo dire che per questi ragazzi fu la scelta di un ideale. Quei giorni dopo l'armistizio furono fatte riflessioni e scelte difficili che ormai a distanza di settant'anni è impossibile giudicare. Distinguendo il bene dal male furono momenti problematici per tutti, per i graduati come per i semplici soldati di truppa, fagocitati dalla storia e da scelte politiche più grandi di loro.