mercoledì 26 aprile 2017

Gli I.M.I, una tragedia poco conosciuta. Storia di un deportato garfagnino.

Erano questi i giorni in cui finiva la seconda guerra mondiale.
Passarono sei lunghi anni da quel primo settembre 1939 quando la Germania invase la Polonia, sei lunghi anni pieni di orrori, morte e fame. Con il trascorrere del tempo e con la scoperta di tutte le nefandezze perpetrate questa guerra fu considerata fra le più cruente di tutta la storia dell'umanità. Ma finalmente arrivarono anche i giorni dell'aprile 1945 e con la fine di queste barbarie cominciava la speranza di una vita nuova. Era comunque difficile ripartire, la memoria delle persone era ancora invasa dalle brutte immagini e sensazioni di quegli anni e nel frattempo si veniva anche a conoscenza della tragica fine di sei milioni di ebrei, di Auschwitz, dei campi di sterminio e le prime raccapriccianti immagini di quell'inferno erano ormai negli occhi di tutti. L'annientamento degli ebrei da parte dei nazisti con gli anni oscurò altre vicende della guerra che meritavano di essere approfondite e che solamente negli ultimi tempi abbiamo cominciato timidamente a riscoprire, infatti non si può dimenticare la tragedia in Russia dell'8A armata italiana(meglio conosciuta come ARMIR), delle Foibe, degli esuli istriani e della fine di circa ottocentomila I.M.I, una sigla questa ai più sconosciuta ma dal significato inequivocabile: "Italienische-Militar-Internierten" ovverosia "internati militari italiani", fu il nome ufficiale dato dalle autorità tedesche ai soldati italiani catturati, rastrellati e deportati nei territori
del Terzo Reich nei giorni immediatamente successivi all'armistizio dell'8 settembre 1943. Dopo il disarmo, soldati e ufficiali italiani vennero posti davanti alla scelta di continuare a combattere nelle file della Repubblica Sociale e quindi a fianco dell'esercito tedesco o, in caso contrario, essere inviati in campi di detenzione in Germania. Solo il 10% delle forze armate italiane accettò l'arruolamento, gli altri vennero considerati prigionieri di guerra. In seguito cambiarono "status" divenendo "internati militari" per non riconoscere loro le garanzie della Convenzione di Ginevra, e infine nell'autunno del 1944 furono considerati "lavoratori civili" in modo da essere sottoposti a tutti i lavori pesanti senza godere delle tutele della Croce Rossa Internazionale. I numeri di questa immane tragedia sono spaventosi e purtroppo non sono a conoscenza di tutti. Si parla appunto di circa ottocentomila soldati italiani internati, di questa moltitudine si presume (senza nessun dato ufficiale alla mano) da recenti studi fatti che siano morti in un anno e mezzo tra i 37.000 e 50.000 uomini per svariate cause: malnutrizione, lavoro duro e continuo, esecuzioni capitali e bombardamenti alleati sulle installazioni dove gli internati lavoravano. Una volta liberati però le tribolazioni non finirono, anzi, il ritorno a casa si presentò a loro come una vera e propria odissea. La maggior parte di essi ritornò in patria tra l'estate del 1945 e il 1946. Furono le stazioni ferroviarie e i centri d'accoglienza del centro Italia a smistare la gran massa dei rientranti. Il rientro avvenne su treni merci sovraccarichi. Il 6 giugno fu riaperta la ferrovia del Brennero da cui cominciarono a defluire tremila italiani al giorno, numero che aumentò a 4500 a partire da agosto, fu un vero e proprio esodo biblico che continuò nei mesi successivi quando le autorità considerarono completo il rimpatrio di massa degli internati
Militari italiani rastrelati
italiani. Nel settembre 1945 l'80% degli I.M.I sopravvissuti erano rientrati in patria, ma per alcuni il dramma continuava. Migliaia di ex I.M.I finirono nelle mani dell'esercito russo e jugoslavo e, anziché essere liberati continuarono la prigionia per alcuni mesi dopo la fine della guerra. Le autorità sovietiche in particolare cominciarono a rilasciare i prigionieri solamente alla fine del 1945. In quel periodo ritornarono in Italia diecimila italiani, cui si aggiunsero altri 52.000 che partirono a inizio 1946. Anche la Garfagnana pagò il suo tributo, molti garfagnini furono deportati nei campi di concentramento in Germania, molti di loro morirono ma ci fu anche chi fece ritorno a casa e oggi ci può raccontare in prima persona quello che fu questa orribile esperienza che poco si discosta da quello che patirono gli ebrei nei campi di sterminio sparsi per tutta Europa. La testimonianza è di Lunardi Sestilio classe 1923 e tale testimonianza è stata trascritta dalla nipote Beatrice Lunardi e la si può trovare nel bellissimo libro di Tommaso Teora "Storie di guerra vissuta. Garfagnana 1940-1945". Così si apre letteralmente la testimonianza di Sestilio:     - Capisco chi mette in dubbio che queste atrocità siano realmente accadute, perchè chi non le ha vissute non le può credere-

Il nostro protagonista al tempo abitava con la sua famiglia nel piccolo borgo di Valbona nel comune di Castiglione Garfagnana, fino a quel momento si era occupato solo delle sue pecore, di portarle al pascolo e di fare il formaggio. Arrivò però quel maledetto giorno di Befana, era il 6 gennaio 1943,  quando a vent'anni fu chiamato alle armi per andare prima a Cuneo e poi a Dronero per un addestramento militare da gennaio a luglio. Quando partì per il nord Italia Sestilio non sapeva a ciò che andava incontro, non si rendeva conto a quello che stava per partecipare e non immaginava certo la grandezza di questo conflitto mondiale, d'altronde non era mai uscito dal paese e la sua ingenuità gli metteva un velo davanti ai suoi occhi. Rimane il fatto che poi a luglio il suo battaglione fu trasferito a Bolzano per presidiare il confine, fino alla fatidica data dell'armistizio (8 settembre 1943), da quel giorno fu il caos più totale, non arrivava nessun ordine su come comportarsi e nessuna istruzione veniva data ai militari, le truppe italiane erano
praticamente allo sbando. Rimarrà sempre nella mente di Sestilio la vicenda di quel suo commilitone, quando nei monti sopra Bolzano fu morso da una vipera e fu portato d'urgenza in ospedale, quella che fino a quel momento era stata considerata una disdetta fu una vera e propria fortuna per quel militare, infatti di li a poco tre soli carri armati tedeschi circondarono la caserma trentina e fecero prigionieri 300 soldati italiani fra cui Sestilio. Una volta catturati ci fu l'umiliazione di essere portati in corteo per le vie di Bolzano, e qui in mezzo alla molta gente il pastore garfagnino riuscì a consegnare un biglietto ad una ragazza del posto che era in mezzo alla folla, in questo biglietto era riportato l'indirizzo di casa e l'uomo si raccomandò alla giovane di avvisare la sua famiglia del suo destino. Il gesto di solidarietà fu bellissimo, solo con il ritorno in Garfagnana si scoprì che questa giovane donna non se ne era fregata di uno sconosciuto soldato, ma bensì aveva scritto una lunga lettera in cui informava la famiglia sulla sorte del figlio. Dopo quattro giorni di detenzione ci fu la partenza per Innsbruck, successivamente le tradotte condussero i prigionieri in Germania a Mannheim, durante il viaggio alcuni fra i soldati più esperti riuscirono a fuggire, altri piangevano disperatamente immaginando cosa gli aspettava, altri come il militare garfagnino erano tranquilli convinti nella loro candida innocenza che da li a poco la guerra sarebbe terminata. Ma non era così. Una volta arrivati a Mannheim scesero dai treni e venero messi immediatamente in fila e divisi in due gruppi destinati a lavori
Trasferimento in Germania
 di soldati italiani
diversi, dopodichè furono fatti denudare e vestiti con un paio di zoccoli, un paio di pantaloni e una casacca con la scritta KGF:Kriegsgefangen (prigionieri di guerra). Sestilio fu diviso dai compagni che conosceva e fu adibito allo sgombero dalle macerie nelle strade. La sera, dopo i durissimi lavori tornava in un capannone dove dormiva insieme agli altri detenuti in un misero pagliericcio. Le razioni di cibo erano scarsissime, tant'è che i prigionieri riuscirono a scoprire in una vicina cantina delle botti con delle bucce di arancia immerse nell'alcool di cui ben presto si cibarono di nascosto. Nei successivi mesi il lavoro cambiò e il nostro protagonista fu mandato insieme ad altri venti compagni a lavorare in una fonderia di ferro per molte ore al giorno. All'interno del campo di lavoro i carcerati erano suddivisi per nazionalità: italiani, francesi, russi e altri. I francesi erano coloro a cui era concessa più libertà, perchè considerati diversi dagli italiani traditori. Non mancava però l'occasione di fare amicizia e Sestilio diventò amico di un russo, la lingua non era un problema, in queste esperienze il rapporto umano è quello che conta. Il russo non mancava di portare al garfagnino qualcosa da mangiare in un pentolino tutto arrugginito e di volta in volta entrambi si davano una mano nella fonderia per alleviare i carichi di lavoro. Certe volte la fame e il freddo prendevano il sopravvento e rischiando la vita più volte ci si andava a riscaldare in una cabina di una gru. Gli inverni tedeschi come si sa sono molto rigidi, i vestiti erano inadeguati,  ma la cosa più tremenda da sopportare era la fame. A ogni prigioniero erano dato in dotazione un cartellino che veniva bucato ad ogni pasto che consisteva in pezzo di pane secco da condividere con gli altri, in una zuppa di verdure cotte e in una indefinibile pappa acida. Un giorno a proposito di questo, un altro garfagnino detenuto che dormiva nella solita baracca di Sestilio di nome Pioli Silvio, preso da indicibili morsi della fame decise di avventurarsi presso la vicina rete che faceva da confine con il

settore francese nella speranza di rimediare alcune bucce di patate gettate nell'immondizia, destino volle che fu scoperto dalle guardie tedesche, fu picchiato barbaramente, poco dopo morì. Il cartellino che dava diritto ad una razione di cibo fu preso allora dal pastore garfagnino che rischiando anche qui la vita faceva due volte la fila per prendere la doppia porzione. Insomma, tutti i giorni il confine fra vita e morte era sottilissimo. A conferma di questo il testimone racconta delle baracche- dormitorio, composte da letti a castello, normalmente da otto persone, con al centro una grande stufa, in questa stufa venivano cotte le bucce di patate trovate per terra, inoltre quando non vi erano i turni di lavoro c'era il compito di mantenere pulita la baracca, in caso di ispezione negativa da parte dei nazisti gli otto componenti venivano puniti con delle frustate. Non tutti però i nazisti erano malvagi e in effetti Sestilio ricorda bene quando la fonderia fu bombardata dagli americani e i carcerati lui compreso furono trasferiti a gruppi da tre al ripristino delle linee telefoniche, sorvegliati da un soldato tedesco, a loro era stato assegnato un tale di nome Irrigh che nel corso di una di queste uscite catturò un'anatra che portò a casa sua, la cucinò e la divise con i prigionieri. Indimenticabile rimarrà anche quella volta che in un giorno di brutto tempo furono addetti anche alla pulizia della macelleria, dove riuscirono a sottrarre ben due salami. C'era poco da fare, la sopravvivenza era l'obiettivo principale in attesa che la guerra prima o poi finisse e detto fatto una mattina tutti i detenuti furono portati in fila indiana in una pineta, in lontananza già si sentivano le cannonate degli americani, di li a poco fu il fuggi fuggi generale, tedeschi e italiani scapparono in ogni dove. Il primo rifugio di Sestilio fu (insieme ad altri tre compagni) sotto un ponte dove rimasero per qualche giorno, trovarono poi aiuto presso una famiglia di contadini che offrì loro da mangiare. Nell'aprile 1945 finalmente gli alleati presero pieno possesso delle zone occupate e Sestilio si consegnò agli americani stessi che lo portarono in un campo-ospedale fino al luglio del medesimo anno, qui fu rimesso in sesto fisicamente e moralmente, c'erano altri commilitoni che (dice lui) erano arrivati a pesare 38 miseri chili. Una volta tornato in salute cominciò il lungo viaggio per tornare a casa, molti furono i chilometri fatti a piedi dalla Germania, infine con mezzi di fortuna e le tradotte messe a disposizione dalla Croce Rossa, Sestilio insieme ad un compaesano di nome Agostino riuscì a raggiungere Lucca, di li in autobus fino a Castelnuovo e da li a piedi fino al paese di Valbona. La famiglia aveva ormai perso le speranze di vederlo ritornare, ormai non aveva più notizie da moltissimo tempo, immaginatevi voi l'emozione e dopo le lacrime della madre e gli abbracci dei parenti tutti e i festeggiamenti di rito, la prima cosa che fece il nostro garfagnino fu quella di
Gli alleati entrano in una
Germania rasa al suolo
andarsi a mettere all'ombra del suo fico preferito dove rimase per ben tre giorni a riposare, cercando di non pensare alla brutta esperienza passata. Ma prima o poi bisogna fare i conti con la propria coscienza e solamente negli anni che seguirono Sestilio si volle informare completamente di ciò che era accaduto durante la guerra, egli non aveva idea, dato che la sua esperienza di guerra si era "limitata" al campo d prigionia e al lavoro in fonderia. Ignaro fino a quel momento delle atrocità che l'uomo aveva compiuto. 



Bibliografia:


  • Alessandro Natta "L'altra resistenza. I militari italiani internati in Germania" Einaudi 1996
  • Tommaso Teora "Storie di guerra vissuta. Garfagnana 1940-1945" Garfagnana editrice 2016. A sua volta il brano è tratto da una tesina di Beatrice Lunardi