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mercoledì 18 marzo 2020

La storia della Garfagnana nelle pagine della gloriosa "Domenica del Corriere"

"Un giornale non può prosperare se pensato e composto tutto quanto
nell'intimità di una redazione, da taluni pochi individui. Anch'esso come le piante non fatte pei languori delle serre chiuse, ha bisogno d'aria e di sole, di correnti vive di simpatia, della larga e spontanea collaborazione di molti. Un giornale specialmente se illustrato, deve risultare specchio, riflesso della multiforme complessa vita pubblica. Domandiamo quindi la collaborazione dei nostri lettori: desideriamo che il Signor Tutti sia il nostro principale redattore, che una continua corrente spirituale unisca il giornale al pubblico, il pubblico al giornale". Così il direttore Attilio Centelli presentava questa nuova creatura editoriale, era il 1899, di li a poco questo giornale illustrato a colori sarebbe divenuto il più popolare e diffuso settimanale in Italia. Nasceva la "Domenica del Corriere". Il periodico fu fortemente voluto dal direttore de "Il Corriere della Sera" Luigi Albertini e uscì per la prima volta l'8 gennaio 1899 come supplemento del già famoso quotidiano. La domenica era il giorno della sua uscita nelle edicole, era stampato in grande formato, aveva dodici pagine e veniva distribuito gratuitamente agli abbonati del Corriere o poteva essere acquistato anche singolarmente per 10 centesimi. Come può certamente sembrare il giornale non nacque come periodico di informazione, non doveva risultare un doppione del quotidiano, venne pensato proprio come "un settimanale degli italiani", doveva dettare i tempi come un calendario, fra le
giornate liete, gli avvenimenti e le sciagure, insomma doveva essere un viaggio fra piccoli e grandi fatti. Il suo grande successo lo si può comunque sintetizzare in due motivi: il primo fu proprio dovuto alla sua caratteristica nazional-popolare, il settimanale era rivolto sopratutto a quel "Signor Tutti" a cui si riferiva Centelli. Esistevano già giornali simili, era loro il monopolio di questa tipologia editoriale, ma le varie "L'Illustrazione Italiana" o "La Tribuna Illustrata della Domenica" erano rivolte sopratutto ad un pubblico alto borghese. Finalmente con questo giornale anche il "popolino" ebbe il suo settimanale, finalmente anche la gente comune, dall'operaio, all'artigiano potè farsi una propria opinione su quanto accadesse loro intorno. Il secondo motivo fu espressione di un preciso orientamento strategico, il direttore optò per quella che fu ritenuta la miglior forma giornalistica con cui s'intendesse comunicare visivamente i fatti di cronaca, in altre parole il vero successo fu dovuto ai disegni, la prima pagina e l'ultima erano sempre disegnate: "il disegnatore e la sua vena narrativa c'erano là dove i limiti della tecnologia e dei mezzi di trasporto impedivano ai fotografi di essere presenti di
Achille Beltrame
persona e nei giusti tempi".
Tutto questo usciva dalla matita magica di due grandi artisti: Achille Beltrame, il primo disegnatore (dal 1899-al 1945)e Walter Molino (dal 1945 al 1966). A queste copertine veniva affidata una funzione d'impatto mai osata prima, il meglio del giornale veniva offerto tutto e subito, perchè attirasse l'attenzione del lettore già sul banco dell'edicola. Ben presto la diffusione di questo giornale raggiunse vendite mai viste prima, si calcolava che di media fossero settecentomila le copie vendute, un'infinita per un'Italia che sapeva appena leggere e scrivere e quando accadeva che la zona in cui abitavi era sulla copertina de "La Domenica del Corriere", c'era una corsa per accaparrarsi il tanto sospirato numero e così succedeva anche in Garfagnana... Purtroppo però, le rare volte che la valle comparì su queste pagine non fu sempre per fatti allegri. Ma non per questo mi posso esentare nel fare un viaggio esclusivamente garfagnino ne "La Domenica del Corriere", il settimanale più famoso d'Italia.

La prima volta fu il 22 gennaio 1902, e salimmo alla ribalta delle cronache nazionali per una delle tante nostre bellissime tradizioni. Così titolava l'articolo: "La forza delle tradizioni-Il giro del diavolo". L'usanza voleva (e vuole anche adesso) che in quel di San Pellegrino in Alpe vi fosse un luogo deputato alla remissione dei peccati, la consuetudine diceva che per espiare i propri peccati
bisognava caricarsi un sasso sulle spalle per depositarlo poi al centro di un campo, dopo aver compiuto tre giri del luogo. La grandezza del masso era direttamente proporzionale alla gravità del peccato commesso: "...lo spettacolo di uomini e donne in età avanzata con in sul capo rudi macigni è veramente penoso...". (per saperne di più clicca:http://paolomarzi.blogspot.com/2016/09/il-giro-del-diavolo-un-rito-millenario.html)
Passarono alcuni anni prima che la Garfagnana avesse nuovamente menzione sul giornale e il 22 gennaio 1914 una sensazionale notizia ci volle nuovamente protagonisti. La notizia era all'interno del giornale e parlava di un'importante opera infrastrutturale: "La diga di Villa nella Garfagnana". Eravamo alla vigilia della prima guerra mondiale e nonostante i venti di guerra questa diga fu la prima costruita in Valle del Serchio per lo sfruttamento delle acque per la produzione
di energia elettrica e la "Domenica del Corriere" così scriveva: "Per raccogliere le acque del torrente Corfino e affluenti a scopo industriale, la società idroelettrica toscana ha fatto costruire nel pittoresco comune di Villa, nella Garfagnana, una diga in calcestruzzo. Lunga 70 metri essa raggiunge l'altezza di oltre 40. Questa poderosa barriere che è ancora ricinta di armature può rappresentare un miracolo di sollecitudine se si pensa che la sua costruzione non esigè che 67 giorni". Ebbene, 67 giorni e non si può dire che fu costruita in fretta, furia e male, il grande invaso resistette perfino al devastante terremoto del 1920, l'epicentro era proprio lì, a Villa Collemandina.
Altri dieci anni esatti passarono prima di comparire nuovamente sul noto periodico e quando la Valle riapparse su quelle pagine gli fece onore la copertina principale con il magnifico disegno di Beltrame. Il fatto accadde sulle Apuane, era il 27 gennaio 1924, l'argomento trattava di un episodio marginale ma altresì molto curioso: "Un aquila gigantesca contro due cacciatori, l'altro riusciva ad ucciderla schiacciandole la testa con il calcio del fucile". Un ennesimo fatto bizzarro salì agli onori delle cronache alcuni anni più tardi, nell'ottobre del 1939. Il disegno anche questa volta uscì dalla matita di Beltrame, stavolta però occupava l'ultima pagina: "Un ciclista della Garfagnana correva veloce sulla carrozzabile di Ponte di Campia, quando nell'evitare un grosso autocarro, batteva violentemente contro il parapetto della strada, precipitando nel sottostante binario ferroviario, proprio mentre
transitava un treno. Egli andava così a finire sul tetto del vagone, riuscendo a mantenersi supino sino alla prossima stazione, dove, fermatosi il treno poteva discendere senz'altre conseguenze". Come possiamo leggere, tutto era condito dalle retoriche parole del tempo che enfatizzavano ogni accadimento come se fosse una cosa eccezionale. Non ci fu nessuna enfasi però sulle copertine che verranno negli anni successivi. Era scoppiata la seconda guerra mondiale e gli avvenimenti rappresentavano la triste realtà dei fatti. Nei due casi che la Garfagnana apparve sulle pagine de "La Domenica del Corriere" per il conflitto in corso fu menzionato Gallicano. Sette gennaio 1945, la prima pagina fu disegnata da Walter Molino. Era lui il discepolo prediletto di Achille Beltrame. Al tempo di questa prima pagina il vecchio disegnatore era sofferente, dopo un mese morì, lasciando il compito di realizzare le tavole del giornale al giovane Molino. Fu questa infatti una delle sue prime memorabili copertine, in questa rappresentava una battaglia che imperversava in ogni dove, da una parte c'erano italiani della
Repubblica Sociale e tedeschi e dall'altra gli americani, gli alleati però sembravano avere la peggio:"La guerra sul fronte dell'Italia centrale: nel settore di Gallicano (Lucca),le truppe italiane e germaniche con improvviso attacco hanno sfondato le posizioni nemiche e ricacciato i reparti statunitensi parecchi chilometri verso sud, mantenendo poi le località liberate". Qui probabilmente si faceva riferimento ad accadimenti che avvennero nel dicembre '44, con particolare riferimento alla celeberrima "Battaglia di Natale". I fatti però non andarono proprio come quelli descritti nella didascalia, nella realtà da lì a poco i reparti tedeschi si ritirarono nelle posizioni di partenza. D'altronde era da ben capire la faziosità del giornale che aveva sede proprio in quella Milano assoggettata dalla regole e dalle leggi del neonato stato fantoccio della Repubblica di Salò. Ne fu conferma la copertina di alcuni mesi dopo, questa volta il disegno fu di Albertarelli e mostrava dei bersaglieri italiani che catturavano dei soldati americani: "Audace colpo di mano dei
bersaglieri della divisione "Italia" nella zona di Gallicano in Garfagnana: un reparto da ricognizione assalta un avamposto nemico, distruggendolo, catturando numerosi prigionieri e consolidando poi le posizioni conquistate".
La guerra finalmente finì e gli argomenti del periodico riflettevano la voglia di evasione e spensieratezza di una nazione intera. Singolare fu infatti il tema dell'articolo del 3 novembre 1946 che parlava della Garfagnana. Il pezzo era all'interno del giornale e così titolava "Garfagnana, terra sconosciuta", portava la firma di un garfagnino doc: il Gian Mirola, ovverosia Alfezio Giannotti, grandissimo giornalista, che fece pubblicità alla sua terra in un insolito articolo per quel tempo, si parlava infatti di turismo. All'epoca i viaggi erano alla portata di pochi individui, figuriamoci poi dopo una guerra mondiale, ma lui volle dare una mano alla sua terra, facendo conoscere le sue bellezze e le sue tradizioni ad una nazione intera. Stupendo è l'inizio del servizio: "La Garfagnana non è una delle
misteriose province dell'Asia, nè uno sperduto villaggio della Patagonia. Se qualcuno leggendo il titolo di questo articolo, lo avesse immaginato, si ricreda...". Era il 1947, esattamente il 21 dicembre, quando la Garfagnana e la sua gente apparvero per l'ultima volta su "La Domenica del Corriere", la penna era sempre quella del Gian Mirola e la devozione stavolta fu la protagonista del pezzo: "La miracolata della Garfagnana". Eravamo a Gramolazzo, Anna Morelli era una paesana che a quanto pare vedeva la Madonna: "La folla s'inginocchia, piange sommessamente. Anna, la miracolata con lo sguardo fisso in avanti, sorride e mormora parole incomprensibili. E' in estasi. Riesco a percepire alcuni monosillabi privi di senso:-si...no...-. Per accertarmi del suo stato di sensibilità la pungo per due volte inaspettatamente, con uno spillo. Due goccioline di sangue, la ragazza non sente e non fa un movimento. Gli occhi sbarrati, fissi nel vuoto
vedono...sviene...". (per saperne di più clicca:http://paolomarzi.blogspot.com/la-bernadette-di-gramolazzo-anna.html)
Stavano comunque per finire gli anni d'oro del giornale, nel corso degli anni cinquanta e sessanta, l'avvento della televisione e di nuovi settimanali (come L'Europeo, Panorama, L'Espresso) portò a un graduale ed inarrestabile crisi di copie. Alla Garfagnana non rimase che l'onore di essere più volte apparsa sulle tavole e sugli scritti del periodico più famoso in Italia. Per chi come me ha queste straordinarie copie, le conserverà come uno dei beni più preziosi. 

mercoledì 6 novembre 2019

Famiglie, guerre e alleanze... l'epico medioevo in Garfagnana

Sarò subito chiaro fin dall'inizio con il mio caro lettore,
Sullo sfondo la fortezza delle Verrucole
(foto tratta da cantiereestense.it)
l'argomento che affronteremo riguarda la Garfagnana medievale, e la storia medievale come ben si sa, in barba agli insigni storici pluri laureati, e di una noia terribile, sopratutto se spiegata così: "Rispetto al passato, ora si fa un uso più consapevole di termini quali “feudalesimo”, “signoria” e “territorialità” per illuminare l’enorme complessità dei veri rapporti di potere. La questione dell’incastellamento rientra perfettamente nella dinamica discussa. Il risultato è un quadro interpretativo estremamente efficace come modello globale, sebbene di per sé sia ormai troppo complesso per tenerlo a mente nella sua interezza per più di pochi minuti" Cosa, che, come ??? Per l'amor di Dio, tanto di cappello all'illustre professore che avrà affrontato così il tema della Garfagnana medievale a un folto pubblico di altrettanti illustri professori; ma la storia, se si vuole che la gente "comune" si appassioni anche al proprio passato va esposta in maniera totalmente diversa, specialmente su argomenti che hanno una maggior difficoltà di comprensione. Si, perchè il medioevo era un
Fortezza delle Verrucole
(foto di Lisa Mazzei)
intersecarsi di famiglie, discendenze, guerre, alleanze in cui uno difficilmente riesce a raccapezzarsi. Basta guardare la Garfagnana...Gherardinghi, Suffredinghi, Rolandinghi... no, non è uno scioglilingua, erano le potenti famiglie medievali che avevano in mano tutta la valle. Insomma, capirete voi... comunque niente spavento, proverò a raccontarla io, alla mia maniera, un po' di storia medievale garfagnina... con una raccomandazione però, non fate leggere questo articolo a qualche storico che "qui novit omnia" (ovverosia: che tutto sa), toglierebbe l'amicizia a voi e a me taccerebbe di superficialità e faciloneria (però alla fine qualcosina avrete capito)... Comunque sia; siamo in quei tempi che il valore della persona si misurava con la forza, la Garfagnana medievale era la mecca ideale per ogni avventuriero, d'altra parte i Longobardi erano caduti e la definitiva vittoria dei Franchi, nuovi regnati d'Italia, aprì nuovi scenari in tutta la Valle del Serchio (e in Italia in genere), ecco che allora per la prima volta la Garfagnana venne divisa in svariati territori con al comando potenti famiglie feudali comandate da personaggi come Gherardo di Gottifredo, dal quale derivano appunti i Gherardinghi, signori di Verrucole; Vinildo di Froalmo signore di Careggine; Ugolinello capostipite dei nobili di San Michele; tal Donnuccio dei Porcaresi signore di Trassilico e un non meglio identificato Cellabarotti
La rocca di Trassilico
(foto di Daniele Saisi)
signorotto con possedimenti in Castelnuovo, questi (insieme ad altri) faranno il bello e cattivo tempo in Garfagnana. "I lor" signori arrivarono un po' tutti alla spicciolata fra il settecento e l'anno mille, videro che qui c'era "buono" e dissero -C'è mio !!!- , spesso non dissero nemmeno niente e in maniera spiccia istituirono posti di blocco, pretesero obbedienza e imposero pedaggi, gabelle e contributi e... il garfagnino? Il garfagnino provò ad alzare la cresta... e il risultato? Nessuno, prevaleva la legge del più forte, pagare e silenzio, così il solco fra la misera gente e il potente di turno diventava sempre più profondo: il signorotto chiuso nel suo castello  e "il povero Cristo" a patire la fame. Dal castello allo stemma il passo fu breve e quindi ogni
Castiglione Garfagnana
stemma un castello e una storia diversa, anche se in linea di massima l'aspirazione di ogni feudatario locale era quella di non avere contatti con il prossimo, se non unicamente in funzione di difesa; difatti in mancanza di guerra le occupazioni maggiori di queste famiglie erano sostanzialmente tre: la caccia (lo svago preferito), la "pappatoria" e...la riscossione dei tributi. A rompere le uova nel paniere ai signorotti ci pensò Federico Barbarossa: il feudalesimo quello piccolo e spiccio era in crisi, l'imperatore aveva spazzato via tutti i potenti di Toscana, era il tempo delle riforme, il Papa rivendicava le sue terre e lui aspirava a un impero universale conteso proprio al papato stesso ...Insomma era venuto il tempo di affilare le armi, non per la caccia stavolta, ora bisognava affilarle per le guerre. D'altronde la Garfagnana era un boccone
Fortezza di Mont'Alfonso
Castelnuovo Garfagnana
(tratta da serchioindiretta.it)
ghiotto, stretta fra due catene di montagne era, ed è un orto chiuso e stuzzicava desideri di conquista, ed ecco allora che dalle montagne circostanti come lupi famelici si affacciarono i modenesi, i lucchesi  e perfino da Pisa e da Firenze si scomodarono, non sembravano però venuti in vacanza, infatti il problema è che tutti questi erano armati fino ai denti, dapprima però un po' tutti fecero gli gnorri e poi con la solita scusa vecchia di milioni di anni: "siamo venuti per proteggere... (o sennò salvare, o al limite vendicare...)", giù botte da orbi, se poi durante la guerra capitava qualcosa da mettere "al sicuro" che male c'era, un souvenir non si rifiutava mai, uno rubava e l'altro parava il sacco. E chi la faceva la guerra per difendere il proprio castello? Direte voi
il castello di Gallicano

l'esercito con a capo il signorotto locale...giusto per metà...bisognava infatti vedere l'esercito da chi era composto. L'esercito era fatto dalla gente comune che abitava all'interno del feudo, d'altra parte se i signori del luogo permettevano ai cittadini di abitare dentro le mura del proprio castello per proteggersi, dall'altra gli stessi cittadini dovevano ricambiare con un servizio di leva obbligatorio, che in barba al servizio militare odierno poteva arrivare anche con l'obbligo di guerreggiare fino al settantesimo anno d'età. In caso di guerra bella tosta allora ci si rivolgeva ai mercenari, ma quelli costavano e il popolo la guerra la faceva gratis. Sicuramente i Gherardinghi (signori di San Romano, Naggio, Vibbiana, Pontecosi, Sillico e chi più ne ha ne metta...)  non ne fecero uso intorno al 1170, quando tali signorotti si scocciarono dei lucchesi e preferirono ad essi i pisani; la pronta minaccia dei lucchesi di demolire castelli e casati ribelli fece ben
La rocca di Camporgiano
(foto tratta da amalaspezia.eu)
presto ritornare sui suoi passi la nobile famiglia che in men che non si dica giurò stabile fedeltà alla città delle mura ottenendone così anche il perdono. Se magari si fosse speso qualche soldino il destino (forse) sarebbe stato diverso. I mercenari , o meglio i soldati di ventura di scrupoli ne avevano pochi e combattevano esclusivamente per il bottino conquistato e per soldi, il tutto era regolamentato da cotanto contratto, dove si stabiliva i termini d'ingaggio: il numero dei soldati da assumere e anche la durata dell'impegno. Per capirsi bene oramai la guerra in Garfagnana era diventata un occupazione alla stregua del come andar per funghi e le nobili casate garfagnine secondo le convenienze sia alleavano a destra o a manca come se niente fosse, fulgido esempio i Suffredinghi, loro possedevano un vasto territorio che comprendeva la Cune, Chifenti, Borgo a Mozzano, Fornoli, Corsagna e arrivava ad
San Michele
(foto di Davide Papalini)
avere possedimenti fino a Gorfigliano e Careggine e giustappunto per continuare a mantenere la loro egemonia su tali terre dovevano appoggiarsi a dei potentati ben più forti che loro stessi e allora ci si "imbarcava" in guerre sanguinarie come quella fra Lucca e Pisa, una guerra che protrasse per tutto il XII secolo e che nel 1149 li vide protagonisti insieme ai lucchesi all'assedio del castello di Vorno presieduto dai pisani, dopo otto mesi d'assedio finalmente la tanto sospirata vittoria che portò a radere al suolo il castello... Nel 1170, gli equilibri erano cambiati e come banderuole al vento ecco che i Suffredinghi si alleano con Pisa nella difesa del castello di Castiglione posseduto a sua volta dai Gherardinghi suddetti, in
Isola Santa villaggio
medievale
sostanza sfido chiunque a capirci qualcosa, quello che però è evidente (e che ha poco bisogno di comprensione) è il capire che queste guerre erano veramente cruente, violente e spietate, basta vedere le armi con cui venivano combattute. L'arma più importante era la spada, compagna fedele più che di una moglie, tant'è che veniva tramandata da generazione in generazione ed era sostanzialmente lo strumento che ti poteva salvare la vita, subì importanti modifiche con il correre degli anni e se prima era larga e a doppio taglio, nel tempo e con il diffondersi di armature più spesse divennero lunghe sottili in modo che potessero penetrare nelle fenditure delle armature stesse. In questi ci si poteva
Richiamo alla difesa
del castello
difendere con lo scudo, che oltre a parare i colpi era un segno distintivo, dal momento che sopra vi erano disegnati i simboli del casato o il simbolo del cavaliere. Micidiale era la balestra, precisa, potente, usata sopratutto all'interno dei castelli, anche l'arco era una terribile arma, la sua freccia poteva essere scagliata fino a trecento metri di distanza e perforare tranquillamente una corazza di maglia, gli arcieri erano dei veri e propri atleti, scoccare una freccia richiedeva forza e l'allenamento doveva essere costante, l'arciere poi era tenuto in grande considerazione poichè non potendo portare lo scudo era il bersaglio preferito degli avversari. Diciamo che queste elencate erano armi professionali, ma come abbiamo letto spesso (e non
Tipico assedio a un
castello medievale
volentieri)combatteva anche la gente comune che abitava all'interno del castello e allora il garfagnin-soldato si armava con quello che trovano per casa e la scure (o il pennato) che normalmente era adibita al taglio della legna per il fuoco di casa si trasformava in arma micidiale, così come la mazza che aveva la potenza di sfondare armature e sopratutto di aprire teste come noci di cocco.

Ci sarebbe ancora tanto da raccontare e le vicende del medioevo garfagnino naturalmente non si limitano a queste "due righe", il discorso è molto più ampio e (se ben illustrato) affascinante,  ma l'aver dato le luci della ribalta a questo periodo storico poco amato e complesso farà
sicuramente si, che qualche lettore si appassioni a queste periodo storico poco conosciuto e questo per me  sarà come aver vinto la più grossa battaglia che qualsiasi altro cavaliere in arme possa aver vinto nel lontano medioevo.

Bibliografia

  • "Castelli, rocche e fortezze narrano la storia della Garfagnana" Gian Mirola
  • Savigni, Raffaele (2010) L'incastellamento in Garfagnana nel Medioevo: castelli signorili, villaggi fortificati e fortezze. In: Architettura militare e governo in Garfagnana. Atti del Convegno tenuto a Castelnuovo di Garfagnana, Rocca ariostesca, 13 e 14 settembre 2009. Biblioteca / Deputazione di storia patria per le antiche provincie modenesi. Nuova serie (187). Aedes Muratoriana, Modena, pp. 7-51.

mercoledì 30 novembre 2016

Dalle pagine de "La Domenica del Corriere" del 1946, promozione turistica della Garfagnana

L'Italia era uscita prostrata dalla seconda guerra mondiale, gran
parte del suo patrimonio nazionale era andato distrutto e dappertutto vi erano lutti e rovine. Nonostante tutto un nuovo spirito di rinascita si faceva strada nella nazione, la volontà di essere partecipi dell'opera di ricostruzione animava tutti, ma non c'era da ricostruire solamente le case bombardate, i ponti distrutti e le sconnesse strade, c'era da ricostruire l'animo di una nazione intera. Il fascismo era finito per sempre, finalmente si poteva tornare ad esprimersi liberamente con parole, con scritti e ognuno era libero di seguire la propria vocazione politica. Per l'Italia cominciava allora una nuova epoca e bisogna tornare a dare voce a tutti e a dare spazio a tutte le idee. La Garfagnana in questo caso era stata colpita duramente, in tutti i sensi, c'era da ridare anche qui nuova linfa ad una regione già di per se povera, c'era da farla conoscere questa terra dimenticata da Dio nella speranza di portare nella valle dei visitatori (la parola turista al tempo non era ancora nel parlar comune) a fare gite nella nostra valle, perchè poi una volta giunti, questi visitatori si dovevano fermare beatamente nelle nostre botteghe a comprare i nostri prodotti e a bere nei nostri bar. Un idea rivoluzionaria questa per l'immediato dopo guerra, c'era già chi pensava a portare turismo in Garfagnana, figuriamoci che ancora oggi c'è chi fra i nostri amministratori locali nemmeno ci pensa... Ma chi aveva avuto un idea tanto arguta e lungimirante quanto sovversiva? Solo un'intelligenza sopra la media come quella di Almiro Giannotti alias il Gian Mirola poteva pensare una cosa così sbalorditiva. Il Gian Mirola per i pochi che non lo conoscono fu lo scrittore e giornalista(a mio avviso) più dotato, brillante e pronto che la Garfagnana (e non solo) abbia mai avuto.Inutile stare qui a
Il Gian Mirola
raccontare tutta la sua storia (n.d.r anche se ho in preparazione un articolo), ma brevemente basta dire che Almiro (il nome di battessimo) nacque a Eglio nel 1915, fu maestro in vari paesi della Garfagnana e sindaco di Molazzana negli anni 50, ma sopratutto era uno studioso di folclore e un fine analista di problemi locali e da conoscitore di questi fenomeni capì subito qual'era una possibile soluzione per far emergere la sua amata terra, dilaniata dalla guerra e dalla povertà: il turismo o quantomeno far conoscere a tutti che anche la Garfagnana esisteva. L'idea che ebbe fu sensazionale, scrivere un articolo con foto annesse su una delle tante riviste per cui già scriveva. Infatti il Gian Mirola firmava articoli per i maggiori giornali italiani: "Eva", "Divagando", "Famiglia Cristiana", "Scuola Moderna", ma in particolare c'era un giornale a cui puntava per pubblicare questo benedetto articolo, anzi per dire la verità non era nemmeno un giornale nel vero senso della parola, ma bensì un supplemento ad un quotidiano, questo supplemento si chiamava "La Domenica del Corriere" che veniva dato settimanalmente insieme (con l'aggiunta di poche lire) al quotidiano italiano per eccellenza, "Il Corriere della Sera". Apparire quindi su "La Domenica del Corriere" voleva dire affacciarsi nelle case di tutti gli italiani, dato che le

tirature di questo supplemento toccavano cifre stratosferiche,negli anni trenta arrivò ad essere il settimanale più letto d'Italia con una tiratura di oltre seicentomila copie, mentre negli anni '40 e '50 confermando il primato di giornale più letto la tiratura toccò addirittura il milione di copie. Questo giornale colpì subito l'italiano medio e fu concepito proprio come il settimanale degli italiani, che doveva scandire come un calendario le giornate liete e le tragedie, si dava molto spazio alle foto e ai disegni, storiche furono le sue copertine disegnate prima da Achille Beltrame e poi da Walter Molino, in ogni numero il disegnatore aveva il compito di rendere vivo con la sua tavola il fatto più interessante della settimana, insomma, pubblicare qualcosa qua sopra significava farsi conoscere in tutta Italia e così fu che il Gian Mirola riuscì nel miracolo. Il suo articolo sulla Garfagnana comparve su "La Domenica del Corriere" solamente un anno e cinque mesi dopo la fine della seconda guerra mondiale, il 3 novembre 1946 riuscendo ad uscire insieme all'importante tavola di copertina che rappresentava l'altrettanto importante evento: la prima volta che le Nazioni Unite si riunivano nella nuova sede di New York, quanto sia stata voluta o fortunata questa coincidenza non si sa, il fatto portò comunque a una maggior quantità di copie vendute di questo bellissimo numero, che anch'io oggi posseggo nella mia
3 novembre 46.Il numero de
La Domenica del Corriere
dove si parla di Garfagnana
(collezione Paolo Marzi)
collezione di fascicoli de "La Domenica del Corriere". All'epoca non esisteva la televisione, naturalmente nemmeno internet e questa operazione che riuscì al Gian Mirola era perciò la maniera più diretta per far conoscere "l'illustre sconosciuta", come definisce egli stesso la Garfagnana  nell'articolo, dove racconta degli usi e dei costumi e dove descrive la gente "...buona cortese e attaccatissima agli usi degli avi..", non manca nemmeno di illustrare i famosi personaggi che l'hanno abitata, senza nemmeno dimenticare i prodotti delle nostre terre. Ma bando alla ciance, ecco per voi questo stupendo e avveniristico articolo di promozione del territorio, che fra pochi giorni fa ha compiuto 70 anni, era precisamente il 3 novembre 1946 e a
 pagina 7 campeggiava questo titolo:


"Garfagnana terra sconosciuta"


La pagina sulla Garfagnana
(collezione Paolo Marzi)
La Garfagnana non è una delle misteriose provincie dell'Asia, né uno sperduto villaggio della Patagonia. Se qualcuno, leggendo il titolo di questo articolo, lo avesse immaginato, si ricreda.
E' invece un pittoresco lembo di terra toscana, incuneato fra gli Appennini e le Apuane, dove termina il regno dell'ulivo ed incomincia quello del castagno.
Terra ricca di tradizioni folcloristiche, d'usi e costumi intatti da più secoli.
"L'ultima regione dell'Universo" la chiamano gli abitanti, alludendo argutamente alla corona dei monti orridi e belli, che la circondano.
Qui il castagno nasce e vegeta spontaneamente e nelle selve abbondano, come in un piccolo lembo di Paradiso terrestre, funghi, fragole, lamponi, mirtilli, more.

Usi e costumi
Le didascalie:Un tipo
garfagnino,con
qualche annetto ma ancora
in gamba
La gente è buona, cortese e attaccatissima agli usi e alle tradizioni degli avi. Nelle vie e nelle piazze dei paesi si canta ancora il "Maggio", che è una specie d'opera drammatica, paragonabile in certe forme più erudite, al melodramma.
Scettri di cartone, corazze di latta, elmi e spade di legno formano l'arredo scenico e il vestiario degli artisti che, accompagnati da un unico violino, cantano su un motivo semplice, poggiando sulla prima e sulla quinta sillaba di ogni verso.
Gli argomenti dei "Maggi" possono essere scelti fra i fatti più salienti della storia greca o romana, fra le vite dei Santi, degli eroi, o fra i poemi classici, come La Gerusalemme Liberatao L'Orlando furioso.
Altre forme d'arte popolare sono le "Befanate", gli "Stornelli", i "Rispetti"; ancora vive e in uso fra i contadini della regione. Abbiamo conosciuto, in Garfagnana, contadini che non sapevano fare l'o col tondo dei un bicchiere e recitavano, magari a memoria, uno o più canti della Divina Commedia, illustrandone poi, con esattezza, il significato storico e letterale.

Ospiti illustri e briganti cortesi
Le didascalie:Dove l'orrido
 è bello...e il bello orrido
Nel 1523 venne a governare la Garfagnana, per conto degli Estensi di Modena, un poeta celebre: Ludovico Ariosto.
In quel tempo gli Appennini erano covo di numerosi bande di briganti e attraversare le montagne per recarsi da Castelnuovo (sede del governatorato) a Modena (capitale estense) o viceversa non era impresa troppo facile.
Durante uno di questi viaggi l'Ariosto fu fermato e, col seguito, spogliato e derubato. Proprio come succede oggi sui valichi alpini.
I briganti stavano insaccando la refurtiva quando, ad uno del seguito, sfuggì il nome del poeta. Il capo dei banditi, premuroso, chiese subito: Dov'è messere Ludovico?
- Sono io - rispose tutto tremante il poeta.
- Non sia torto un capello al grande Ariosto - ordinò allora il campo ai compagni.
Fece restituire a tutti quanto era stato rubato e proseguì, poi, rivolto al poeta:
- Messere, anche i banditi della Garfagnana, che voi sferzate nelle vostre "satire" vi stimano e vi apprezzano - E s'inchinò in segno di rispetto.
Ordinò poi, ad una parte della banda, di scortare il poeta ed il suo seguito fino al limite della "Gran selva" affinchè non corressero il rischio di essere disturbati da altri.
Così l'autore dell'Orlando furioso giunse a Modena sano e salvo, benedicendo le muse che lo avevano protetto in una brutta avventura.

Marmo, carbone e... fragole
Oggi la Garfagnana è una delle Regioni d'Italia più dimenticate.
Le didascalie: Nel regno del
castagno, quando le pecorelle
 escon dal chiuso. La Pastorella
 pudica si copre la faccia
per non farsi fotografare
La guerra vi sostò per sette mesi. Villaggi interi furono distrutti o bruciati. Uomini di tutte le razze bivaccarono nelle case abbandonate e molti, oggi, leggendo questo articolo ed osservando le fotografie riprodotte in questa pagina, sussurreranno, compiaciuti o rammaricati, la famosa frase manzoniana: "Io c'era!"
Sulle strade, solcate allora dalle pesanti ruote dei pezzi d'artiglieria, discendono oggi i più importanti prodotti della regione, diretti ai vari mercati del mondo: marmo per le Indie e per le Americhe, castagne e farina di castagno per la Francia e per la Spagna, legna e carbone per l'Italia settentrionale.
Una delle occupazioni più caratteristiche è la raccolta delle fragole, che qui nascono spontaneamente. Ceste e cestelli vengono allineati, ogni giorno, durante la raccolta, lungo i margini delle strade, in attesa delle macchine che passeranno, nelle prime ore del mattino, a caricare.
Importante è anche la raccolta dei funghi, i quali vengono inviati, nelle annate di massimo raccolto, in tutta Italia.
Funghi, fragole e castagne per la mensa; lana e canapa per i vestiti, che qui vengono filati e tessuti a mano; carbone e legna per la stufa; marmo e calce per la casa.

Tutto questo dà la Garfagnana, l'illustre sconosciuta, che un giornalista ha scoperto, in questi giorni, senza passare i confini dello Stato. Scoperta, descritta, illustrata: per voi.

Gian Mirola












mercoledì 14 settembre 2016

Il più vecchio giornale di tutta la Garfagnana: dal 1881 "Il Corriere di Garfagnana".Ecco chi erano i pionieri del giornalismo nella valle

Il primo numero de "Il Corriere di Garfagnana"
(foto tratta dal sito della pro loco
www.castelnuovogarfagnana.org)
Siamo nell'era dove comunicare con altre persone anche nei luoghi più remoti del pianeta è diventato facilissimo.Con internet il mondo è letteralmente a portata di mano, basta avere un telefono cellulare da poche decine di euro e il gioco è fatto. Attraverso uno smartphone si può parlare guardandoci negli occhi, possiamo scambiarci documenti in tempo reale, si possono esternare le nostre emozioni in presa diretta e per di più ci si può informare su quello che succede nel mondo minuto dopo minuto. Ma una volta? Una volta era un'altra musica. Ci volevano settimane per recapitare una lettera ad un proprio caro emigrato in America, per portare dei documenti dovevamo sobbarcarci talvolta di viaggi estenuanti su carrozze scomodissime o se si era fortunati su treni lentissimi, e l'informazione? L'informazione era la finestra sul mondo della persona qualunque, attraverso i giornali ti informavi sui fatti e sopratutto potevi anche esprimere le tue idee o le tue opinioni, in parole povere il giornale o quotidiano che fosse agli inizi del secolo scorso era l'internet di adesso, poco importava se talvolta le notizie venivano riportate quando ormai erano già accadute da qualche giorno. Figuratevi un po', tanto per fare un mero esempio questo articolo che state leggendo è in condivisione con il mondo intero, lo stesso articolo che leggete in questo momento lo possono leggere anche in Bangladesh nel medesimo istante. Ma non era così e non era questo il mondo di Agostino Rosa... Ma chi era Agostino Rosa? Il signor Rosa fu tra i primi pionieri dell'informazione nella valle, nonchè il primo editore che nel lontano 1881 fondò il primo giornale di tutta la Garfagnana: "Il Corriere di Garfagnana". Agostino nacque nel lontano 1853 a Castelnuovo, intraprese gli studi universitari a Pisa per diventare professore di matematica ma la matematica in fondo non era la sua aspirazione e solo dopo due anni la frenesia di metter su qualsiasi tipo di attività prese il sopravvento. Dapprima mise su un agenzia di trasporti nella valle a cui segui un'azienda agricola che vendeva concimi di ogni genere. Ma purtroppo il dilemma per Agostino era un
Il monumento
 a Agostino Rosa
altro, la Garfagnana era troppo relegata al suo "orticello" per potersi sviluppare, pochi conoscevano questa sperduta valle, era arrivato il momento di far sentire al mondo anche la voce dei garfagnini e quale miglior cosa di un giornale per farsi conoscere? Detto fatto nel 1880 prese il via la prima tipografia, Rosa si avvalse dell'entusiasmo e dell'intelligenza di validi collaboratori come il professor Pietro Pieroni e il conte Giuseppe Carli. Il primo numero uscì nel giugno del 1881 sotto la direzione di Pieroni con lo scopo dichiarato di essere "la voce dei Garfagnini e l'organo di collegamento coi corregionali espatriati", uscì come settimanale di quattro pagine, con quattro colonne per pagina al costo di cinque centesimi, la tiratura era di poche centinaia di copie che in buona parte venivano diffuse a Castelnuovo nel giorno del mercato, giorno in cui la maggior parte della gente scendeva nella cittadina per comprare o vendere i propri prodotti, mentre agli abbonati (l'abbonamento costava 3 lire l'anno) veniva recapitato a mano. Anche in questo caso non mancarono però i denigratori. Ai benpensanti dell'epoca questo giornale apparve subito come troppo temerario e provocatorio, prevedendone ben presto la chiusura. Ma non fu così, l'editore scacciando gli "uccellacci del malaugurio" impegnò sopratutto il suo giornale per raccontare i problemi della nostra terra, come quando prese le difese delle acque della Garfagnana. Questo caso fu assai clamoroso ebbe inizio nel 1900, il ministero delle finanze con un decreto e senza parere degli amministratori garfagnini decise che la sorgente della Turrite di Gallicano non era di proprietà pubblica, ma bensì privata e per questo fu ceduta in uso a "La Marsaglia" società fiorentina che intendeva utilizzarla per rimpinguare l'acquedotto di Firenze. Nel frattempo al giornale (eravamo nel 1892) arrivò un nuovo personaggio, una persona 
fra le più intelligenti e sagaci che la nostra valle abbia mai avuto: Giuseppe Bernardini meglio conosciuto con lo pseudonimo di Giber (n.d.r:pseudonimo preso dalle iniziali del suo nome e cognome), bastava leggere un suo pezzo per capire con chi si aveva a che fare. Da quel momento il connubio con Rosa fu indissolubile. Il Giber vide la luce a Casciana (comune di Camporgiano) nel 1868, dopo aver fatto il liceo classico a Lucca si laureò in medicina all'università di Modena, la sua notorietà non la deve però alla professione di medico che fra l'altro svolse per alcuni anni con onorata condotta, ma bensì al giornalismo che già imperava nel suo D.N.A. A 24 anni prima della laurea gli venne affidata la direzione de "Il Corriere di Garfagnana", da subito la sua mano si fece sentire in modo tangibile, infatti fu cambiato il nome del giornale che diventò: "La Garfagnana" con il sottotitolo di "Sentinella Apuana" seguito dal suo motto "alla conquista del 
La nuova intestazione del
 giornale voluta dal Giber
bene per le vie del vero". La
 sua maestria nello scrivere lo portò a pubblicare articoli vibranti. Graffiante era la sua penna, aveva il potere di essere ascoltata per risolvere i problemi di un territorio depresso come quello garfagnino. Le lotte portate avanti su queste pagine furono numerose, dal completamento della linea ferroviaria Lucca-Aulla, alla costruzione della strada Castelnuovo- Arni, all'istituzione di nuove scuole di ordine e grado, fino all'estenuante lotta per il passaggio della Garfagnana dalla provincia di Massa a quella di Lucca, in questo caso ebbe a scrivere uno fra gli articoli più "taglienti" e provocatori, eccone un estratto:


“A causa del vergognoso abbandono in cui siamo lasciati, noi militeremo tutti, in breve volgere di tempo, nei partiti sovversivi. La Garfagnana diventerà una cittadella del socialismo e noi faremo del nostro meglio per accrescerne proseliti”.


Il Giber ossia
Giuseppe Bernardini
Nel bel mezzo di tutte queste lotte improvvisamente a soli 50 anni l'editore Agostino Rosa morì, il colpo fu duro da assorbire per tutto il giornale ma l'insegnamento di Rosa non avrebbe voluto che tutto si fermasse  e anche se con difficoltà il giornale continuò la sua vita con il Giber sempre più protagonista, tanto da divenire negli anni deputato per la provincia di Massa, nonchè sindaco di Castelnuovo. Molte furono le onorificenze ricevute: cavaliere, commendatore e chi più ne ha più ne metta, ma come ebbe a dire: "Una croce in più o in meno ha poca importanza, l'uomo è nato animale e animale resta. Tutt'al più può aspirare a non diventare bestia". 
Nel 1923 si dimise dalla carica di sindaco, il fascismo aveva preso il potere e lui non ambiva a essere un sindaco fascista e il 30 novembre del solito anno successe il fattaccio; all'uscita della porta di servizio del Bar Costanza a Castelnuovo, intorno alle undici di notte fu aggredito e bastonato da squadristi, da li fu un lento declino dovuto alla stanchezza e al bavaglio imposto dal regime allo scomodo giornale garfagnino. Nel 1933 il 25 novembre il Giber morì a 65 anni, lasciando per sempre la direzione del giornale. L'ultimo numero del giornale fu curato da Carlo Cervioni, uscì nel dicembre '33 e fu sopratutto un"inno alla gloria" per il Giber. Le pubblicazioni ripresero mensilmente ben 19 anni dopo nel 1952, alla direzione c'era l'avvocato Lorenzetti (che era diventato anche il proprietario della testata), nel 1954 la guida passò ad un'altro illustre cittadino, Luigi Suffredini, ma oramai l'epica generazione dei pionieri era finita, si affrontava il nuovo mondo con altre idee e con altri intenti, così fu per "Il Corriere della Garfagnana" che nel 1991 alla morte di Suffedini ebbe un altra grande, grandissima penna alla sua conduzione(per pochi mesi): Almiro Giannotti detto il Gian Mirola. Oggi il giornale è di proprietà della Pro Loco di Castelnuovo e i suoi 135 anni li porta ancora bene e a questo proposito torna alla mente quello che scriveva il Giber nel lontano 1932 nel cinquantesimo anno di vita del giornale, parole ancora oggi più che mai vere ed attuali:

“Questo periodico ha toccato un’età che a pochi quotidiani è dato
Emigranti
raggiungere; l’ha toccata e non ha affatto intenzione di morire perché esso risponde ad un bisogno spirituale degli uomini della Garfagnana lontani dalla loro patria, che desiderano conservare un legame col paese d’origine... Non è celebrazione dunque de “La Garfagnana” ma esaltazione dei nostri coraggiosi uomini di Val di Serchio che portano il buon seme di una intrepida volontà e di una probità esemplare negli angoli più remoti della terra...”.




Bibliografia:


  •  Dizionario biografico di Alcide Rossi
  • "La piramide rovesciata. Lotte politiche e sociali in Garfagnana" di Umberto Sereni
  • "Corriere di Garfagnana" n 7 luglio-agosto 2012

mercoledì 13 gennaio 2016

Lezione di dialetto garfagnino: da un quaderno del 1973 del Gian Mirola

"Il contadino che parla il suo dialetto è padrone di tutta la sua realtà", così scriveva Pier Paolo Pasolini. Pasolini vedeva nel dialetto l'ultima sopravvivenza di ciò che è ancora puro e incontaminato e come tale doveva essere protetto. Il dialetto garfagnino, come ho già affrontato tempo fa è un crogiolo di lingue che differisce da paese a paese e per questo va ancor di più tutelato,(leggi http://paolomarzi.blogspot.it/le-origini-del-dialetto.html) figuriamoci poi oggi, dove internet regna sovrano, dove le parole viaggiano nell'aria. Sms e whatsapp, hanno cambiato il nostro modo di comunicare, d'accordo è il progresso che avanza ma ci tolgono il piacere di comunicare guardandoci negli occhi, figurarsi poi parlare il dialetto.Si pensa che il dialetto sia ormai un qualcosa di vecchio,lo accusano di non essere al passo con i tempi, parlato solo dagli anziani o da gente di poca cultura, si considera perciò un qualcosa di non nobile e gretto, invece è la lingua delle nostre origini ed ha una funzione primaria: fa emergere i ricordi.Il dialetto è l'espressione di un popolo è come un abito fatto su misura è come una spugna che assorbe fatti, episodi e luoghi è quella lingua che ci fa capire che apparteniamo ad un certo posto è la nostra carta d'identità e veramente questa volta non potevo esimermi dal fare un articolo sul dialetto garfagnino.L'ispirazione a questo scritto mi viene per due motivi: la prima (pochi forse lo sanno) è che il 17 gennaio ricorre "La Giornata per salvare il dialetto", organizzata dalle Pro Loco d'Italia (UNPLI),pensate nel mondo ogni 14 giorni scompare una lingua locale,portando dietro di sè tradizioni,storia e cultura.La seconda motivazione è che giusto,giusto mi è capitato fra le mani un quadernetto con una simpatica ed ironica lezione di dialetto
Almiro Giannotti, il Gian Mirola
garfagnino del Gian Mirola(n.d,r:noto scrittore e studioso di Eglio, scomparso nel 2001)che non mi potevo tenere solo per me, tale opera andava 
assolutamente diffusa(anche se in parte).Questa infatti che andrò ad illustrare è proprio una lezione come quelle che si fanno a scuola,non manca la grammatica,tanto meno i verbi (a me in parte sconosciuti) e parole quasi ormai scomparse anche dalla bocca dei nostri anziani, il tutto rigorosamente in dialetto. Ecco qua dunque un piccolo sunto.

AVVERBI DI LUOGO

LICCUSI': lì,luogo determinato
LALLADILI':là, luogo indeterminato
DIREGGIO: laggiù, luogo non determinato
DIRESSU': lassù, luogo non determinato
DIRELLA': là, ma inteso per lontano (es: direllà per le Meriche)

MODI DI ESSERE

GRONCHIO: intirizzito, ma anche lento,maldestro
ANNIGHITO: arso dalla febbre, assetato
RINCUJONITO: rincitrullito
LUPPICOSO: cisposo
MACOLOTTATO O PIEN DI MACOLOTTI: tutto lividi

SEI VERBI

SCAGANCIA': sciupare
RUMBICA': ruminare
SPRILLOTTORA':(da prillo) girare intorno facendo perno su se stessi
SPIPINA':andare per il sottile
STINCURI': intirizzirsi
RIGUMBITA': vomitare

FENOMENI ATMOSFERICI

BRUSCIGNA':piovigginare
ROSCIO: rovescio d'acqua,acquazzone
BALFOIA: nevischio portato dal vento
ALBICA': albeggiare
SINIBBIO: vento

CAMPIONARIO PER RAGAZZE DA MARITO

MERENDON: uomo da poco, un sempliciotto
LOFFARO: svogliato
BRENDOLON: che veste male,disordinato sciatto
SCIABIGOTTO: sciocco o meglio un condensato di qualità negative
BISCARO: semplicemente uno sciocco
TESTACCHION o CHIOCCORON : duro di comprendonio

PARTI DEL CORPO UMANO

STOMBICO: stomaco
CUTRION: schiena
GOMBITO: gomito
GIRELLA : rotula
PINELLA: incisivo
UGNA: unghia

e potrei continuare ancora con questo quadernetto, un vero condensato di meraviglia e di parole,modi di dire,analisi fra il serio e il semi serio e quant'altro che solo il genio del Gian Mirola poteva elaborare e a proposito, solo un'altro genio come il castelnuovese Giovanni Giorgi che nel 1892 da il periodico "La Garfagnana" buttò giù d'impeto un'
ironica (è dir poco..) poesia, sottolineando la moda di quel tempo che esortava anche i più ignoranti ad esprimersi nella lingua ufficiale:l'italiano. Il modo di parlare è come il vestito, serviva a distinguere il montanaro dal cittadino:

"Quel che fa la città"

"Se tu vai per el mondo un po' a girare
nun torni,pijo giuramento, pijo:
che montagna è montagna, Baldassare,
e noi si puzza da lontano un mijo.

Ma va in città; s'impara anco a parlà:
chi è tonto nun pensà, diventa spijo.
Guarda le serve! Vanno via somare
e quando tornin su,san dar consijo.

La mi fiola? Nun seppe mai gnente
finchè stiede fra noi; ma nun pensà
fu un colpo solo andà e uno venì dalla città e artornò sapiente.

E adesso quando parla io sto a'scoltà,
se capiscio mi piji un accidente!
So che parla alla moda e un vo' a indagà"


Il dialetto è il collante che ci unisce alle nostre radici, il tenue filo che ci tiene legati alla cultura popolare e alla Nostra Storia. Difendiamolo!!!