Era conosciuto come il "Malleus Maleficarum", ovverosia il
"Martello delle streghe", il manuale più consultato per la caccia alla streghe, un testo latino pubblicato nel 1487 dai frati domenicani Jacob Sprenger ed Heirich Kramer redatto allo scopo di reprimere la stregoneria, tale manuale non fu mai riconosciuto dalla chiesa cattolica ma neanche inserito nell'indice dei libri proibiti.Riscosse consensi in tutti gli inquisitori e in autorevoli ecclesiastici, tanto che ne vennero pubblicate 34 edizioni e stampate oltre trentacinquemila copie, anche in edizione tascabile. Il primo impatto fu che negli anni immediatamente successivi alla sua pubblicazione in Europa furono bruciate vive in quindici anni 16.376 streghe ed eretici e condannate a penitenza oltre 17 mila persone, dopo esser passate da atroci torture per confessare il terribile peccato di fronte a Dio. Sotto questa scure non mancò neanche la Garfagnana e questa triste storia ne è testimone.
Lei era una povera donna conosciuta come "Ursolina vulgariter ditta La Rossa" al secolo Ursolina La Rossa di Sasso Rosso. Ma come era potuto succedere che una semplice (seppur stramba) donna di paese fosse finita nelle rete della Santa Inquisizione? I padri inquisitori le dissero così che aveva la fama di essere strega e che perdipiù persone fidate l'avevano additata come tale, ma naturalmente la verità era un'altra, in paese qualche nemico c'era e poi dal momento che da poco era morto il marito la sua posizione si faceva ancora più debole e poi quei capelli rossi certo non aiutavano e non aiutava per niente quella sua passione di trafficare con le erbe, conosceva qualche metodo per curare alcune semplici malattie, un po' come fanno adesso le nostre nonne e tali pratiche le aveva imparate dalle altre compaesane e non credeva certo che fossero pratiche peccaminose, ma questo bastava per venire condotta davanti al tribunale del Sant'Uffizio competente di Modena, insieme a sua figlia, anche lei considerata come la madre.Era nell'anno 1539. Dagli atti del processo si ricavava che già dai primi interrogatori la donna "ammise" subito le sue colpe,la paura di essere torturata era molta, disse che era già molti anni che
partecipava a dei sabba, cominciò a favoleggiare su questi riti, ma all'inquisitore questo non bastava, ci doveva essere di più oltre che il sabba e fu portata di conseguenza nella sala delle torture dove doveva confessare tutta la verità in ogni minimo particolare,fu così legata e sollevata per un braccio da terra, il dolore fu indicibile: "...deponiteme che io dirò la verità...". Alle domande incalzanti rispose di si a tutto, rinnegava la Madonna, la fede e chiamava tre volte il diavolo che compariva sotto forma di un montone, lei gli saliva a cavallo e volavano nel cielo, confessò di averci avuto rapporti sessuali, tanto che diceva di questa bestia di essere dotato di un pene biforcuto. Nei giorni a seguire gli interrogatori continueranno ma "la sete di verità" degli inquisitori non fu placata vista "la obstinazione et pertinacia della donna" e pertanto fu chiesta autorizzazione a sua Eccellenza Joà di Saviati vescovo di Ferrara per procedere al tormento con il fuoco, l'autorizzazione fu concessa.A Ursolina furono poste le braci ardenti sotto i piedi e gridò "Toliti via il foco che volgio dire la verità" .I padri la ammonirono nuovamente di dire la verità e Ursolina fu un fiume in piena:"Io rinnego Cristo,la Vergine Maria ed i suoi santi e non voglio che Dio e la Vergine abbiano parte in me..", riferì di unguenti miracolosi fatti con grasso di "cristiano", poi pensò ad un'altra ammissione, la peggiore, la più nefanda, confessò di aver ucciso, ucciso bambini, dissanguandoli, scese in particolari raccapriccianti tanto da sorprendere gli stessi inquisitori, ma lei oramai dopo le terribili torture molto probabilmente non vedeva l'ora di
morire...Ma così non fu. Il Sant'Uffizio gli lasciò la possibilità di fare abiura (in caso contrario sarebbe finita sul rogo), di rinunciare al diavolo e alle sue tentazioni e di promettersi a Dio per il resto della sua vita, non prima di aver scontato penitenze pubbliche. Ursolina accettò, probabilmente salvando così anche la figlia:
"Mi Ursolina da Saso Rosso de la Diocesi di Modena...in presentia del reverendo Padre fra Thomas de Morbegno, vicario generale et reverendo padre inquisitore...essendomi posti li sacri Evangelji avantj e tocandolj corporalmente abiuro,revoco,detesto,abnego ogni heresia".
Dopo aver pronunciato abiura fu condotta all'ingresso del duomo di Modena dove fu posta in ginocchio con una corda al collo, molti si fermavano a schernirla, a maledirla e a minacciarla e così pure il giorno dopo avrebbe dovuto umiliarsi alla solita maniera davanti ad un'altra chiesa della città e poi così ancora per altre due
domeniche come specificava l'editto di penitenza, solo dopo questo avrebbe potuto riprendere la strada per Sasso Rosso, ma la sua vita non sarebbe più stata la stessa una volta giunta in paese, le regole ferree del tribunale sarebbero continuate. Ursolina doveva chiudersi in casa, uscire solo per andare a messa e confessarsi,per un intero anno poi avrebbe dovuto portare una tunica di penitenza con bene in vista una croce rossa e per tutto il tempo che le rimaneva da vivere avrebbe dovuto recitare un rosario al giorno alla Madonna. In fondo a questa storia Ursolina era felice,le cose più preziose gli erano rimaste:la figlia e la vita, gli inquisitori erano stati clementi o forse non avevano creduto a tutto quello che era uscito dalla sua bocca e avevano compreso che era soltanto una povera donna di campagna...
Una storia vera,che deve far riflettere ogni lettore.
La storia è documentata ancor meglio dal professor Guidi nel suo libro "Ursolina la Rossa e altre storie".
mercoledì 21 ottobre 2015
mercoledì 14 ottobre 2015
Come leggenda volle:la nascita del castagno in Garfagnana. Storia antica e rara.
Non c'è memoria che ci possa dire da quanto tempo le castagne
sfamano la Garfagnana e non sta certo a me ricordare che nei tanti momenti di carestia che la nostra valle ha attraversato quante vite garfagnine ha salvato dallo stento e dalla fame.Trovo quindi sempre giusto ricordare in tempo di castagne questo prezioso frutto della nostra terra che a mio avviso posso definire senza ombra di dubbio il frutto garfagnino più pregiato. "L'albero del pane", così lo definì Giovanni Pascoli nella sua opera Castanea. Tanto importante per noi, che gli usi, i costumi e le tradizioni, i regolamenti comunali, le tecniche agronomiche, tutto è legato a questo albero.Un proverbio a questo avviso dice:
Garfagnin della Garfagna
Se tu non avessi la castagna
Moriresti dalla famma.
Naturalmente con il tempo sono cambiate le cose e di quei 18.000 ettari di castagneto da frutto all'inizio del XX° secolo, oggi ne sono rimasti "solamente" 3000 ancora in produzione.Una vera fortuna dunque che in Garfagnana ci sia quest'albero, ma come ci è arrivato nelle nostre terre? Qualche volta è giusto lasciar perdere la storia vera e propria ed è bello immergersi nella poesia delle leggende,
lasciarsi trasportare in questo mondo fantastico e perchè no magari anche crederci. Questa che vado a narrare tratta la mistica nascita del castagno in Garfagnana,una leggenda molto antica e rara, forse conosciuta da pochi. Si ha qualcosa di scritto su questa storia a partire dal 1720 da parte di Pellegrino Paolucci (n.d.r: storico garfagnino), ma la sua diffusione, come nelle migliori tradizioni delle leggende è orale,racconti narrati magari raccolti in seno alla famiglia, alla luce del focolare domestico, con una padella di scoppiettanti mondine sul fuoco e in compagnia di un buon bicchiere di vino rosso e cominciare a raccontare così l'origine di tutto:
"Sui monti della Garfagnana viveva da tempo immemore un vecchio e saggio boscaiolo, aveva sempre vissuto sui quei monti e tutti lo vedevano da sempre. Un giorno spaccava la legna all'ombra di un grande albero verdeggiante, e ringraziava Dio della forza che gli dava e dell'ombra che gli concedeva.Si fermò un istante per asciugarsi il sudore e sentì che alcuni montanari garfagnini, poco discosti da lui, si lagnavano delle loro condizioni.
-Disgraziati noi,- diceva una voce di giovane
- Perché restiamo quassù e non scendiamo al piano?
Avete visto come era giallo il grano della valle? Chissà quanto pane
saporito avrà il contadino della pianura!-
-E avete visto, -
seguitava la voce di una donna:
-quel verde chiaro sulle colline verso il mare? Sono gli olivi. Chissà quanto olio dolce e nutriente torchieranno i contadini della collina!-
La voce di un vecchio seguitò ancora:
-E le viti verso il piano di Lucca che già diventano rosse,le avete viste? Chissà quanto vino generoso avrà il vignaiolo!-
Il vecchio saggio ascoltava col cuore sospeso. Temeva che i suoi montanari peccassero di ingratitudine verso Dio e bestemmiassero.Le voci seguitavano:
- E noi che cosa abbiamo? - diceva il giovane - Un po' di pascolo, di latte e di formaggio.-
- E quando piove e poi vien fuori il sole, - diceva la donna,-qualche fungo-
- E quando fa freddo un po' di legna da ardere- continuava il vecchio.-
-Vita misera, stenta e dura -dicevano insieme.
Al saggio si strinse il cuore.Commosso da quei lagni, si mise in ginocchio sopra una pietra e pregò:
-Dio mio, che hai dato la lana agli agnelli, il latte alle pecore , dà la maniera di svernare anche a coloro che abitano le tue alte montagne. Da' un pane anche ai montanari di questa valle, un pane dolce, nutriente e caldo, che sia il loro nutrimento nel lungo e rigido inverno!-
Sentì sopra di sé frusciare le fronde del grande albero e fu come se Dio avesse fatto cenno di assenso.Il vecchio si alzò e si diresse verso le voci che risuonavano ancora nel bosco.Trovò i montanari seduti sul muschio. Avevano tutti il volto triste e la testa appoggiata alla mano.
-Non siate così tristi, - disse il vecchio saggio ai suoi montanari.
-Non vi lagnate così. Iddio penserà anche a noi se gli saremo fedeli.-
Le voci si spensero, poi ripresero:
- Viviamo fra gli stenti. Non abbiamo un frutto che ci nutra e dia un raccolto abbondante.-
-E’ vero,ma non vi scoraggiate. Iddio.... -
Alzò la testa e scorse tra le foglie verdi dell'albero un riccio tondo e spinoso che non aveva mai veduto. Lo staccò cautamente e lo mostrò ai montanari stupiti.
- Guardate, ecco il frutto per voi!-
I montanari s'alzarono per osservare meglio quel riccio. Lo toccarono, lo soppesarono,poi si ributtarono in terra scontenti.
- Bel frutto! Non ha che spine pungenti. Ci ferirà la bocca. L'uva, l'oliva e il grano hanno un'altra apparenza!-
Il saggio sorrise:
- Gente poco accorta, - disse.
- Se di fuori questo frutto è così armato, vuol dire che dentro ha un tesoro da difendere dagli scoiattoli e dai ghiri. Prima di lamentarvi guardate che cosa contiene.-
Tracciò il segno della croce sul riccio, il quale si aprì in quattro e fece uscire tre belle castagne gonfie e lucide.I montanari garfagnini si erano fatti anch'essi il segno della croce, e ammiravano il prodigio delle tre castagne.
- Queste, - disse il vecchio - son come tre sacchetti di dolce farina. Non patirete la fame, negli inverni più lunghi. Siete contenti?-
I tre montanari mormoravano:
- Iddio ci vuole bene, Iddio è stato generoso anche con noi.-
- E anche voi siate generosi, - ribatté il saggio - E ascoltate-.
I tre si avvicinarono a lui:
-Quante castagne contiene il riccio? - chiese il vecchio saggio.
- Tre...Dunque il frutto è diviso in tre parti. Questa prima castagna, - disse - è per il padrone del castagneto. Quest'altra - aggiunse prendendo la seconda castagna, - è per chi lavorerà nel castagneto.-
Rimase una castagna nel riccio.
- E quella? Di chi sarà questa terza castagna?-
chiesero i tre e il vecchio rispose:
- Avete visto come ho fatto ad aprire il riccio? Col segno della croce.E il segno della croce chi ricorda? Gesù! Il riccio si è aperto per Lui. E noi lo ringrazieremo nelle nostre preghiere. Questa terza castagna è dunque per Lui, cioè per i poveri-.
Il saggio si allontanò e ripeté:
- Una al padrone, una al contadino, ed una al povero...-.
Raccolse di terra l'accetta, e tornò a spaccar legna nel bosco."
Una bella leggenda che affonda le sue radici nella fede contadina di secoli fa, dove Dio e terra erano legato in maniera
indissolubilmente e allo stesso tempo rende la castagna un frutto divino, nato per volontà di Gesù per sfamare la povera Garfagnana di quel tempo. Una leggenda questa ormai persa e da poco recuperata che rende onore alla castagna garfagnina e allo stesso tempo fa si che questa bella storia non vada persa nell'oblio dei tempi.
sfamano la Garfagnana e non sta certo a me ricordare che nei tanti momenti di carestia che la nostra valle ha attraversato quante vite garfagnine ha salvato dallo stento e dalla fame.Trovo quindi sempre giusto ricordare in tempo di castagne questo prezioso frutto della nostra terra che a mio avviso posso definire senza ombra di dubbio il frutto garfagnino più pregiato. "L'albero del pane", così lo definì Giovanni Pascoli nella sua opera Castanea. Tanto importante per noi, che gli usi, i costumi e le tradizioni, i regolamenti comunali, le tecniche agronomiche, tutto è legato a questo albero.Un proverbio a questo avviso dice:
Garfagnin della Garfagna
Se tu non avessi la castagna
Moriresti dalla famma.
Naturalmente con il tempo sono cambiate le cose e di quei 18.000 ettari di castagneto da frutto all'inizio del XX° secolo, oggi ne sono rimasti "solamente" 3000 ancora in produzione.Una vera fortuna dunque che in Garfagnana ci sia quest'albero, ma come ci è arrivato nelle nostre terre? Qualche volta è giusto lasciar perdere la storia vera e propria ed è bello immergersi nella poesia delle leggende,
lasciarsi trasportare in questo mondo fantastico e perchè no magari anche crederci. Questa che vado a narrare tratta la mistica nascita del castagno in Garfagnana,una leggenda molto antica e rara, forse conosciuta da pochi. Si ha qualcosa di scritto su questa storia a partire dal 1720 da parte di Pellegrino Paolucci (n.d.r: storico garfagnino), ma la sua diffusione, come nelle migliori tradizioni delle leggende è orale,racconti narrati magari raccolti in seno alla famiglia, alla luce del focolare domestico, con una padella di scoppiettanti mondine sul fuoco e in compagnia di un buon bicchiere di vino rosso e cominciare a raccontare così l'origine di tutto:
"Sui monti della Garfagnana viveva da tempo immemore un vecchio e saggio boscaiolo, aveva sempre vissuto sui quei monti e tutti lo vedevano da sempre. Un giorno spaccava la legna all'ombra di un grande albero verdeggiante, e ringraziava Dio della forza che gli dava e dell'ombra che gli concedeva.Si fermò un istante per asciugarsi il sudore e sentì che alcuni montanari garfagnini, poco discosti da lui, si lagnavano delle loro condizioni.
-Disgraziati noi,- diceva una voce di giovane
-E avete visto, -
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seguitava la voce di una donna:
-quel verde chiaro sulle colline verso il mare? Sono gli olivi. Chissà quanto olio dolce e nutriente torchieranno i contadini della collina!-
La voce di un vecchio seguitò ancora:
-E le viti verso il piano di Lucca che già diventano rosse,le avete viste? Chissà quanto vino generoso avrà il vignaiolo!-
Il vecchio saggio ascoltava col cuore sospeso. Temeva che i suoi montanari peccassero di ingratitudine verso Dio e bestemmiassero.Le voci seguitavano:
- E noi che cosa abbiamo? - diceva il giovane - Un po' di pascolo, di latte e di formaggio.-
- E quando piove e poi vien fuori il sole, - diceva la donna,-qualche fungo-
- E quando fa freddo un po' di legna da ardere- continuava il vecchio.-
-Vita misera, stenta e dura -dicevano insieme.
Al saggio si strinse il cuore.Commosso da quei lagni, si mise in ginocchio sopra una pietra e pregò:
-Dio mio, che hai dato la lana agli agnelli, il latte alle pecore , dà la maniera di svernare anche a coloro che abitano le tue alte montagne. Da' un pane anche ai montanari di questa valle, un pane dolce, nutriente e caldo, che sia il loro nutrimento nel lungo e rigido inverno!-
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| Metato garfagnino |
Sentì sopra di sé frusciare le fronde del grande albero e fu come se Dio avesse fatto cenno di assenso.Il vecchio si alzò e si diresse verso le voci che risuonavano ancora nel bosco.Trovò i montanari seduti sul muschio. Avevano tutti il volto triste e la testa appoggiata alla mano.
-Non siate così tristi, - disse il vecchio saggio ai suoi montanari.
-Non vi lagnate così. Iddio penserà anche a noi se gli saremo fedeli.-
Le voci si spensero, poi ripresero:
- Viviamo fra gli stenti. Non abbiamo un frutto che ci nutra e dia un raccolto abbondante.-
-E’ vero,ma non vi scoraggiate. Iddio.... -
Alzò la testa e scorse tra le foglie verdi dell'albero un riccio tondo e spinoso che non aveva mai veduto. Lo staccò cautamente e lo mostrò ai montanari stupiti.
- Guardate, ecco il frutto per voi!-
I montanari s'alzarono per osservare meglio quel riccio. Lo toccarono, lo soppesarono,poi si ributtarono in terra scontenti.
- Bel frutto! Non ha che spine pungenti. Ci ferirà la bocca. L'uva, l'oliva e il grano hanno un'altra apparenza!-
Il saggio sorrise:
- Gente poco accorta, - disse.
- Se di fuori questo frutto è così armato, vuol dire che dentro ha un tesoro da difendere dagli scoiattoli e dai ghiri. Prima di lamentarvi guardate che cosa contiene.-
Tracciò il segno della croce sul riccio, il quale si aprì in quattro e fece uscire tre belle castagne gonfie e lucide.I montanari garfagnini si erano fatti anch'essi il segno della croce, e ammiravano il prodigio delle tre castagne.
- Queste, - disse il vecchio - son come tre sacchetti di dolce farina. Non patirete la fame, negli inverni più lunghi. Siete contenti?-
I tre montanari mormoravano:
- Iddio ci vuole bene, Iddio è stato generoso anche con noi.-
- E anche voi siate generosi, - ribatté il saggio - E ascoltate-.
I tre si avvicinarono a lui:
-Quante castagne contiene il riccio? - chiese il vecchio saggio.
- Tre...Dunque il frutto è diviso in tre parti. Questa prima castagna, - disse - è per il padrone del castagneto. Quest'altra - aggiunse prendendo la seconda castagna, - è per chi lavorerà nel castagneto.-
Rimase una castagna nel riccio.
- E quella? Di chi sarà questa terza castagna?-
chiesero i tre e il vecchio rispose:
- Avete visto come ho fatto ad aprire il riccio? Col segno della croce.E il segno della croce chi ricorda? Gesù! Il riccio si è aperto per Lui. E noi lo ringrazieremo nelle nostre preghiere. Questa terza castagna è dunque per Lui, cioè per i poveri-.
Il saggio si allontanò e ripeté:
- Una al padrone, una al contadino, ed una al povero...-.
Raccolse di terra l'accetta, e tornò a spaccar legna nel bosco."
Una bella leggenda che affonda le sue radici nella fede contadina di secoli fa, dove Dio e terra erano legato in maniera
indissolubilmente e allo stesso tempo rende la castagna un frutto divino, nato per volontà di Gesù per sfamare la povera Garfagnana di quel tempo. Una leggenda questa ormai persa e da poco recuperata che rende onore alla castagna garfagnina e allo stesso tempo fa si che questa bella storia non vada persa nell'oblio dei tempi.
mercoledì 7 ottobre 2015
Pieve Fosciana: la rivolta del tricolore.La prima bandiera italiana a sventolare in Toscana,era il 1831
| Il tricolore che sventolò a Pieve Fosciana |
Ogni tanto penso a quanta fatica e con quanti morti siamo arrivati ad avere un Italia unita, poi un attimo dopo la mia mente va all'Italia di oggi e penso a quei poveretti di Pieve Fosciana nel 1831...vedessero adesso... e mi è impossibile non ricordare quella lontana domenica del 6 marzo di 184 anni fa. Sono passati molti anni dal quel giorno, da quella che gli storici hanno definito come"la prima rivolta del tricolore" in Toscana.Per gli onori della cronaca la Pieve ha il privilegio (come già tutti ben sappiamo) di essere il primo luogo in Toscana in cui è sventolata la nostra bandiera nazionale. Raccontiamo però come andarono i fatti. Tutto nacque ancor prima di quella notte tra il 5 e il 6 marzo. Pieve Fosciana faceva parte del Ducato di Modena, sotto il duca Francesco IV d'Este, quando i carbonari Ciro Menotti e il suo braccio destro Antonio Angelini di Pieve Fosciana iniziarono a organizzare la rivolta di Modena e del suo regno.Fra i due fu amicizia fin da subito,condivisero l’idea di un’Italia unita e libera e in questo anelito di libertà la macchina della rivoluzione si mise in moto anche alla Pieve. Gli artigiani cominciarono a cucire le coccarde tricolori da mettere al petto, mentre sette ragazzi di buona famiglia si mossero per far partecipare tutto il paese. Questi baldi giovanotti fautori della rivoluzione pievarina si chiamavano: Jacopo Pierotti, Nicola Amicotti (già inquisito per i moti del
Il Terrazzo con lapide
da cui sventolò
|
1821), Pietro Pierotti, Pietro Mariani, il dottor Porta Catucci e il professor Giovan Battista Tognarelli Arriviamo così alla fatidica notte del 5 marzo 1831,la notte a cui si fa riferimento.La rivoluzione contro il Duca doveva partire da Modena ed estendersi a tutto il Ducato, per un disguido e per le informazioni che “correvano” con le carrozze o a piedi(internet e gli smartphone ancora non c'erano), a Pieve Fosciana nessuno fu avvertito che questa era stata rimandata di un mese.Tutto però aveva preso il via,alla Pieve sventolò per alcuni giorni il Tricolore. I giovani tolsero dalla casa comunale l’aquila di pietra simbolo di Francesco IV e il Tognarelli issò il tricolore dal terrazzino della casa comunale. Fu un vero tripudio cominciarono le feste,si brindò e si cantò.Furono già elette le nuove magistrature dichiarando di fatto decadute le autorità ducali, fu nominato addirittura un commissario governativo provvisorio Felice Spezzani che partecipò ad un lauto banchetto a base di tordi preparato dalle donne del paese .La rivoluzione però durò tre soli giorni e nel martedì pomeriggio, quando rientrò il Duca nei suoi territorio fu imposto a tutte le
Francesco IV duca di
Modena
|
pievarino Antonio Angelini "Quel 10 marzo era già tutto finito",con questa frase mise fine ai sogni di gloria ma inconsapevolmente aprì una gloriosa pagina per la nostra valle.
mercoledì 30 settembre 2015
La storia de "Il pane a sette croste". Impressioni e parole di un emigrante garfagnino
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| Il piroscafo "Galileo" |
Cresci durante il suo certosino lavoro di raccolta di testimonianze sull'emigrazione in Garfagnana strinse amicizia con Camillo Angelo Abrami originario di Chiozza (Castiglione Garfagnana) ma residente a Vagli di Sotto, la sua fu una vita di emigrazione attraversando oceani per ben 23 volte: destinazione Brasile. Era quindi il prototipo dell'emigrante garfagnino per eccellenza e così Camillo sintetizzò in poche parole la sua testimonianza all'estero, ricordando subito l'inizio della sua avventura, quando il padre si opponeva alla sua partenza, ma una volta ottenuto il consenso gli disse queste parole:
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| Camillo Abrami con la moglie |
- Ricordati che il pane degli altri,come ti ho ripetuto altre volte, ha sette croste. Per guadagnarselo all'estero sarà sicuramente più duro del mio-.Il Pane a sette croste divenne poi il titolo di una pubblicazione e sta a significare appunto la durezza dell'esperienza dell'emigrazione.
Oggi invece se proviamo a domandare a qualche giovane studente: - Cosa sapete dell'emigrazione italiana?- Molto probabilmente chiuderanno gli occhi e allargheranno le braccia e pensare che in molte lettere dei nostri emigranti garfagnini, scrivevano quasi tutti la solita cosa: "Salutate tutti quelli che domandano di me". Non volevano essere dimenticati e questo articolo vuole essere appunto uno stimolo in più perchè tutto questo non vada perso.
La Garfagnana dai dati della Commissione Parlamentare sulla disoccupazione del 1952 è la zona della Toscana che nel tempo dette il maggior contingente di emigrati. Le cause furono molteplici:la menomazione dell'economia montana, lo sfruttamento distruttivo della montagna, la povertà stessa della popolazione e le poche vie di comunicazione.La disoccupazione sfiorava il 70%, i garfagnini campavano sullo sfruttamento del bosco a seconda della stagione (legna, funghi, castagne, mirtilli) figurarsi quindi ai tempi di Angelo Abrami. Angelo parti da Vagli nel 1910 a sedici anni con "il corredo necessario per qualche anno", come era nelle sue intenzioni e giusto, giusto prima di partire i genitori con sacrificio fecero un po' di acquisti per lui, ecco qui la spesa di quel tempo:
- 1 valigia di cartone £ 15
- 1 sveglia da £ 5
- 1 paio di scarpe da lavoro £ 10
- 1 paio di scarpe fine £ 12
- 1 vestito di cotone da £ 9
- 1 vestito da lavoro da £ 6
- 2 paia di pantaloni £ 8
- 3 paia di calze di lana £ 3
- 1 asciugamano £ 1,25
- 2 asciugamano di cotone £ 2,50
- 2 gravane(n.d.r:forse cravatte, ma non lo so!)£ 2
- 1 ombrello £ 1,50
- 3 cappelli da £ 2, £ 1,20, 90 Cent
- 4,10 per le spese
Così si affrontava il viaggio per le lontane Americhe, innanzitutto indebitandosi già in partenza perchè molti garfagnini si rivolgevano già nel lontano 1874 al Banco di Anticipazioni e di Sconto di
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| Emigranti italiani su un bastimento inizio 900 |
"Il Galileo portava 1600 passeggeri di terza classe, fra i quali più di 400 bambini. All'imbarco a Genova passava ogni sorta di persona, operai, contadini, donne con bambini alla mammella, ragazzetti, passavano portando quasi tutti una sedia pieghevole sotto il braccio, sacche e valigie di ogni forma alla mano o sul corpo, bracciate di materasse e di coperte e il biglietto con il numero della cuccetta stretto tra le labbra.Tutti i posti, ogni piccolo anfratto e minimo spazio veniva presto occupato.Le famiglie poi si separavano:gli uomini da una parte, le donne da un'altra e i ragazzi erano condotti nei loro dormitori.Entrando nei boccaporti infatti ridiscendevamo le scale entrando nelle camerate. Le cuccette erano su tre piani, una fila a destra e una a sinistra e nel mezzo un corridoio, mi facevano venire in mente la solita disposizione che davamo alle vacche a casa e la differenza poi non era così tanta. Ci venivano date materasse e salva vita di sughero (n.d.r:salvagenti) che ci doveva fare anche da cuscino. Al momento del mangiare si formavano squadre da 6 o 8 persone, ci davano un sacchetto di tela con piatti, gamelle (n.d.r:recipiente di latta), posate e bidone di legno per il vino".
Era piuttosto sulla modalità della distribuzione del cibo che venivano fuori dei parapiglia: i pasti (se così le vogliamo chiamare) venivano affidati ai "capirancio" che di solito erano i più anziani della camerata e questi di solito facevano i furbetti facendo favoritismi o distinzioni al momento della distribuzione. Il cibo veniva poi consumato nelle cuccette o sul ponte in quanto non vi erano dei refettori. Non parliamo poi dell'igiene, nel 1900 la situazione era così descritta da un medico:
“L’igiene e la pulizia sono costantemente in contrasto con la speculazione. Manca lo spazio, manca l’aria. Le cuccette degli emigranti vengono ricavate in due o tre corridoi e ricevono aria per lo più attraverso i boccaporti. L’altezza minima dei corridoi va da un metro e sessanta centimetri per il primo, partendo dall'alto,a un metro e novanta per il secondo. Nei dormitori così allestiti, è frequente l’insorgenza di malattie, specialmente bronchiali e dell’apparato respiratorio e nonchè virus intestinali. Per sottolineare la mancanza delle più elementari norme igieniche si può fare riferimento al problema della conservazione e distribuzione dell’acqua potabile che viene tenuta in casse di ferro rivestite di cemento. A causa del rollio della nave il cemento tende a sgretolarsi intorbidando l’acqua che,venuta a contatto con il ferro ossidato, assume un colore rosso e viene consumata cosi dagli emigranti non essendo previsti dei distillatori a bordo."
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| Manifesto delle partenze per le Americhe pubblicato su "Il Corriere della Garfagnana del 1886 |
Ma la voglia di cambiar vita e la speranza di nuove prospettive per i garfagnini era superiore a qualsiasi patimento e bene o male nei 30 giorni (circa)di viaggio c'era da passare il tempo in qualche maniera e per i viaggiatori di terza classe come ricorda Abrami i divertimenti erano pochi. Si giocava spesso a tombola e quando i banchi di pesce a volte affiancavano la nave davano sorpresa e allegria, specialmente quando i delfini per lunghi tratti accompagnavano il piroscafo. L'occupazione principale sopra la nave era andare a prendere il cibo,pane e vino mattina e sera e molti addirittura passavano ore a osservare inebetiti lo spartiacque alla prua di bordo. Per fortuna che c'era la musica suonata con l'organetto o con la fisarmonica,ed è li che il nostro Camillo Abrami sentì per la prima la conosciutissima "Mamma mia dammi cento lire che in America voglio andar". Finalmente poi si arrivava nelle Americhe e qui i poveri garfagnini erano alla mercè dei manigoldi:rapine, raggiri e truffe erano all'ordine del giorno per i nostri emigranti, vissuti sempre nella pur povera ma onesta Garfagnana.La buonafede, la mancanza di malizia e l'ingenuità era motivo di approfitto anche da parte degli stessi italiani che si erano già insediati da qualche anno e che imbrogliavano senza vergogna chi era appena sbarcato, anche perchè c'era una totale mancanza di assistenza da parte del governo italiano, in aiuto perlomeno c'erano alcune società caritatevoli cattoliche per inserire questa povera gente e l'inserimento sociale non era per niente facile e uno degli scogli più grandi era la lingua. Ecco un simpatico vocabolario di un emigrante di Cerretoli che si era annotato alcune frasi:
Inglese:Ianmen,
ai nide bai santin ciu it, iu uil scio mi becher sciop
Italiano:Giovinotto,
io abbisogno di comprare qualche cosa da mangiare, voi volete mostrarmi il negozio del panettiere.
Inglese:Oraite
tenchiu veri macci
Italiano:Va bene vi ringrazio tanto.
Inglese:Boos
pliis ghimmi tuu loff brede, tuu sardine chen,
tuenti sensi bolon, ten sensi ciis, uan borla uaine
Italiano:Padrone
favoritemi due pani, due scatole di sardine,venti centesimi di salame, dieci centesimi di formaggio, una bottiglia vino.
Torniamo così da Camillo Angelo Abrami che finalmente raggiunse in Brasile il fratello Amos, già lì da alcuni anni e impiegato come factotum nel ristorante albergo dello zio Angelo Guazzelli fratello della madre. Così infatti andava, era una continua catena, parente chiamava parente e la Garfagnana di fatto si svuotava, ne è la prova questa bellissima lettera sgrammaticata con un italiano misto a dialetto a volte
deformato dalle lingue di adozione e che a sua volta Camillo inviò al nipote Samuele per chiamarlo anche lui nello sconfinato Brasile:
-
Caro nepote Samuele sono a farti asapere lottimo stato di mia salute
ed il simile volio sperare di te e tua familia. Sono a dirti che
seacaso volesti vienire in America del Brasile, come tù miavevi
detto nella mia partenza, che mi dicevi, che quando, avevo posto per
me, efatto posizione, che ti avessi mandati aprendere. Dunque settù
voi vienire ora è il tempo, il quale settù voi vienire, neò un
grande bisogno nel mio ottello, di più ti dico che sevoi vienire io
ti terrò sotto la mia cura, commé noglialtri, e ti potrai fare un
piano discreto.- ![]() |
| Donne emigranti in coperta |
19 Settembre 1910,
Angelo Camillo Abrami
Continuava e continua ancora oggi la storia de "Il pane a sette croste".
mercoledì 23 settembre 2015
Un garfagnino alla"corte" di Sandro Pertini. Sette anni vissuti gomito a gomito con il Presidente più amato dagli italiani

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| In primo piano Luciano Zanelli con Pertini (foto tratta da "Il Tirreno) |
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| Castelletto (Giuncugnano) |
Tanti sono i ricordi del periodo vissuto a tu per tu con la più alta carica dello Stato, che Zanelli definisce «un uomo buono, affabile che sapeva mettere a proprio agio tutti».
«Con noi della scorta – aggiunge - aveva un rapporto quasi familiare. Era camaleontico, perché sapeva stare con tutti e dovunque e sganciato da quello che era il cerimoniale».
Le
vacanze in Val Gardena:
«Ogni anno Pertini era solito passare le vacanze in Val Gardena. E con lui noi della scorta – spiega Zanelli -. Una volta quando arrivammo il presidente mi disse che voleva entrare in un negozio e mi pregò di chiamare gli altri agenti. Voleva comprare a tutti un maglione uguale al suo e che indossassimo insieme. La cosa ci imbarazzava perché nella maniera più assoluta non volevamo approfittare della sua generosità, così noi della scorta facemmo presente al titolare che ci saremmo pagati il proprio capo d'abbigliamento. Ed ancora conservo quel maglione. Sul fatto dei soldi non sentiva ragioni, voleva pagare sempre lui. Ovviamente quando si consumava un pasto nei ristoranti andavo io o un collega a pagare il conto. Appena tornavo al tavolo la frase era sempre la stessa “Giovanotto quanto ha speso?”. Prima di iniziare il pranzo o la cena domandava se i ragazzi (così chiamava il personale della scorta, ndr) avevano mangiato. Più che un presidente era stare insieme ad un amico».
«Ogni anno Pertini era solito passare le vacanze in Val Gardena. E con lui noi della scorta – spiega Zanelli -. Una volta quando arrivammo il presidente mi disse che voleva entrare in un negozio e mi pregò di chiamare gli altri agenti. Voleva comprare a tutti un maglione uguale al suo e che indossassimo insieme. La cosa ci imbarazzava perché nella maniera più assoluta non volevamo approfittare della sua generosità, così noi della scorta facemmo presente al titolare che ci saremmo pagati il proprio capo d'abbigliamento. Ed ancora conservo quel maglione. Sul fatto dei soldi non sentiva ragioni, voleva pagare sempre lui. Ovviamente quando si consumava un pasto nei ristoranti andavo io o un collega a pagare il conto. Appena tornavo al tavolo la frase era sempre la stessa “Giovanotto quanto ha speso?”. Prima di iniziare il pranzo o la cena domandava se i ragazzi (così chiamava il personale della scorta, ndr) avevano mangiato. Più che un presidente era stare insieme ad un amico».
La
partita a carte:
«Dal
centro carabinieri dove il presidente alloggiava in Val Gardena –
ricorda ancora il maresciallo Zanelli - la mattina ci spostavamo con
le campagnole per raggiungere qualche rifugio, ma gli ultimi tre
chilometri Pertini li voleva fare a piedi. E se prima di pranzare
c'era da aspettare un po' immancabile era la partita a carte con gli
uomini della scorta. Io però una partita con lui non l'ho mai fatta
dato che non ho mai tenuto in mano un mazzo di carte»
L'amore
per i bambini:
«Durante i vari spostamenti ci fermavano in autostrada al solito rifornitore di benzina. Pertini ne approfittava per prendere un caffè. E se c'erano dei bambini comprava loro delle cioccolate. Li adorava e adorava l'affetto della gente che incontrava sempre volentieri».
«Durante i vari spostamenti ci fermavano in autostrada al solito rifornitore di benzina. Pertini ne approfittava per prendere un caffè. E se c'erano dei bambini comprava loro delle cioccolate. Li adorava e adorava l'affetto della gente che incontrava sempre volentieri».
Vado
in ufficio:Così era solito dire Sandro Pertini quando la mattina presto si recava al Quirinale. La sera verso le 17.30-18 veniva riaccompagnato a casa, vicino alla fontana di Trevi.
Zanelli
racconta un altro particolare legato al capo dello Stato:
«La
sera Pertini sarebbe voluto uscire in incognito, non voleva creare
disturbo agli uomini della scorta. Quando me lo diceva lo faceva
quasi sottovoce. Ma la cosa non era possibile. Il sabato, invece,
spesso andavamo al Caffè Greco».
La
pipa spenta:
Svela un particolare Luciano Zanelli su un oggetto tanto caro a Pertini: la pipa. «Era quasi sempre spenta, il presidente non era un fumatore accanito. L'accendeva dopo pranzo giusto per fare un paio di tiri. Era un po' il suo giocattolo. Aveva una ricca collezione di pipe e una volta nella Marche una famosa ditta gliene realizzò una davanti a lui in soli 35 minuti».
(Intervista del 2012 di Azelio Biagioni per il quotidiano "Il Tirreno")
Svela un particolare Luciano Zanelli su un oggetto tanto caro a Pertini: la pipa. «Era quasi sempre spenta, il presidente non era un fumatore accanito. L'accendeva dopo pranzo giusto per fare un paio di tiri. Era un po' il suo giocattolo. Aveva una ricca collezione di pipe e una volta nella Marche una famosa ditta gliene realizzò una davanti a lui in soli 35 minuti».
(Intervista del 2012 di Azelio Biagioni per il quotidiano "Il Tirreno")
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| Zanelli oggi (foto tratta da facebook) |
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| Uno dei dipinti di Zanelli (foto tratta da Facebook) |
Insomma ecco un altro garfagnino di cui andare fieri.
mercoledì 16 settembre 2015
Un mestiere antico, misterioso e forse poco conosciuto: il saltaro.
Ci sono di quei mestieri che anche il tempo cancella dalla nostra
memoria, poi come per magia riemergono fuori da libri antichi e allora cominci a documentarti, ad informarti, a fare ricerche finchè
la tua curiosità non viene placata. Questo che vado a narrarvi non è un classico mestiere antico di cui abbiamo sempre sentito parlare in Garfagnana,niente a che vedere con i conciapelli, canestrai, calzolai o ombrellai, ma solamente il nome di colui che fa questo lavoro desterebbe il desiderio di conoscenza anche nel più indifferente dei lettori. Avete mai sentito parlare del saltaro? Io prima di qualche giorno fa, sinceramente no. In questo caso devo ringraziare la dottoressa Melania Spampinato che nel convegno di studi storici che si è tenuto in questi giorni nella Rocca di Castelnuovo, nel suo studio sull'antico statuto di Villa Collemandina ha riportato a galla la figura del Saltaro come custode di terreni agricoli.Il Saltaro non è una figura tipica garfagnina è bene chiarirlo subito, ma la possiamo trovare anche in Lombardia,in Trentino e in Sardegna, ma come detto ha operato anche da noi...eccome.Oggi questa figura la potremmo definire una "guardia campestre",all'epoca questo personaggio destava mistero, spaventava i bambini e affascinava i grandi.Giovani, celibi e onesti erano le prerogative che ognuno doveva avere per svolgere questo lavoro che in Garfagnana già si faceva intorno al 1300, ma che ebbe poi il suo apice nel secolo XVI sotto il dominio estense.Il suo compito era di contrastare i furti nei campi, specialmente nelle vigne,quindi il saltaro doveva essere robusto e deciso, e meglio se imponente perchè doveva incutere timore e mettere paura a tutti. Per spaventare i ladri doveva vestire in modo particolare, con pellicce di animali per esempio e portava sopratutto dei cappelli veramente inusuali e appariscenti da far invidia alla regina Elisabetta,inoltre era sempre armato di un lungo bastone nodoso, pronto a sbatterlo nella testa di chiunque si fosse azzardato a mettere piede nella proprietà,mettiamoci poi che questi erano dediti spesso anche a qualche "mezzino" di vino...Comunque sia era una figura importantissima nella Garfagnana rurale di quei tempi.Il saltaro non era solo a guardia dei campi,ma anche dei boschi, doveva sorvegliare che non fosse rubato alcun frutto che la natura donava sia coltivato che naturale, come funghi, mirtilli,castagne e quant'altro il buon Dio offriva.Fra gli antichi compiti competeva anche di vigilare sui pascoli,sulla custodia delle recinzioni, del fieno e dei corsi d'acqua che scorrevano nel podere.Ogni anno i saltari venivano eletti dal comune, pertanto era una guardia comunale in piena regola con compiti essenzialmente esecutivi e pratici, addirittura doveva prestare un giuramento, come si può leggere dagli statuti e dai regolamenti del paese di Gragnana (Piazza al Serchio) del 23 marzo 1539 custoditi presso l'Archivio di stato di Modena:
di conseguenza poi veniva assunto dal contadino o dal signorotto locale,sopratutto nel periodo estivo-primaverile, da aprile fino anche ad ottobre (tempo di castagne), inoltre era responsabile di ogni danno che veniva commesso dentro la proprietà di sua competenza e per evitare tutto ciò aveva il suo punto di osservazione su una torre di legno detta "tezza", dove osservava tutto e tutti e quando qualcuno voleva attraversare il suo terreno per transitarci chiedeva, o forse meglio dire pretendeva, quella che oggi si chiamerebbe tangente, ovvero esigeva soldi in cambio del semplice passaggio,da aggiungere poi che non disdegnava il compenso che ogni singola famiglia di contadini gli donava,spesso e volentieri erano compensi in natura, insomma essere nominato saltaro era, come si diceva una volta "fare tredici al totocalcio", difatti il suo stipendio di pochi mesi si diceva che equivalesse quasi quanto avrebbe guadagnato un bracciante agricolo per tutto
l'anno.Sicuramente era un mestiere che aveva i suoi pro e i suoi contro, in realtà aveva regole stabilite, una di queste era che il saltaro non poteva dormire più di tre, quattro ore per notte, non poteva mai abbandonare il luogo di lavoro ed era perciò in servizio permanente.C'era anche la possibilità che all'interno di una proprietà vi fosse più di un saltaro dipendeva questo da quanto era grande il possedimento e la terra da vigilare,praticamente dove c'era un feudo esistevano più saltari che prendevano il nome dal bene sorvegliato: saltnerius feni, saltnerius pastorum, saltnerius vinerum (saltaro del fieno, del pascolo e delle vigne),questo
continuo contatto con la natura lo rendeva un estremo conoscitore di essa, da renderlo uno dei più specializzati intenditori nella conoscenza delle erbe aromatiche.Un personaggio praticamente quasi inavvicinabile, scontroso,a volte violento tanto che 500 anni fa era considerato per i bambini come l'attuale uomo nero, le mamme minacciavano così quando il piccolo faceva le bizze:
-Guarda che se non obbedisci arriva il saltaro che ti porta insieme a lui nel bosco!-
Personaggi questi quasi dimenticati, che come per magia ogni tanto qualche vecchio archivio polveroso restituisce...
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| I saltari in questa foto provengono dal Trentino |
"Della
elezione del saltaro. Cap. ij
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| Il castello e la chiesa diroccata di Santa Margherita a Gragnana (foto amalaspezia) |
Item
statuiamo che loffitiale o si Consulo di epso comune, che per li
tempi sara sia tenuto et debbi dapoi che sara electo Consulo, ...
octo giorni convocare li homini di detto comune et di quelli una..
conli soprastanti didetto comune debbi eleggere et trovare diditto
comune, uno saltaro et guardiano di danni dati inditto comune et suo
distretto con salario ordinato per li soprastanti diditto Comune. Et
chi sara eletto, sia tenuo detto officio acceptare et jurare fare
quello bene et diligentemente alla pena di B (bolognini) VI. Et si
accettare et jurare non volesse paghi ditta pena et sia exempto
daldetto officio da li anno proximo sequente. Et esso officio duri
sei mesi, et piu et ..... facendo la vulunta de soprastanti. Et
vaglino le accuse fatte per detto Saltaro con juramento et non
sipossi excusare e per difetto diprove ne di testimoni. Alequale
accuse con juramento sia creduto senza alchuna altra probatione."
di conseguenza poi veniva assunto dal contadino o dal signorotto locale,sopratutto nel periodo estivo-primaverile, da aprile fino anche ad ottobre (tempo di castagne), inoltre era responsabile di ogni danno che veniva commesso dentro la proprietà di sua competenza e per evitare tutto ciò aveva il suo punto di osservazione su una torre di legno detta "tezza", dove osservava tutto e tutti e quando qualcuno voleva attraversare il suo terreno per transitarci chiedeva, o forse meglio dire pretendeva, quella che oggi si chiamerebbe tangente, ovvero esigeva soldi in cambio del semplice passaggio,da aggiungere poi che non disdegnava il compenso che ogni singola famiglia di contadini gli donava,spesso e volentieri erano compensi in natura, insomma essere nominato saltaro era, come si diceva una volta "fare tredici al totocalcio", difatti il suo stipendio di pochi mesi si diceva che equivalesse quasi quanto avrebbe guadagnato un bracciante agricolo per tutto
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| Pascoli a San Pellegrino in Alpe 1930 |
Personaggi questi quasi dimenticati, che come per magia ogni tanto qualche vecchio archivio polveroso restituisce...
mercoledì 9 settembre 2015
Verità o leggenda? La storia di Teodora e Anselmo e "la leggenda del Lago di Vagli"
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| 1994 ecco come appariva il paese di Fabbriche di Careggine dopo l'ultimo svuotamento |
l'onorabilità del paese e dei parenti del colpevole dei misfatti a futura memoria e così spesso è stato.In tanti casi in Garfagnana episodi di cronaca nera ci sono stati passati nei decenni e nei secoli come leggenda (per esempio leggi:http://paolomarzi.blogspot.it/2014/11/il-caso-del-sandalo-rosso-storia-di-un.html), ma come ben si sa qualsiasi leggenda il suo fondo di verità l'ha sempre. Infatti mi è tornato alla mente in questi giorni che si sta parlando nuovamente di svuotare il lago di Vagli, di una storia proprio in tal senso, accaduta piuttosto di recente,proprio quando Fabbriche di Careggine (il futuro paese sommerso) fu evacuata per far posto alla mastodontica diga di Vagli e al suo invaso.Questi fatti che andrò a narrare sono meglio conosciuti come "la leggenda del Lago di Vagli", ma di leggenda qui ce n'è ben poca, credetemi, è una storia che farebbe invidia a qualsiasi trasmissione televisiva che si occupa di questi casi o a qualche scrittore di gialli, insomma una bella ma brutta storia che io racconterò come leggenda vuole, a voi poi discernere la verità dalla leggenda stessa.
L'antico paese di Fabbriche di Careggine oggi riposa in fondo al lago di Vagli (per la sua storia leggi http://paolomarzi.blogspot.it/2014/04/fabbriche-di-careggine-il-paese.html), poche case ricoperte di fango raggruppate intorno alla chiesa di San Teodoro e al suo campanile. Oggi i suoi abitanti sono i pesci, ma una volta era un borgo industrioso, divenuto negli anni uno dei maggiori fornitori di ferro dello stato estense, nonché considerato un punto strategico di passaggio per la famosa Via
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| Come appariva il paese quando era abitato |
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| 1947 il campanile sommerso |
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| Il momento dell'evacuazione del paese 1947 |
Anni dopo quando fu svuotato il lago per la prima volta nel 1958, a qualcuno tornò in mente la povera donna e alcuni provarono a ricercare il cadavere di Teodora. Non fu trovato niente, nemmeno un osso, qualcuno pensò che fosse riuscita fuggire. Il fatto rimane comunque un mistero. Eppure c'è qualcuno che giura che nelle notti del 13 di ogni mese sente le campane suonare, si dice che sia il fantasma di Teodora, costretta dal Diavolo a suonare fino all'alba per scontare i suoi peccati e in particolare per quello di non averle suonate la notte che il povero Anselmo si perse nel bosco...
Una storia di altri tempi che fonde verità e leggenda. Vicende che si perdono nelle tradizioni orali dei paesi più nascosti...
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