mercoledì 26 luglio 2017

Garfagnini: fondatori di città. Una storia sconosciuta

Italiani fondatori di nuove città
"...Romolo attaccò all'aratro il vomere di rame, accoppiando al giogo il toro e la vacca e tracciò un solco profondo a base delle mura. Questo solco costituì il circuito che doveva percorrere la muraglia chiamata poi dai latini Pomerio, cioè post murum. Che questa cerimonia di fondazione avvenisse il 21 aprile è da tutti creduto ed i romani festeggiano quel giorno con il nome di natività della patria". 
Così Plutarco nelle sue "Vite parallele" ricorda la fondazione della città per eccellenza: Roma. La fondazione di Roma è stata una delle date più importanti della storia dell'umanità, questa città cambiò letteralmente i destini del mondo e ancora oggi il riverbero di ciò è ancora presente. In Garfagnana non voliamo così in alto, ma anche nella nostra valle abbiamo avuto i nostri "Romolo", cioè dei fondatori di città. Si, avete capito bene, questa è una pagina davvero poco conosciuta dei nostri emigrati, ma alcuni di loro posero le fondamenta per nuovi abitati che ancora oggi sono vivi e vegeti. Ma andiamo per gradi e cominciamo a raccontare la nostra storia dicendo che noi italiani abbiamo avuto sempre la prerogativa di essere degli esploratori provetti, d'altronde Marco Polo, Colombo e Vespucci qualcosa avranno pure lasciato...Infatti così è, tant'è che quando alla fine dell'800 e gli inizi del '900 ci fu il boom dell'emigrazione molti italiani non si limitarono a vivere nelle grandi città ma andarono a cercar fortuna in lidi quasi inesplorati come al tempo era quel lembo di terra nello stato dell'Arkansas (Stati Uniti) dove oggi sorge la città dal curioso nome di Tonti Town. Fu fondata nel 1898 da un gruppo di immigrati cattolici italiani, guidati dal loro prete Pietro Bandini, si stabilirono in questo posto perchè così dissero che il clima e il terreno erano simili a quelli del loro luogo nativo nella lontana Italia. Decisero perdipiù di onorare un altro italiano, esploratore come loro: Henri De Tonti, in suo onore fu dato il nome a questa cittadina, a colui che aiutò Renè Robert Cavalier de La Salle ad esplorare il fiume Mississipi. Oggi la città è famosa per il Tonti Town Grape festival
Tonti Town Grape Festival
, dove si sponsorizza l'ottimo (così almeno si dice) vino locale e sempre a proposito di vino che dire allora di Asti?...No! Non capitemi male non parlo della ridente città piemontese, ma bensì dell'Asti che è in California nella Sonora Valley, sorta nel 1881 per volontà del ligure Andrea Sbarboro che fra l'altro creò pure un'azienda vinicola che per molto tempo è stata il principale produttore di vino di tutta la California. Diversa per esempio era la situazione in America del Sud. In Brasile agricoltori veneti, friulani, trentini e lombardi fondarono nuclei coloniali a cui diedero il nome dei loro paesi di origine. In Argentina invece a Villa Regina i coloni italiani trasformarono letteralmente il deserto in splendide distese di frutteti e vigneti. Altresì nel confinante Cile ho potuto personalmente toccare con mano l'intraprendenza italiana, visitando in gennaio 2017 Capitan Pastene amena località del Cile meridionale. Qui ancora oggi esiste l'unica comunità italo cilena, fu creata da emigranti di Pavullo (in provincia di Modena) ai primi del '900. Per chi ha la fortuna di fare un giro in città può vedere che nei ristoranti si mantiene ancora salda la tradizione emiliana e così si possono mangiare dell
Io a Capitan Pastene Cile
e buonissime tagliatelle o dei buoni tortellini e anche gli insaccati non sono niente male. Il nome dell'abitato anticamente era Nueva Italia cambiato poi in Capitan Pastene in memoria dell'esploratore Giovanni Battista Pastene navigatore del '500 a cui va il merito di aver esplorato gran parte delle coste cilene.

Tornando al nocciolo della questione i nostri garfagnini non furono di meno di altri italiani e anzi la loro mente fu lungimirante quando intuirono (proprio in America Latina) che bisognava acquistare terreni adatti alle future stazioni ferroviarie, difatti in quegli sperduti luoghi era in forte espansione la costruzione di nuove ferrovie ed è proprio qui che i nostri conterranei ebbero l'intelligenza di precedere, piuttosto che seguire i binari, sorsero così nuovi paesi la cui principale produzione era la fabbricazione di traversine per i binari. Lampante è il caso di Primo Fiori di Gragnana (Piazza al Serchio). Suo padre era già partito per il Brasile all'inizio del secolo scorso e Primo non trovando lavoro nel 1926 ripetè la scelta del genitore. Arrivò in quel di San Paolo e con l'aiuto di alcuni compaesani trovò finalmente lavoro. Non contento nel 1932 si trasferì nello stato del Paranà dove partecipò alla costruzione della ferrovia, si fermò così in quella che sarebbe diventata la città  di Londrina (che oggi per numero è la seconda più popolosa dello stato) con la moglie di origine russa e insieme
Londrina oggi
a circa altri mille compagni di avventura. Aprì in seguito un'officina, poi una concessionaria internazionale di camion e trattori, infine fece arrivare nel luogo la prima linea aerea commerciale. Nel 1984 
nel cinquantenario della nascita della città  fu insignito con la moglie del diploma di onore "Pioneiro de' Londrina", insieme a lui altri vecchi emigranti dell'Italia del nord furono premiati che in quel lontano 1934 vollero dare merito però al primissimo insediamento inglese (li impiegato nella lavorazione del cotone), chiamando Londrina la nuova cittadina in onore alla capitale Londra. Sempre in Brasile rimarranno epiche le gesta di Pietro Pocai che in un mio vecchio articolo definì l'Indiana Jones garfagnino (per leggerlo clicca qui http://paolomarzi.blogspot.it/2014/07/lindiana-jones-garfagnino-pietro-pocai.html). Pietro nacque ad Eglio (comune di Molazzana) nel 1853, era il secondo di cinque figli e siccome la vita era grama e povera la famiglia decise di mandarlo in seminario con la speranza di ricavarci un prete. Ma il "latinorum" non era il suo forte, quindi lasciò la famiglia e gli affetti più cari e s'imbarcò clandestino verso il Brasile. In quel periodo in quei luoghi giungevano avventurieri da tutti i porti che si addentravano in Amazzonia, nel Mato Grosso e nel Rio Grande do Sud a cercar fortuna, Pietro le segui. Studiò così le varie tribù indigene imparandone la lingua, gli usi e la religione. Dai Munduro (una tribù del luogo specializzata in mummificare le teste dei nemici), ebbe in sposa la figlia del capo, visse nel villaggio per un po' e poi stanco della vita "coniugale" scappò dalla moglie e s'incammino nelle impervie foreste del sertao paulista. Nel 1886 giunse finalmente nei pressi di un grandissimo fiume: il Parapanema, era un luogo stupendo, verde, lussureggiante, talmente bello che il nostro Pietro decise di fermarsi. Il suo insediamento fu subito ostacolato dagli indios Coroados (i temibili tagliatori di teste)che subito gli bruciarono la capanna, allora Pietro chiamò a se altri emigrati italiani, dopo alcuni mesi sorse un improvvisato numero di abitazioni.I nuovi abitanti formarono un simil- esercito che si mosse senza pietà contro gli indigeni, il sangue scorse copioso e alla fine i Coroados furono sconfitti. Una cascata d'acqua meravigliosa rompeva con il suo frastuono il silenzio di quel luogo, in onore a
Salto Grande oggi
detta cascata la nuova città fu chiamata Salto Grande.In pochi anni le abitazioni crebbero. Gli emigrati italiani giunsero da tutto il Brasile con l'intenzione di aggregarsi alla
 "tribù del Pocai". Adesso gli italiani erano padroni di un intera regione, incominciarono a coltivare il caffè, canne da zucchero, si costruirono chiese e negozi.Il suo capo incontrastato rimase Pietro Pocai fino al giorno della sua morte avvenuta l'8 settembre 1913.

Queste storie nella loro eccezionalità  un po' si assomigliano tutte. Simili furono i fatti che capitarono ad Angelo Guazzelli di Chiozza che trovò il suo paradiso terrestre sulle sponde del fiume Apiay a trecento chilometri da San Paolo del Brasile, qui vi costruì la prima capanna, in poco tempo ne sorsero altre e altre ancora, nacque così nel 1886 la città di Bury. Stessa cosa per Polinice Mattei di San Romano Garfagnana, uomo dalle idee politiche ben chiare e quindi spesso in contrasto con il governo locale, la sua caparbietà lo portò quindi a fondare una città tutta sua: Tanabi. Oggi questo luogo insieme ai suoi 25.000 abitanti può vantare una università e una squadra di calcio di buon livello. Pasquale Toti di Cardoso invece è il padre di Uberaba, situata nello stato del Minas Gerais anch'essa in Brasile. Questa terra si prestò subito  a nuovi tipi di cultura mai provati nella Valle del Serchio, come la soia e la canna da zucchero ed in più sterminati pascoli favorirono il nascere di intere mandrie di mucche, insomma anche nel XI secolo questa regione rimane uno dei centri agricoli più importanti del Paese. Addirittura c'è chi fondò una città in collaborazione tra fratelli e per buona fortuna non andò a finire come fra Romolo
festa dei fondatori di Rudge Ramos
e Remo e ad onor del vero, Tommaso, Adelfo e Romualdo Piagentini da Chiozza con buona pace e rimboccandosi le maniche costruirono le prima case di Rudge Ramos e così nacque ufficialmente il nuovo villaggio nel giorno di Santo Stefano del 1891 con l'autorizzazione avuta dalla diocesi di San Paolo nel dire la prima messa nella nuova chiesa, proprio in quelle terre che alcuni anni prima i fratelli Piagentini avevano acquistato dalla Stato paulista.

Per l'emigrato la conquista di una casa propria non è solamente uno dei più rassicuranti segnali di condizioni economiche è anche il luogo in cui ci si può sentire "solamente" se stessi. Alcuni garfagnini non si accontentarono di una semplice casa, furono
Tommaso Piagentini, uno
dei tre fratelli fondatore
di Rudge Ramos
 dei nuovi coloni, fu un percorso singolare, alla maniera cinematografica di "C'era una volta il West". L'aver avuto parte in queste nascite meritò ai protagonisti il meritato titolo di "fondatori di città". 



Bibliografia

  • "Storie di ieri, di oggi, di donne, di uomini" Fondazione Paolo Cresci per la storia dell'emigrazione italiana

mercoledì 12 luglio 2017

I terremoti dimenticati della Garfagnana. Una tragica cronistoria lunga 600 anni

La paura è sempre la solita, tremenda, paralizzante. Le ante
Il terremoto del 1920 in Garfagnana
(foto collezione Silvio Fioravanti)
dell'armadio iniziano a tremare, il tavolo le segue, l'incredulità è mescolata con la realtà, poi ti rendi conto...il terremoto!!!..., un urlo strozzato cerca di coprire quella specie di rombo angosciante, nonostante tutte le raccomandazioni del caso dimentico tutte le buone norme...dovrei buttarmi sotto la scrivania? No! Volo le scale a grandi passi, esorto tutti ad uscire, la gente è già in strada, i bambini corrono, e gli adulti hanno le mani nei capelli per lo spavento...eppure in questi attimi la più temeraria di tutti era sempre lei...la nonna. Lei aveva affrontato insieme a due bimbe piccole i bombardamenti del '44 in Garfagnana, aveva visto il paese distrutto e aveva vissuto sulla sua pelle anche il devastante terremoto del 1920. Si, proprio quel terremoto. Ormai per noi garfagnini quel sisma è quasi entrato di diritto nella leggenda popolare, ogni volta che la nostra terra viene colpita dal più piccolo tremolio la mente va sempre a quel maledetto 7 settembre 1920 e ai suoi 171 morti. I nostri nonni hanno tramandato da padre in figlio la memoria di quei terribili giorni, ognuno nella propria casa ha storie ed aneddoti legati a quel terremoto, tutti questi ricordi lo hanno fatto entrare nell'immaginario collettivo solo ed esclusivamente come "il terremoto", come se prima non ce ne fossero stati altri di così forti e potenti, eppure non è così, la lista dei terremoti garfagnini non si ferma a quel 1920, l'elenco di distruttivi terremoti è documentata sin dal XV secolo. Infatti era il 7 maggio del 1481 quando si ha la prima testimonianza di un sisma di grande entità. L'epicentro di quel secolare terremoto fu
il terremoto visto nel 1500
localizzato nell'Alta Lunigiana e fu percepito distintamente fimo a Lucca, Massa e i paesi circostanti. All'epoca la Lunigiana era annessa alla Repubblica di Firenze governata da Lorenzo Il Magnifico e grazie ai precisi riferimenti dei messaggeri medicei, oggi si può stabilire in base ai loro scritti sui danni causati alle abitazione e alle cose una probabile magnitudo di quel sisma che si dovrebbe aggirare intorno al 5.6, pari all'VIII° della scala Mercalli. Si racconta che nel borgo di Fivizzano crollarono diciassette case, oltre duecento fabbricati subirono gravi danni ai solai, ai tetti e ai muri, purtroppo vi furono anche delle vittime non quantificate con precisione ma con ogni probabilità potrebbero essere state comunque di più se non fosse che alcuni mesi prima (addirittura i cronisti del tempo parlano di  febbraio) scosse premonitrici avevano già messo in allarme tutta la popolazione. Della Garfagnana non si fa alcun cenno particolare, ma con sicurezza possiamo dire che i danni alle persone e alle case furono ingenti, di pari portata sicuramente agli accadimenti avvenuti nella vicinissima Lunigiana. Rimanendo su questo tema in effetti c'è un dato a dir poco curioso che riporta sia il Dipartimento di Protezione Civile e poi anche Claudio Vastano nel suo bel libro "Garfagnana la valle dei terremoti" sul fatto che non si hanno notizie più antiche e documentate (come appunto nel caso del sisma del 1481) riguardo ai terremoti in Garfagnana. Il motivo è da ricercarsi in due fattori: il primo è da ricondurre alla scarsa importanza che aveva la nostra valle, difatti non erano presenti nè grandi centri economici nè culturali e di quella vallata incastonata fra Appennini e Apuane non importava quasi niente a nessuno, quasi però...se è vero come è vero che l'altro fattore è da ricercarsi nell'importanza strategica e militare che aveva la Garfagnana per gli Estensi(n.d.r: la famiglia che governava la zona), con ogni probabilità erano proprio gli stessi funzionari locali a nascondere le notizie riguardanti catastrofici eventi naturali (proprio come terremoti e alluvioni), perchè si aveva timore che eventuali nemici avrebbero potuto sfruttare la situazione di crisi per assaltare la valle ed estendere così i propri possedimenti.

A confermare questo è la data del successivo sisma che risale (così dicono le cronache) all'8-10 giugno 1641, le scosse furono avvertite nell'intera Lunigiana e Garfagnana e sopratutto la zona più colpita fu l'abitato di Pontremoli. La documentazione in questo caso è molto lacunosa, le fonti addirittura non riescono nemmeno a stabilire il
Le faglie attive presenti da
secoli in Garfagnana
giorno preciso della sciagura e ciò potrebbe far pensare ad una scossa principale seguita da forti repliche per almeno altri due giorni, inoltre non si hanno notizie specifiche dei danni.

Un altro fatto da sottolineare è che dai dati presenti in archivi storici si passa a momenti di intensa attività sismica a momenti di calma assoluta. Una tesi a riguardo sostenuta dagli esperti dice che tali periodi potrebbero essere effettivamente dovuti a un rallentamento dei movimenti geodinamici del sottosuolo (parolone degli esperti...non mie!) ma è anche possibile che vi siano ancora delle omissioni nei documenti. A prova di tutto questo eccoci allora di fronte a un salto temporale di cento anni e ritroviamo notizia di un forte terremoto nell'anno 1740. A proposito, il 1700 sarà il cosiddetto "saeculum horribilis" ("il secolo orribile") per quanto riguarda i terremoti in Garfagnana, saranno ben tre quelli violenti che colpiranno la valle. Il primo come detto correva l'anno 1740, era il 6 marzo quando il sisma colpì sopratutto la Garfagnana, l'area dei danni si estese a parte della Versilia e all'appennino modenese. I forti danni subiti appartenevano a stati diversi e sono documentati negli archivi estensi, lucchesi e fiorentini (così come era divisa politicamente la zona). Uno dei centri più danneggiati fu Barga dove si contarono tre morti, in più crollarono diverse case e molte furono danneggiate, si può calcolare che questo sisma sia stato dell'VII° della scale Mercalli e di magnitudo 5,2. Passano solo sei anni e il 23 luglio 1746 la paura torna a fare la padrona con un'altro terremoto dell'VII° scala Mercalli magnitudo 5,1. I paesi più danneggiati furono ancora Barga e Castelnuovo, la sequenza iniziò il 9 luglio e continuò fino ad ottobre, la gente si trasferì in campagna e costruì baracche. Arrivò così anche il 21 gennaio 1767, questo terremoto causò i suoi danni più gravi a Fivizzano dove ci furono gravi lesioni alle abitazioni, agli uffici pubblici e alle chiese. Eravamo in periodo di carnevale, vennero sospesi tutti i festeggiamenti, sostituiti da lunghe veglie di preghiera, stavolta questo sisma fu il maggiore per intensità di tutto il secolo, si toccò il VII° della scala Mercalli ma il suo magnitudo fu di 5,4.
Questo invece è il terremoto dei nonni dei nostri nonni e questo fu veramente catastrofico, era l'11 aprile del 1837, l'origine del
Campo di residenza provvisorio per gli
abitanti di Villa Collemandina 1920
(foto collezione Silvio Fioravanti)
sisma si può ricercare nelle viscere delle Alpi Apuane, la sua potenza si scatenò sulla superficie terrestre e arrivò al IX° Mercalli magnitudo 5,8. Il sisma prese nella parte nord-orientale delle Apuane sul confine fra Garfagnana e Lunigiana, la scossa causò gravi danni nei territori di Minucciano (dove morirono in tre) e Fivizzano. Il borgo di Ugliancaldo fu raso al suolo, qui i decessi furono cinque e diciotto i feriti. I rispettivi governi mandarono i tecnici a fare rilevamenti, vennero stanziati aiuti finanziari ed esenzione dalle tasse per i paesi colpiti.

Eccoci infine ai "giorni dell'apocalisse" che tutti conosciamo e di cui abbiamo sempre sentito raccontare. Era il 7 settembre 1920, la scossa (X° Mercalli magnitudo 6,5) interessò un area di oltre 160 chilometri quadrati, fu avvertita a Genova, Reggio Emilia, Pisa e anche a Milano, i morti furono ben 171, i feriti 650, migliaia di persone senza casa. Le scosse di assestamento durarono fino all'agosto del 1921 (per saperne di più leggi http://paolomarzi.blogspot.it/2014/09/7-settembre-1920-il-grande-terremoto-i.html) .
Così da secoli in Garfagnana viviamo con questa spada di Damocle sulla testa e  con l'angoscia di sentire che c'è qualcosa di più
Il biglietto della lotteria in
sostegno delle popolazioni colpite
della Garfagnana 1920
grande di noi: la natura che ha il potere di distruggere e di creare.




Bibliografia

  • Sismicità storica in Garfagnana- Dipartimento della Protezione Civile
  • "Garfagnana la valle dei terremoti" di Claudio Vastano Garfagnana editrice

mercoledì 5 luglio 2017

Storia di un ponte: il ponte Attilio Vergai nel comune di Villa Collemandina, era il più alto d'Europa

"La casa dei sette ponti" è un bellissimo libro di Mauro Corona, è
una favola moderna ambientata nelle valli dell'appennino tosco-emiliano, un libro particolare a metà strada fra "Il canto di Natale" di Dickens e la parabola biblica del figliol prodigo. Una frase su tutte mi ha colpito di questo scritto e mi è venuta alla memoria proprio quando mi accingevo a scrivere questo articolo: "I ponti uniscono separazioni, come una stretta di mano che unisce due persone. I ponti cuciono strappi, annullano vuoti, avvicinano lontananze". Proprio così, la funzione di un ponte è questa, simbolica e concreta allo stesso tempo ed quanto di mai più appropriato si può dire del ponte stradale più famoso di tutta la Garfagnana: il ponte Attilio Vergai che si trova sulla statale 48 nel comune di Villa Collemandina, tra i paesi di Magnano e Canigiano. Questo ponte è famoso essenzialmente per tre motivi: il primo motivo risale al 1933, quando fu inaugurato era il ponte più alto d'Europa, era ed è considerato tutt'oggi a detta di molti tecnici e storici un pregevole ed ardito esempio delle prime strutture realizzate in cemento armato in Toscana, la seconda ragione riguarda il personaggio a cui è dedicato, Attilio Vergai, eroe della resistenza e principale fautore della sua realizzazione, infine l'ultimo e triste ragione consiste che questo ponte è meta di poveri disperati che decidono di chiudere in maniera volontaria la propria vita gettandosi dai suoi 87 metri d'altezza. Analizziamo adesso però i primi due motivi principali, tralasciando il terzo per le sue infelici e private storie.
Il cartello informativo all'inizio del ponte parla chiaro:
"Ponte Avv. Attilio Vergai. Anno di costruzione 1932-1933. Lunghezza metri 160. Altezza m 83. Sviluppo arcate m 40 e m 60. Progettista Ing. Danusso politecnico Milano". 
Ma cominciamo dall'inizio. L'avvocato Attilio Vergai fu nominato podestà di Villa Collemandina nel lontano 1927. Era la persona più adatta per ricoprire il ruolo di primo cittadino di questa comunità, aveva da parte sua il titolo di avvocato per districarsi fra le mille burocrazie che anche una volta affliggevano il nostro Paese e in più aveva un amore sconfinato per la propria terra. Nella sua veste istituzionale volle così dare ai suoi compaesani un infrastruttura grandiosa degna delle più grandi città non solo d'Italia ma anche d'Europa: il ponte sopra il torrente Corfino, un viadotto a due arcate, alto nel suo massimo 87 metri e costruito a ben 800 metri d'altitudine nelle impervie strade della Garfagnana. Era un'ossessione per il buon avvocato Attilio questa opera, in cuor suo credeva molto in questo progetto tanto da coinvolgere i corfinesi emigrati all'estero per finanziarlo, grazie al loro contributo si potè raggiungere una cifra ragguardevole per l'epoca: oltre duecentomila lire. Il sogno ormai stava per concretizzarsi, i lavori cominciarono così nel 1932. 
Dopo aver letto queste righe quello che per i cari lettori può sembrare un ponte voluto quasi per capriccio dal Vergai aveva invece solide motivazioni per essere costruito e tali motivazioni nacquero qualche anno prima quando nel primo decennio del 1900 fu (quasi) costruita la strada di collegamento fra Villa Collemandina e la frazione di Corfino. Sfortuna volle purtroppo che l'impresario edile  addetto alla realizzazione della strada morì, il fatto compromise i lavori e lasciò di fatto incompiuta la nuova via di comunicazione. 
Il terribile terremoto del 1920 che devastò la Garfagnana e in particolar modo proprio quei paesi dette però l'imput al suo
completamento e nel 1921 i lavori ripresero, si evidenziò fortemente la necessità di velocizzare i soccorsi in caso di un futuro sisma, difatti in precedenza gli aiuti giunsero clamorosamente in ritardo proprio a causa delle accidentate strade. L'amministrazione comunale affidò allora l'opera all'ingegner Aldo Giovannini che doveva studiare l'ultimazione della strada e la maniera più economica  per realizzarla. Dopo aver messo sul tavolo varie possibilità venne scelta la soluzione che prevedeva un lungo e alto ponte, ciò avrebbe anche valorizzato l'intera area in tutti i suoi aspetti. I piani strutturali di questo ponte furono molteplici, un progetto per esempio comportava la sua realizzazione in due arcate di 30 metri ciascuna, in cemento armato, con una pila centrale alta 33 metri, la pendenza e il fattore  puramente estetico di questo proposito fu bollata dagli ingegneri  come "scempio del paesaggio". Con buona pace di tutti finalmente il progetto venne definitivamente assegnato all'ingegner Arturo Danusso, i lavori ebbero così fine con la sua inaugurazione il 7 luglio del 1933 e le cronache dell'epoca così la definirono: "Ciò che pareva irrealizzabile e ora realtà e sull'abisso si curva agile ed elegante l'arco che sembra tracciato da una mano onnipotente con una facilità e con una leggerezza veramente fantastica".
La gioia per il suo principale sostenitore Attilio Vergai era immensa, finalmente aveva potuto regalare alla sua terra un'opera
Attilio Vergai

che anche lui sapeva che sarebbe durata per sempre. I momenti felici però  presto cesseranno per Attilio, due mesi più tardi da quel bellissimo giorno terminò il suo mandato di podestà e cominciò a lavorare a Castelnuovo Garfagnana nella filiale della Cassa di Risparmio di Lucca. Arrivò anche lo scoppio della II guerra mondiale e lui si contraddistinse subito come un fervente anti fascista, tanto che dopo l'otto settembre 1943 entrò in contatto con i primi partigiani garfagnini attivi in Campaiana aiutandoli nell'attività di sostegno ad ufficiali inglesi fuggiti dai campi di prigionia. Nel 1944 accadde il fattaccio, quando si oppose alle Brigate Nere che volevano i soldi custoditi dentro la banca di cui lui era il direttore, nella notte infatti modificò la combinazione della cassaforte e prelevò il denaro che inviò tramite una staffetta alla direzione di Lucca, città che già era stata liberata dagli americani. Ormai era entrato di fatto nella lista nera dei fascisti e il 27 febbraio 1945 fu catturato a Corfino e fu accusato di attività spionistica e favoreggiamento alla diserzione militare, dato che nell'anno precedente si era fortemente esposto aiutando alcuni giovani compaesani a non rispondere alla chiamata alle armi della Repubblica Sociale. Fu trasferito dunque nel carcere di Camporgiano dove fu brutalmente maltrattato, gli venne addirittura promessa la libertà in caso di
confessione, ebbe anche l'opportunità di fuggire ma non lo fece per paura di ripercussioni sulla sua famiglia. Un mese dopo la sua cattura Il 27 marzo 1945 comincia il mistero sulla morte di Attilio Vergai. Di prima mattina fu prelevato da Camporgiano e fu condotto in prigione a La Spezia, questa fu l'ultima volta che fu visto vivo. Il corpo di Attilio non fece mai più ritorno a casa, all'epoca si fecero alcune ipotesi sulla sua morte, la più probabile rimane quella che in una successiva traduzione carceraria da La Spezia a Genova via mare, la nave che trasportava Attilio fu attaccata da aerei anglo americani, nel corso del bombardamento si presume che l'imbarcazione affondò e gli uomini a bordo uccisi...

Nel 1952 il magnifico ponte gli fu giustamente intitolato.


Bibliografia

  • "Mediavalle e Garfagnana tra antifascismo, guerra e resistenza" di Feliciano Bechelli edito Pezzini editore 2016
  • Pietre della memoria, il segno della storia

mercoledì 28 giugno 2017

I santi "garfagnini" e le loro leggende. Quando storia e mito si fondono

"Popolo di santi, poeti e navigatori". Con questa famosa frase Benito Mussolini definì gli italiani. Era il 2 ottobre 1935 e da poco era cominciata la conquista dell'Abissinia, le Nazioni Unite condannarono l'Italia per questa aggressione e Mussolini volle giustificare questa invasione parlando di un popolo italiano apportatore di civiltà nei secoli in tutto il mondo. Questa citazione rimase così impressa nella memoria di tutti che tre anni dopo !1938) fu scolpita a chiare lettere nel nuovo e moderno Palazzo della Civiltà Italiana, meglio conosciuto come Palazzo dell'EUR di Roma, ancora oggi campeggia fieramente nella sua facciata principale. Tutto questo per dire e confermare la tesi mussoliniana. In effetti non si può dire che in Italia manchino sublimi poeti, famosi navigatori e sopratutto una moltitudine di santi quasi incalcolabile ed è quindi impossibile che tutti questi santi non abbiano lasciato segno di se anche in terra di Garfagnana. Ecco allora nascere nella nostra valle racconti e leggende sul passaggio di questi santi uomini venuti da lontano, alcuni lasceranno segni indelebili della loro presenza tanto da essere ancora oggi venerati
e spesso queste leggende si confonderanno con la storia, tanto da creare una sorta di superstizione devozionale nei garfagnini. Ad esempio ecco tre storie che fanno proprio al caso nostro e fondono (come detto) al contempo storia e leggenda, tanto da non capire dove comincia l'una e finisce l'altra. La prima narrazione riguarda San Doroteo, amico fraterno del più famoso San Pellegrino

SAN DOROTEO
In tutta la Valle del Serchio, data la conformità del suo territorio
San Doroteo
era molto praticata la vita eremitica. Gli eremi sorgevano nella parti più impervie della Garfagnana e gli eremiti li stavano a scopo ascetico e spesso operavano in maniera caritatevole fondando degli "hospitali". A Cardoso infatti esisteva l'Ospedale di San Concordio di Colle Asinaio (oggi Colle Acinaia), successivamente venne sostituito dall'Ospedale di San Tiroteo nella pieve di Gallicano e questa è la prima testimonianza di culto di San Doroteo che potrebbe risalire intorno al X secolo. Si presume infatti che questo frate nato in Palestina fosse un eremita ospedaliere proprio dell'hospitale di Colle Asinaio, li vi giunse con San Pellegrino, uno decise di proseguire, mentre l'altro decise di fermarsi. A questo punto ecco cosa riporta lo storico Giuseppe Moriconi in uno scritto del 1928.

"San Doroteo era un compagno di San Pellegrino, insieme col quale peregrinava visitando i Santuari e macerandosi le carni di aspre penitenze. Quando San Pellegrino, seguendo l'impulso del cuore che era impulso divino, si portò sulle alpi di Castiglione per liberare dalle fiere (n.d.r:animale selvaggio o feroce)la gran selva tenebrosa. Doroteo lo seguì lungo la via risalendo il corso del Serchio. Giunti nelle selve di Cardoso, attraverso le quali passava la Via Romana, i santi si baciarono, s'incoraggiarono l'un con l'altro a sostenere con fermezza le lotte del demonio e della carne e si dettero l'addio per vivere solitari una vita eremitica e caritativa nella contemplazione e nella penitenza. San Pellegrino proseguì il viaggio e San Doroteo rimase nella foltissima selva di Cardoso, dalla quale poteva scorgere la selva tenebrosa dove il compagno si portava ad ammansire le fiere che dilaniavano gli uomini. Stanco dal lunghissimo viaggio, affranto dai disagi e dalle fatiche San Doroteo si adagiò sulla nuda terra, all'ombra pia di un castagno e fatta preghiera si addormentò. Doroteo la mattina dopo si risvegliò cullato dal canto soave degli uccellini. Cercò l'acqua ma non la trovò e ispirato dal cielo con il suo bastone fece un buco nel terreno dove cominciò a sgorgare acqua in abbondanza, si dice che quella è la fontana che zampilla ancora adesso presso la chiesa di Cardoso. Si costruì poi un rifugio di rami di albero ricoperti di terra. Nella selva di Cardoso il santo visse molti anni una vita rigidissima rivestito di pelli di animale e di corteccia di albero intessuta. Passava giorni e notti perlustrando la foresta per rimetere sulla buona via i viandanti che per disgrazia si erano persi. Li accompagnava presso i sentieri che portano a Valico e per quelli che portano verso la Palodina che conducono a Gallicano, talora li aiutava pure a guadare il Serchio. Si cibava di radici,
Cardoso
ghiande ed erbe selvatiche e si dissetava dalla fontana scaturita dalle sue mani sante. Spesso rivolgeva lo sguardo sul monte dove si trovava il suo amico San Pellegrino, non mancava nemmeno che i due santi si salutassero dandosi segnali con il fuoco dei falò che incendiavano nel cuore delle notti, dalle selve di Cardoso infatti si vede benissimo l'alpe di Castiglione. Arrivò anche il momento della morte per entrambi i santi che spirarono quasi lo stesso giorno. I funerali di San Pellegrino furono certo più clamorosi per la presenza di vescovi e da bestie feroci ammansite che scavarono la fosse per seppellire il santo. San Doroteo invece fu sepolto senza nessun clamore da alcuni abitanti vicini, forse proprio quegli abitanti che costituirono il primo nucleo del paese. Quasi subito si gridò alla santità e quasi subito eressero una chiesetta sulla sua tomba. Il Signore volle confermare la santità del buon Doroteo concedendo che sulla sua tomba molti infermi si ritrovassero risanati e che la fontana che non ha periodi di magra fosse salubre e prodigiosa nei malori. Una volta la chiesa di San Doroteo fu inondata da un ruscelletto che le corre vicino l'acqua raggiunse un metro di altezza ma lasciò incredibilmente asciutta la tomba del santo"
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SAN GUGLIELMO D'AQUITANIA
Questa è la meravigliosa e avventurosa storia di Guglielmo d'Aquitania, un santo poco conosciuto in Garfagnana, la sua storia
San Guglielmo d'Aquitania
però vale la pena di essere raccontata. Il Repetti sostiene che il santo vissuto in Toscana sia un certo Guglielmo il Grande, così detto per il suo imponente fisico, proveniva con ogni probabilità dalla buona società di Francia e la tradizione lo ricorda come San Guglielmo duca d'Aquitania. Condusse una vita dissoluta, peccaminosa, prima divenne brigante, poi ripudiò la moglie e infine parteggiò per l'antipapa Anacleto. San Bernardo di Chiaravalle lo ricondusse sulla retta via e alla conversione. Cominciò così un pellegrinaggio in Galizia a Santiago di Compostela, raggiunse poi Roma per arrivare al cospetto di Papa Eugenio III in persona dove chiese perdono dei propri peccati, il Papa gli impose un lungo pellegrinaggio in Terra Santa, al suo ritorno raggiunse la Toscana entrandovi dall'alta Garfagnana. A questo punto ecco fiorire svariate leggende popolari. Scendendo proprio dal nord della Toscana uno dei primi paesi che si incontra entrando in Garfagnana è Minucciano dove proprio si fermò Guglielm
l'erba di
San Guglielmo

o. Giunto in paese bussò alla porta della famiglia Sarteschi per chiedere ospitalità per la notte. Il pover'uomo  non mangiava da molti giorni, i componenti della famiglia Sarteschi gli diedero quindi da mangiare e da bere e lo fecero accomodare in casa presso il grande camino dove un fuoco ristoratore riscaldò le stanche membra del futuro santo. La mattina seguente Guglielmo era già partito di buon ora e aveva lasciato nel letto una carta con scritto a lettere d'oro il suo nome, si racconta che lasciò anche un'altro prezioso dono alla famiglia Sarteschi, una preziosa erba, conosciuta oggi come "erba di San Guglielmo", un erba che ha il privilegio di curare malattie come la foruncolosi, il "giradito" o il vespaio (n.d.r:malattia infiammatoria acuta della pelle). Per curarsi da questi malanni arriveranno a Minucciano da tutta la Garfagnana e anche dalla Versilia, quest'erba veniva prima essiccata e polverizzata e poi applicata sulla parte malata. Un forte fondamento di verità ci deve essere in questa leggenda, dato che la stessa università di Pisa nei trattati di medicina del 1600 e del 1700 parla di queste affezioni come di "Morbo Minuccianensis" e l'erba e riconosciuta scientificamente come "l'agrimuda eupaterica". Fattostà che negli anni la stanza dove aveva alloggiato il santo fu trasformata dal
la famiglia Sarteschi in una piccola cappella e ancora oggi in questa casa(in Via San Guglielmo n 11) è apposta una targa commemorativa:"Qui ospitato, qui ebbe oratorio S. Guglielmo. Casa Sarteschi questa memoria pose."

SAN GEMINIANO
Questa invece è la breve storia del vescovo che non volle diventare
San Geminiano
vescovo. Geminiano fu per molto tempo diacono del vescovo di Modena Antonio e quando questi morì Geminiano fu designato all'unanimità suo successore. Il sant'uomo non se la sentiva di caricarsi sulle sue spalle tanto responsabilità e fuggì da Modena nonostante le insistenze dei fedeli. I segni della volontà divina e la pressione delle persone fu talmente alta e fece si che Geminiano dovette accettare l'elezione. Le paure del nuovo vescovo ben presto sparirono, le cronache ci raccontano che il suo magistero fu davvero esemplare, riusci a convertire tutta la città di Modena al cattolicesimo, le sue doti di taumaturgo giunsero perfino alle orecchie dell'imperatore Gioviano che lo volle a Costantinopoli per liberare sua figlia dal demonio. Geminiano morì in odore di santità nel 397, sulla sua tomba fu costruita la prima cattedrale di Modena, il suo sepolcro non fu più aperto fino a quando non venne trasferito nel duomo in costruzione. Il 7 ottobre 1106 alla presenza di Papa Pasquale II e la contessa Matilde di Canossa la bara fu aperta, ne furono tolte delle reliquie e il Papa lo consacrò santo. Ma dove fuggi Geminiano per paura di diventare vescovo? Fuggì sulle pendici settentrionali dell'Alpicella delle Radici non distante da San Pellegrino, ancora oggi ci sono dei prati che si chiamano appunto i "prati di San Geminiano" e ricordano proprio i posti dove si rifugiò prima di essere notato da alcuni pastori del luogo, fu costretto così (come detto) a tornare ben presto a Modena per accettare la nomina . Prima di partire però volle mangiare un piatto di insalata, seminata il mattino stesso ma già cresciuta bella e lussureggiante. Ancora oggi in quei luoghi per dire che una cosa è successa in maniera molto rapida si dice che "è come l'insalata di San Geminiano" .

l'alpicella delle Radici

Queste sono solo alcune storie che legano i santi e la Garfagnana, ciò conferma il legame che la nostra terra ha con la Chiesa, un legame che nei secoli non sempre sarà apportatore di bene...

mercoledì 31 maggio 2017

La tragica deportazione di un popolo: gli Apuani

La deportazione degli Apuani
 dal porto di Luni
La parola deportazione è senza dubbio un brutto vocabolo, proprio perchè ci riporta istantaneamente alla memoria la seconda guerra mondiale e nello specifico lo sradicamento degli ebrei dalle proprie case per esser mandati nei campi di sterminio di tutta Europa. Ma le deportazioni sono sempre esiste, è che nella nostra memoria storica questa è la più recente e quella che forse ci ha colpito di più, ma sicuramente non ci possiamo dimenticare la deportazione degli Israeliti da parte degli Assiri o quella degli africani verso le colonie europee o americane, oppure quella degli indiani d'America nelle riserve e fra le più recenti ed efferate rimane quella che fra il 1915 e il 1916 vide la deportazione di un milione e duecentomila armeni da parte dell'impero Ottomano. Fra tutte queste deportazioni che (come detto) hanno fatto da corollario alla storia dell'uomo rimane una che colpì anche la Garfagnana e la Lunigiana, per bene intendersi non fu una deportazione di piccole dimensioni ma riguardò un intero popolo composto da ben cinquantamila persone circa. Questi eventi saranno meglio noti come la "deportazione apuana". Come abbiamo già visto in altri miei articoli i Liguri Apuani erano un etnia che abitava le nostre terre diversi secoli prima della nascita di Cristo, la loro vita si svolse tranquillamente sulle Apuane (e non solo) dedicandosi alla pastorizia e alla caccia, fino al momento in cui il loro destino non incappò con la dirompente espansione di Roma. Siamo intorno al III secolo a.C e qui incomincia la dura guerra contro i potenti romani che definirono gli Apuani: "durum in armis genus"(abili nell'uso delle armi), tali avvenimenti bellici sono ben raccontati dallo storico Tito Livio (Padova 59 a.C- Padova 17 d.C) in una sorta di "de bello Apuano" ("sulla guerra apuana"), sarà una lotta che si protrarrà per tredici lunghi anni (per questa guerra leggi:http://paolomarzi.blogspot.it/-de-bello-apuano--di.html). Roma di certo non poteva fermare la sua espansione verso nord a causa di un piccolo popolo e così dopo svariate battaglie senza mai giungere alla definitiva sconfitta degli Apuani, giunse alla più drastica delle decisioni... Correva l'inizio primavera dell'anno 180 a.C
Guerra fra Apuani e Romani
quando i proconsoli Publio Cornelio Cetego e Marco Bebio Tanfilo decisero un'azione a sorpresa nel territorio apuano, in men che non si dica dodicimila apuani furono costretti alla resa. Il successo dell'impresa romana fu dovuto furbescamente grazie ad un fatto: infatti proprio quello era il periodo stagionale in cui i nostri antenati si dedicavano ancora ai pascoli invernali che si svolgevano in posizioni meno elevate e di conseguenza meno difendibili, per di più (di solito) le battaglie si sarebbero svolte nel periodo estivo. Una volta assicurato il successo della battaglia i proconsoli con una lettera avvisarono il Senato della vittoria ottenuta e ancora nella missiva si diceva di attendere istruzioni per stabilire il destino dei prigionieri. Il messaggero tornò dopo pochi giorni con la terribile ed impietosa risposta...Agli Apuani fu dato immediato ordine di scendere dalle montagne ma in zone ben lontane dai loro villaggi poichè non vi fosse speranza di ritorno: altrimenti si riteneva senza se e senza ma che la guerra ligure non avrebbe mai avuto fine. Una volta arrivati in pianura ai capi tribù apuani fu comunicata la decisione nei loro confronti: per loro era stata deliberata la deportazione. Roma possedeva un agro pubblico (n.d.r:terre conquistate ai nemici appartenenti allo Stato) nel territorio dei Sanniti (quel territorio che oggi possiamo inquadrare nella provincia campana di Benevento) appartenuto prima ai Taurasini e proprio qui in queste terre sarebbero stati deportati gli antichi garfagnini.In pochi giorni si sarebbero dovuti preparare per il lungo esodo, venne detto loro di far scendere dalle montagne anche donne e bambini e di portare con se i loro beni. La disperazione di questo popolo si manifestò nei loro ambasciatori che tentarono un

ultimo e disperato tentativo di convinzione nei confronti dei due
proconsoli, in cambio della permanenza nella terra terra dei loro padri offrirono la consegna totale delle armi e di eventuali ostaggi, ma l'angoscia di questa gente - racconta ancora Tito Livio- toccò il suo apice quando una tribù situata ai piedi delle Apuane scelse la via del suicidio collettivo per non abbandonare la terra e i sepolcri degli avi, anche questo evento non sortì alcuna pietà e non avendo le forze per ribellarsi gli Apuani dovettero
Il Sannio il territorio
dove furono deportati gli Apuani
ineluttabilmente obbedire. Così quarantamila uomini liberi, con le loro donne e i loro bambini furono trasferiti a spese dello Stato nel Sannio, inoltre perchè poi nelle nuove terre si potessero procurare tutto il necessario per vivere furono assegnate a loro centocinquantamila libbre di argento. Cornelio e Bebio in persona si occuparono dell'esodo apuano percorrendo la dorsale appenninica fino al raggiungimento del Sannio, ad attenderli lì c'erano cinque membri di un collegio con il compito di assegnare le nuove terre, ad operazione compiuta l'esercito romano tornò a Roma per celebrare il trionfo, furono i primi a trionfare-racconta ancora Tito Livio- senza aver condotto nessuna guerra:"
nullo bello gesto". Ma la tremenda diaspora non finì qui. Nel corso del medesimo anno il console Quinto Fulvio Flacco marciò da Pisa con due legioni contro gli Apuani che abitavano nella zona del fiume Magra, anche qui senza quasi colpo ferire furono costretti alla resa altri settemila uomini, nemmeno il tempo di rendersi conto della sconfitta subita e i prigionieri furono imbarcati sulle navi nel porto di Luni e di li portati via mare fino a Napoli per poi continuare a piedi nel Sannio dove raggiunsero i loro sventurati compatrioti, a questo punto si potè dichiarare conclusa una vera e propria pulizia etnica. Gli anni poi passarono e i rudi, caparbi e temerari Apuani furono sostituiti con fedeli coloni romani incentivati da sgravi fiscali ad occupare le nuove terre di Garfagnana. Così ecco nascere le nuove colonie garfagnine: vediamo allora il fido colono Cornelius Gallicanus fondare il paese omonimo (Gallicano), per non parlare del console Quinto Minucio Termo che si insediò nei territori dove sorge adesso il paese di Minucciano e ancora come non dire di Sillano, quando proprio li, il dittatore Lucio Cornelio Silla decise di far costruire alcune
Minucciano paese di fondazione romana
capanne per far riposare e ristorare i suoi uomini durante le abbondanti nevicate invernali. Ma però per Roma non fu tutta rose e fiori l'insediamento nei nuovi territori della nostra valle, difatti in alcune vallate isolate sopravvivevano ancora migliaia di irriducibili Apuani che si erano sottratti al loro amaro destino, agguati e imboscate erano ancora all'ordine del giorno e i nuovi abitanti non riuscivano a trovare pace. Nel 155 a.C venne mandato sulle nostre montagne il console Marco Claudio Marcello e il suo esercito per risolvere per sempre
"la questione apuana", questa volta non ci furono prigionieri e deportati ma solo morti. Così anche l'ultimo apuano fu estirpato dalla propria terra e Marco Claudio Marcello ottenne quel trionfo tanto agognato e sperato dai suoi predecessori nella gloriosa Urbe. E i nostri antenati come vivevano in terra di Campania? Si dice che vivranno per secoli in un isolamento etnico umiliante, divisi addirittura per nome in Ligures Baebiani e Ligure Corneliani, dal nome dei pro consoli che li sconfissero. Comunque sia, nonostante siano passati duemila anni ancora oggi nel Sannio c'è ancora traccia negli abitanti odierni di sangue garfagnino, spieghiamoci meglio. L'illustre genetista Silvio Garofalo da recenti studi fatti e da risultati usciti fuori da un convegno dal titolo "La storia scritta nel D.N.A umano. I geni dei Liguri deportati in Sannio" ha portato alla luce una clamorosa scoperta e così testualmente da una sua intervista ci dice: - La nostra ricerca ha messo in evidenza delle affinità sui geni del cromosoma Y tra gli
L'aspro territorio apuano
abitanti della Garfagnana e della Lunigiana di oggi e quelli che vivono attualmente a Circello e in altre zone della Campania. Gli individui liguri hanno un marcatore che non esiste nel sud Italia, ma che ha un picco nelle zone dove furono deportati gli Apuani- 


Benchè anche l'ultimo degli Apuani sia sparito dalla faccia della Terra nelle nostre vene (e come abbiamo visto non solo nelle nostre)scorre ancora il sangue di questi guerrieri ribelli, ancora qualcosa del loro carattere e del loro spirito è nella nostra anima.



Bibliografia:

  • "Ab urbe condita" Tito Livio "Storia di Roma dalla sua fondazione" 1a edizione originale tra il 27 a.C e il 14 a.C
  • "La Repubblica" articolo di Laura Guglielmi "Cromosoma Y, i geni "deportati" dei Liguri

mercoledì 17 maggio 2017

La straordinaria storia di Ercole Testoni da Bagni di Lucca e...l'affondamento del Titanic

C'è poco da fare, gira che ti rigira i nativi (e i loro discendenti)
della Valle del Serchio si trovano in ogni parte del mondo, sotto questo aspetto con le dovute proporzioni siamo simili ai napoletani, che le puoi trovare negli angoli più remoti della Terra e riconoscerli dal loro inconfondibile dialetto. Naturalmente a tutto questo c'è un perchè, la nostra valle nei secoli scorsi è stata terra di emigrazione fortissima e i nostri avi e la loro progenie si è sparsa per tutto il mondo conosciuto e se si vuole non è nemmeno difficile trovarli all'interno di storie che hanno fatto epoca e di cui ancora oggi parliamo. In questo senso ecco venire a galla una vicenda interessantissima e particolare, è la straordinaria storia di Ercole Testoni e dell'affondamento del mitico Titanic. La storia dell'"inaffondabile" ormai la sappiamo tutti, James Cameron nel suo bel film del 1997 ha portato ancor di più alla ribalta le vicende di questo transatlantico e soprattutto ha descritto bene quello che patirono i viaggiatori di seconda e terza classe, insomma non sta certo a me raccontare nuovamente una storia che a questo punto tutti sappiamo, ma però mi sento in dovere di raccontarvi i fatti di coloro che in questi avvenimenti sono stati dimenticati, delle loro piccole ma grandi storie che si sono confuse con eventi più considerevoli. Sono passati ormai 105 anni esatti, era la notte fra il 14 e il 15 aprile 1912 quando la nave urtò un iceberg decretando la sua ineluttabile fine, a bordo fra le 2200 persone c'erano 37 italiani (alcuni fonti dicono 47) che sono
10 aprile 1912 il Titanic parte
stati ignorati dalle cronache e dalla storia, solo due si salvarono, gli altri perirono in fondo al mare al largo delle coste americane. Sette di questi nostri connazionali erano dei semplici passeggeri (due di seconda classe e cinque di terza), gli altri trenta lavoravano sul Titanic come camerieri, cuochi e macellai. Fra tutti questi italiani spiccava Luigi Gatti che era originario di un piccolo paese in provincia di Pavia ed era il direttore della sala da pranzo di prima classe, dove sedevano ospiti del calibro di Benjamin Guggenheim magnate del rame o di Isidor Straus fondatore dei famosi Grandi Magazzini "Macy's" di New York, ma non ci si può dimenticare però della gente comune e quindi nemmeno di Emilio Poggi di Calice Ligure(Savona) di professione cameriere che sapeva tre lingue e che lasciò il paese natio con la ferma intenzione di lavorare proprio sul Titanic, oppure che dire del passeggero Alfonso Meo Martino di 48 anni originario di Potenza, mestiere liutaio che parti dal Dorset (Inghilterra)dove abitava con la famiglia per consegnare a New York un semplice violino e ancora ecco che il destino beffardo si accanì su Giuseppe Peduzzi di 25 anni, a 12 era emigrato a Londra, si sarebbe dovuto imbarcare su un'altra nave l'Oceania, ma a a causa di uno sciopero del carbone venne dirottato sul Titanic. Fra tutti questi, sei erano toscani e uno di loro veniva proprio dalla Valle del Serchio (o meglio dalla Val di Lima). Racconteremo dunque di Ercole Testoni di Bagni di Lucca, lì era nato il 14 ottobre 1888 e da li giovanissimo emigrò lasciando a casa gli anziani genitori. Il padre Pietro e la mamma Maria Stefanelli raccomandarono l'anima del figlio alla Madonna quando andò a cercar fortuna in Inghilterra. Partì senza la preoccupazione di moglie e figli (dal momento che non ne aveva), da poco giunto nella terra di Sua Maestà Britannica capitò subito
Ercole Testoni
l'occasione di trasferirsi nella capitale. La città di Londra gli parve subito un mondo meraviglioso, vario e pieno di opportunità, abituato poi alla calma e alla vita contadina della valle questa megalopoli faceva proprio al caso suo e alle sue ambizioni. Nel frattempo, a quanto pare, Ercole conobbe un altro toscano che proveniva da Marradi (in provincia di Firenze,)tale Francesco Nannini che gli raccontò che un certo Luigi Gatti (che era un italiano che già aveva fatto fortuna tanto da possedere già due rinomati ristoranti proprio a Londra), cercava personale addetto alla cucina e alla sala ristorante da imbarcare su un transatlantico diretto nelle lontane Americhe. Ben presto i due giovani si presentarono da Luigi Gatti in persona, che spiegò a loro che una volta assunti sarebbero dovuti salire a bordo a Southampton per il viaggio inaugurale di quella che sarebbe stata la nave più importante e prestigiosa al mondo: il Titanic. L'entusiasmo dei ragazzi salì alle stelle, in più c'era l'occasione di andare anche in America, quella che per gli emigranti era considerata una vera e propria terra promessa. Gatti cercò di placare l'entusiasmo, gli spiegò che anche per lui sarebbe stata la prima esperienza in tal senso, inoltre il lavoro sarebbe stato duro, l'orario di servizio massacrante(andava dalle sei di mattina alle dieci della sera, 
secondo i turni), in più il personale non sarebbe stato assunto dalla White Star Line (la società proprietaria della nave) ma da lui stesso, in aggiunta per essere ben chiari il ristorante
Luigi Gatti 
sarebbe stato di prima classe e cosa più importante li avrebbero mangiato oltre al capitano, anche gli uomini più ricchi della Terra. I due ragazzi dopo tutte le raccomandazioni accettarono anche tutte le condizioni e furono così assunti presso "La Cartè Restaurant", così si chiamava il ristorante di prima classe del Titanic. Nannini fu impiegato come capo cameriere, già aveva una discreta esperienza nel settore, mentre il nostro Ercole partì dal basso, dato che era il suo primo lavoro e che non aveva mai fatto questo tipo di mestiere. Fu infatti impiegato come addetto ai bicchieri, a lui spettava la loro cura e la pulizia, tutto questo per tre sterline e quindici scellini di paga. Il 9 aprile del 1912 Ercole partì da Londra per raggiungere il 10 aprile Southampton, salì a bordo, salutò allegramente anche
Il ristorante di prima classe deò Titanic
 dove lavorava Ercole
lui dai parapetti della nave più famosa al mondo la gente sottostante, che a sua volta festante acclamava la partenza del favoloso Titanic. Cinque giorni dopo, il 15 aprile 1912 alle ore 02:20, il transatlantico si spezzò in due tronconi e affondò inesorabilmente nelle gelide acque atlantiche al largo di Terranova, portandosi per sempre con se le speranze di Ercole di una vita felice. Il corpo di
La lista dell'equipaggio
In rosso le 20 persone
assunte da Gatti
Ercole Testoni non fu mai trovato o riconosciuto, i poveri genitori non ebbero nemmeno una tomba su cui piangere, di lui ci rimane solamente l'indirizzo di recapito che fornì il 9 aprile al momento dell'impiego: 132a (o 32a) St. James Buildings, Little Poultenay Street, London. Resta poi l'ulteriore dolore e l'ennesima ingiustizia, quando dei passeggeri sopravvissuti riferirono che i dipendenti del ristorante furono bloccati dal personale interno nelle loro cabine al fine di impedire loro di correre verso le scialuppe di salvataggio, queste voci non trovarono mai conferma, ma molto lascia pensare visto che i numeri parlano chiaro: delle 20 persone assunte da Gatti ne sopravvisse solamente una... 

Due giorni dopo la notizia giunse anche in Italia, così riportava i fatti "Il Corriere della Sera"

ANCORA MANCA UNA LISTA COMPLETA DEGLI ITALIANI NAUFRAGATI" Londra, 17 aprile - A mezzanotte nessuna nuova lista dei superstiti è pervenuta, sembrerebbe che tranne Portaluppi e Peracchio, nessuno degli italiani si sia salvato. Questa notte nelle 50 famiglie di italiani a Londra si soffre per il dolore e per l'angoscia... c'è soltanto una lista parziale della squadra italiana imbarcata come camerieri sul TITANIC [..]. Il sig. Gatti aveva questa lista e si era riservato di telegrafare l'elenco generale alla White Star Line a Southampton da New York. C'era un cameriere italiano, Venturini, che può considerarsi miracolosamente salvato. Ci ha telefonato questa notte da Newcastle, dove vive, dicendoci che
I giornali italiani dell'epoca
alla vigilia della partenza, per un malinteso, non ha ricevuto il telegramma di conferma della White Star Line. Lui ha pensato che l'azienda ha rinunciato alle sue prestazioni ed ha accettato un'altra offerta di lavoro.-
Ercole quindi non fece più ritorno a Bagni di Lucca, una tragica fine di un ragazzo che aveva una vita davanti a se, il suo futuro sarebbe stato negli Stati Uniti d'America, dove già aveva trovato lavoro come assistente maggiordomo. Questa è l'ultima notizia che abbiamo di lui...Requiescat in pace...

In memoria di Ercole Testoni



Bibliografia
  • Particolarità dell'Incarico, dall'ufficio di registrazione Pubblica
  • Rapporto Senato degli Stati Uniti d'America n°806/1912
  • "Corriere Mercantile" Genova, 18 aprile 1912
  • "Il lavoro" Genova 25 maggio 1912
  • "Corriere della Sera" 17 aprile 1912
  • Encyclopedia Titanica- Titanic victim