martedì 1 novembre 2016

Gaetano Bresci, un regicida nella Valle del Serchio

-29 luglio 1900, il sovrano,sua maestà Umberto I di Savoia, salutati ed incitati gli atleti presenti a quella serata, tornò nella sua carrozza insieme ai due generali, il ministro della Real Casa,Ponzio Vallia e Felice Avogadro di Quinto, aiutante di campo del re. I tre partirono in direzione della Villa Reale alle 22 e 30 e, tra le ovazioni della gente e il suono squillante della Marcia Reale, partirono tre–o quattro colpi di rivoltella verso la persona del Re che, pochi minuti dopo, si accasciò e spirò di fronte ai due generali attoniti. La popolazione lì radunata scorse l’attentatore e tentò di linciarlo, questi da prima cercò di dileguarsi passando per un turista, avendo al collo una macchinetta fotografica, poi per sua fortuna venne tratto in salvo dal maresciallo dei Carabinieri,Giuseppe Braggi, che lo trasse dai pugni e dai calci sferrati dalla gente e lo tradusse nella Regia Caserma monzese. Fuori dalla caserma la popolazione indemoniata gridava a l’unisono: "morte all’attentatore". Alcuni cittadini presenti all'attentato raccontano:Ero vicino alla carrozza– narra alla stampa il testimone Giuseppe Buggioli – il Re era in piedi, stava sedendosi, quando il primo colpo lo ferì nella parte posteriore del collo; il Re si voltò istintivamente, e fu colpito al petto da altri due colpi, alla regione cardiaca. Accasciandosi, rivolto al cocchiere ordinò: "Avanti, Avanti”-
Gaetano Bresci

Questa è la cronaca di quel tragico 29 luglio 1900 e dell'assassinio del re d'Italia Umberto I, avvenuto a Monza dopo un concorso ginnico promosso dalla società sportiva "Forti e liberi". Così, con questo fatto clamoroso e mai più ripetuto gesto il nuovo secolo si aprì per gli italiani, dopo le due guerre mondiali per la nostra nazione fu l'evento più sconvolgente e a commetterlo fu un anarchico toscano: Gaetano Bresci. Per conoscere la personalità di Bresci basta raccontare uno degli ultimi episodi che lo vide in vita, quando dopo il regicidio fu condotto in carcere nell'Isola di Santo Stefano(n.d.r:isola fra il Lazio e la Campania), ai marinai che lo conducevano in prigione fu dato il tassativo ordine di non scambiare alcuna parola con l'assassino, ma il marinaio Salvatore Crucullà infrangendo la consegna domandò:-Perchè hai ammazzato il re?- Bresci lo guardò con compassione e gli rispose:-L'ho fatto anche per te...-, non comprendendo a fondo il significato di quelle parole, tutti si misero a ridere, il regicida si arrabbiò e accusò la sua scorta di ignoranza politica e sociale e chiuse lapidario con una frase:-Comunque sia io passerò alla storia, voi sarete polvere!-
Questo era il temperamento di Gaetano Bresci e mai frase più
Il momento dell'attentato al re

veritiera. Ma cosa c'entra uno degli assassini più famosi d'Italia con la Valle del Serchio? Tanto, dal momento che con ogni probabilità proprio nelle nostre terre cominciò a maturare l'idea di assassinare il re. Guardiamo tuttavia come arrivò a stabilirsi a Ponte all'Ania, frazione nel comune di Barga, facendo un po' di antefatto per comprendere così al meglio tutta la situazione.
Bresci nacque a Coiano, vicino Prato il 10 novembre 1869, destino volle che nascesse esattamente un giorno prima di Vittorio Emanuele III (n.d.r:nato l'11 novembre 1869) colui che diventerà re d'Italia per sua mano dopo i fatti di Monza. Il padre Gaspare era un agiato contadino, proprietario di un piccolo podere e di una casa a tre piani. Il giovinetto cominciò ben presto a lavorare e a undici anni era già "al pezzo" come apprendista in quello che a Prato era conosciuto come il "fabbricone", ovverosia l'industria tessile Hosler. A quindici anni Gaetano si dimostrava già sveglio e pronto, tanto da essere fatto operaio specializzato e fu proprio in quegli anni che cominciò a frequentare i circoli anarchici della città. La "marmaglia", così come venivano chiamati gli anarchici
Il re Umberto I
dalle forze dell'ordine era tenuta costantemente sott'occhio e nel 1892 ci fu la prima occasione per tarpare le ali alle idee rivoluzionarie di quel "giovanotto impenitente" del Bresci. L'opportunità capitò quando ci fu da difendere un fornaio che teneva aperta la bottega oltre l'orario di chiusura, Gaetano non esitò ad insultare le guardie, si beccò immediatamente quindici giorni di reclusione, ma non pago di tutto ciò prese parte anche agli scioperi che portarono all'occupazione del "fabbricone", una volta terminato lo sciopero si licenziò per poi in seguito venire fermato e nuovamente arrestato "per misure di pubblica sicurezza" e condannato nel 1893 al confino nella lontanissima isola siciliana di Lampedusa. Durante il processo uno dei suoi datori di lavorò dirà:- onestamente devo riconoscere che come operaio ce ne erano pochi come lui-, ma questo non bastò a trovare un nuovo lavoro, quando a distanza di oltre un anno fu liberato insieme ai suoi 52 compagni anarchici, grazie ad una amnistia concessa per il disastro di Adua (n.d.r: guerra coloniale in Africa). Ecco a questo punto entrare in scena la Valle del Serchio e Ponte all'Ania. Gli fu infatti suggerito dagli ambienti anarchici di sparire un po' dalla circolazione e di rimanere tranquillo e gli fu consigliato di trasferirsi in "una sperduta valle" a nord di Lucca, li, in un piccolo paese di nome Ponte all'Ania vi era già uno stabilimento laniero: "Michele Tisi & C", con la sua esperienza lavorativa sicuramente sarebbe stato assunto, così fu. Alcuni nel paese negli anni 30 del secolo passato si ricordavano ancora (dopo i fatti del 29 luglio) di quel giovane elegante dalle idee un po'strane, che era soprannominato da tutti "il paino", il damerino. Si, perchè Bresci era un'anarchico atipico, dai gusti borghesi, sfoggiava abiti di
Una vecchia foto di Ponte all'Ania
di 75 anni fa
buon taglio e foulard di seta di ottima fattura e frequentava spesso i barbieri e i ristoranti della zona. Arrigo Petacco (n.d.r:noto storico) nel suo libro "L'anarchico venuto dall'America" sostiene che in questo modo di vivere influì il ricordo di un agiatezza perduta, che da un lato lo spinse a manifestare certi gusti borghesi e dall'altro aumentò il livore e la rabbia verso la medesima classe sociale ritenuta responsabile della rovina della sua famiglia. Si racconta ancora che andava in giro per Ponte all'Ania e nei paesi vicini con la sua rivoltella, a quanto pare come diceva lui regolarmente denunciata. Uno dei suoi passatempi preferiti era proprio andare nel vicino greto del torrente Ania a sparare e mai nessun colpo rimaneva fuori dal bersaglio, inoltre quello che colpiva in quelli che lo avevano conosciuto era la sua ottima cultura e il suo spirito godereccio, indimenticabili rimarranno le gite domenicali da lui
Piazza Grande. La Lucca di inizio 900, quando
veniva frequentata da Bresci
organizzate per andare a Lucca, gite a base di...vino e donne. Già le donne, insieme al tiro al bersaglio con la pistola questo rimaneva il suo passatempo preferito, a dimostrazione ancor di più, (sempre ce ne fosse stato bisogno) del suo spirito indipendente e libertino, in pratica era un vero "tombeur de femme", ne sapevano qualcosa le operaie del lanificio locale "Michele Tisi" e fra le svariate storielle amorose la relazione più infuocata e passionale fu con una certa Maria, dalla quale nell'estate 1897 ebbe addirittura un figlio che nacque proprio nel paesello del comune di Barga. La cosa non fu presa bene da Gaetano Bresci, nell'autunno del solito anno fece ritorno a Coiano a casa del fratello per chiedere in prestito 30 lire, poi ritornò a Ponte all'Ania per poche settimane, qui prese la decisione di licenziarsi dal lanificio e di ritornare nuovamente alla casa natale dove annunciò alla sua famiglia di volersi trasferire in America. Nessuno capì mai l'avventata decisione o meglio nessuno la capì al momento. Molti pensarono a due ipotesi: la prima fu il fuggire dalle responsabilità di padre, lasciando il pargolo solamente alle cure della povera Maria in quel di Ponte all'Ania, la seconda tesi dice che il richiamo degli anarchici fuggiti negli Stati Uniti fu forte, con ogni probabilità entrambe le teorie erano esatte e comunque sia nel febbraio del 1898 arrivò in America, nel New Jersey a Paterson, quella che era
La città di Paterson in New Jersey
considerata la patria dell'anarchia italiana, qui ritrovò molti compagni del "fabbricone" e nuovi amici con cui condividere le idee rivoluzionarie, con queste idee in testa e con una pistola Hamilton and Booth calibro 9 in tasca ripartì dall'America nel maggio del 1900. Tornò in Italia per vendicare i drammatici fatti accaduti nel 1896 
(quando lui era ancora a Ponte all'Ania) nel corno d'Africa e sopratutto tornò per lavare l'onta degli avvenimenti del 1898, quando il Regio Esercito a Milano represse nel sangue le proteste popolari, sparando con le artiglierie sui civili e in conseguenza a questi fatti proprio il Re Umberto I fu colpevole (secondo gli anarchici) di aver concesso al generale Bava Beccaris (comandante in quei giorni)l'alta onorificenze del Collare dell'Annunziata per aver "pacificato Milano". Così si arrivò a quel fatidico giorno di luglio di inizio secolo e a tutte le sue inevitabili conseguenze, Bresci dichiarò sempre di aver agito da solo senza complici. Nel suo processo che ebbe inizio un mese dopo l'attentato (29 agosto 1900), l'avvocato difensore Francesco Saverio Merlino si accalorò rivendicando l'infermità mentale che fu smentita clamorosamente dal Bresci stesso, che affermò per tutta risposta di non aver ucciso un Re, ma un'idea. Tutto questo gli costò però la condanna all'ergastolo con l'aggiunta di sette anni isolamento.
L'originale pistola Hamilton
and Booth usata da Bresci
che uccise re Umberto I
(museo crimonologico di Roma)
Il 22 maggio del 1901 l'ufficio matricola della Regia Casa di Pena di Santo Stefano registrò la morte del detenuto "Gaetano Bresci fu Gaspero, condannato all'ergatolo per l'uccisione a Monza del re d'Italia". Il secondino dichiarò di essersi allontanato per pochi minuti, poichè il detenuto doveva espletare bisogni fisiologici, al suo ritorno il Bresci era già cadavere, impiccato con un tovagliolo alla sbarra della finestra. Ma con un tovagliolo non ci si può avvolgere il collo, fare il nodo scorsoio e poi legare l'altro capo all'inferriata! La direzione dichiarò comunque il suicidio. I sospetti su questa morte rimangono tutt'oggi, il suo corpo ad esempio scomparì nel nulla, si pensò fosse stato sepolto nel cimitero del
La macchina fotografica di Bresci e gli
effetti personali al momento dell'arresto
(museo criminologico di Roma)
carcere senza alcun riferimento e targhetta, ma con ogni probabilità fu invece gettato in mare, scomparvero anche documenti privati mai più ritrovati, ad alimentare ulteriormente i sospetti furono gli strani e repentini scatti di carriera delle autorità coinvolte nel "caso Bresci".

Questa, comunque sia è la storia dell'anarchico pratese che visse a Ponte all'Ania. Rimangono in ogni caso domande senza risposta: agì veramente da solo? Fu dunque "suicidato" in carcere? Gli fu fatto pagare il regicidio? Su commissione di chi? Sembrano interrogativi scolpiti nella pietra dura della storia, che non troveranno mai risposta certa. 



Bibliografia

  • Arrigo Petacco, "L'anarchico che venne dall'America", Mondadori, 1970 
  • Tommy Cantafio "Gaetano Bresci e il mistero della morte del re d'Italia" Associazione culturale misteri d'Italia, aprile 2016
  • Nazareno Giusti "L'anarchico Gaetano Bresci a Ponte all'Ania" Il Giornale di Barga 12 settembre 2010