mercoledì 26 ottobre 2016

Il "maconeccio", un singolare rito millenario garfagnino a salvaguardia delle castagne

"Già cominciavano a calare le prime ombre della sera nell'imponente selva di castagni di Campaiana e a ottobre c'è poco da fare le giornate si fanno più fredde e il sole tramonta prima. Il lavoro è molto in questi giorni e i metati nel bosco sono sempre in funzione, gli uomini intanto sono a battere le castagne che sono dentro il sacco di canapa, i "pistatori" come si dice in dialetto, le battono sopra un ciocco ritmicamente e senza intrecciarsi tra loro, ma all'improvviso verso la Pania di Corfino ecco scorgere una lunga fila di lumini che vagano dall'alto in basso, di qua e di là, si aggirano per il monte senza una fissa meta. Uno degli uomini spossato dalla fatica urla:- Venite ad aiutarci invece di star li a far niente !- , dal buio della selva improvvisamente esce un uomo che si offre di dare una mano, riempe un solo sacco di castagne e poi come misteriosamente era apparso, altrettanto misteriosamente scompare nel nulla, un brivido sale nella schiena dei lavoratori e un vago sospetto gli si fa spazio nella mente. All'indomani gli uomini quasi si sono dimenticati dell'accaduto della notte prima, ma quando caricano il mulo di balle si accorgono che un sacco contiene solo castagne bruciate e sulla tela è impressa la forma di una mano annerita. Il raccolto di castagne per quell'anno è andato perso è stato maledetto dagli streghi".
Questa leggenda si rifà ad un'antica paura, la più grande per la Garfagnana per i tempi passati e cioè, come abbiamo visto, che la
raccolta delle castagne andasse in malora o quantomeno fosse misera e povera, d'altronde non per niente "l'albero del pane" (come veniva chiamato il castagno) dava i suoi frutti proprio perchè questi erano l'alimento base per tutta la valle. Questo timore risaliva da tempi lontanissimi, da quando praticamente intorno all'anno 1000 il castagno aveva messo le sue radici in Garfagnana, ma allora a chi dare la colpa di tali sventure? La cura dei castagneti era affidata a Dio, ma la loro rovina era sicuramente opera degli streghi. Gli streghi (come già possiamo vedere in un mio precedente articolo http://paolomarzi.blogspot.itlo-strego-la-macabra-storia-di-un.html)erano esseri tipicamente garfagnini, di sesso maschile, capaci come le streghe di fare incantesimi e magie, potevano parlare con i morti e farli tornare in vita, non mancavano nemmeno di fare fatture e in più facevano strane processioni come quelle lette nella leggenda alle quali partecipavano anche i morti, la loro specialità, se così si può dire, era recare danno alle cose e agli animali e di notte chiamavano le persone che terrorizzate si chiudevano nelle loro case. Ma per fortuna esisteva anche un efficace usanza per la salvaguardia delle castagne e questo rito si chiamava il Maconeccio. Tale tradizione tutta garfagnina si rifà anche questa a tempi antichissimi, non si sa esattamente l'origine ma ci sono già documenti del 1671 che parlano di questa cerimonia, nella "Descrittione cronologica della Garfagnana" lo storico di allora Anselmo Micotti ce la spiega:

"Ha chiesa di honesta fabrica sotto il titolo di S.Pietro (n.d.r: il riferimento è al paese di Careggine) et è Pieve, ma non ha altra chiesa sotto di se che l'Hospedale dell'Isola Santa posto fra i dirupi della Pania. In questa terra anch'oggi conservano un'usanza molto strana. Ogn'anno la notte di S. Michele di Settembre gli huomini vanno fuori alla campagna e come essi dicono a cacciare gli streghi, suonando campane, tamburi e scaricando archibugi e facendo altri strepiti, gridando ad alta voce - maconeccio, maconeccio-, parole cred'io affatto barbare e credono in questo modo di assicurare la raccolta delle castagne dalle stregharia".

Si ritrova una simile descrizione anche nel 1728 nel "Viaggio per i monti di Modena" dell'illustre naturalista trassilichino Antonio Vallisneri e ancora nel 1879 ricompare nella "Descrizione geografica storica ed economica della Garfagnana" di Raffaello Raffaelli che cambia la parola in questione da "maconeccio" in "macconeccio" e
la pubblicazione del 1728 di Antonio Vallisneri
cerchiato in rosso la nota a margine
 del significato
della parola "maconeccio"
ritiene appunto che "macco" significhi polenta, quindi italianamente tradotto "polenta di castagne", ma non è così e in realtà il giusto significato di questa bizzarra parola ce la da il Vallisneri stesso che riporta una nota a margine del suo interessante libro e fa riferimento niente di meno che all'Accademia della Crusca
(n.d.r: la più antica accademia linguistica del mondo) per ricercare l'origine di tale vocabolo e scopre appunto che il termine "maco" significa letteralmente 
"abbondanza", per cui maconeccio starebbe a dire abbondanza di neccio, abbondanza di farina, cioè di castagne. A leggere queste righe possiamo notare quant'era radicata nella Valle del Serchio questa usanza, che la vediamo protrarsi nei secoli pressochè intatta, tanto è vero che a noi contemporanei sembra un mondo distante e inverosimile, ma il professor Oscar Guidi specialista in materia ci smentisce e sfogliando il testo del Raffaelli rimane colpito quando legge che alla fine del 1800 usava ancora fare questo rito. Cercando incuriosito nei paesi della Garfagnana il professor Guidi scopre che perlomeno fino a pochi decenni fa questa tradizione era ancora viva e a Colli di Capricchia (comune di Careggine) nel 1988 ancora diversi anziani ricordavano questi fatti. Tali vecchietti raccontano che questa consuetudine era praticata fino a poco tempo fa, almeno fino a pochi anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, così dalla loro viva voce ha potuto ascoltare come si svolgeva questa atea liturgia. 
Accadeva sempre il 29 settembre, la notte di San Michele e non
San Michele Arcangelo
che vince il diavolo
un'altra data poichè proprio San Michele Arcangelo era considerato l'avversario per eccellenza del demonio, colui che come narra il libro dell'Apocalisse al capitolo 12 aveva vinto l'ultima battaglia contro satana e i suoi sostenitori e fra i suoi sostenitori la tradizione garfagnina dice che c'erano anche i maledetti streghi. A questo rito 

-raccontano ancora gli anziani- partecipavano uomini, donne e anche bambini che all'imbrunire si radunavano tutti nella piazza principale del paese, ognuno portava con se un "mannello" (n.d.r: un fascio) di paglia che veniva incendiato ed iniziava così una processione per le vie del borgo e nei castagneti vicini che si concludeva con il ritorno nella piazza di partenza e l'accensione di un grande falò purificatore. Nella versione "moderna" però non si fa riferimento ad uso di archibugi, strumenti musicali o a sguaiate grida, ma si parla di formule di buon auspicio che sempre Oscar Guidi ne ha raccolte alcune:

"Che bel boccone è la castagna
quest'anno chi la mangia ne sente il sapor"

"Quanta abbondanza che abbiamo quest'anno
lo ridiranno per l'avvenir?"

"Anche quest'anno abbian l'abbondanza
a crepa pancia se n'ha a mangià"

"Fate tanti ripari e palancite
che presto le castagne coglierete"

Alla fine della processione ognuno faceva ritorno alla propria casa,
Un falò purifucatore
convinto che anche per quell'anno gli streghi non si sarebbero visti, così da salvare il raccolto delle castagne dalle loro potenti malie. Al maconeccio, assicurano sempre i testimoni, che mai nessun prete ha partecipato alle processioni e alle litanie beneauguranti e tanto meno venivano recitate preghiere, questa cosa rende ancor più rara questa usanza perchè nonostante sia fatta per scongiurare eventi infausti non richiede, come spesso accade in questi casi l'aiuto di Dio, l'unico riferimento religioso è la data di svolgimento che (come abbiamo visto) si rifà ad un particolare santo. Una cerimonia puramente laica e suggestiva, una lotta testa a testa fra uomini e streghi per la fecondità del castagneto.



Bibliografia

  • Gli streghi,le streghe. Antiche credenze nei racconti popolari della Garfagnana (1990) di Oscar Guidi (Maria Pacini Fazzi editore)

mercoledì 12 ottobre 2016

Un ritorno inaspettato: i lupi. Ecco la loro perseguitata storia in Garfagnana

"Ci sono tre predatori che mettono paura all'uomo medio: lo squalo mangia uomini, un branco di lupi,e il dipartimento delle tasse", così ebbe a dire Sir Charles James Lyall funzionario di sua maestà britannica nelle lontane Indie. Questa frase in parte può essere accostata anche alla nostra Garfagnana, poichè togliendo lo squalo la paura rimane (da tempo immemore) per le tasse e ultimamente è tornata a galla per il ritorno dei lupi. Ormai erano spariti dalle nostre terre già da molto tempo ma negli ultimi anni sono tornati prepotentemente alla ribalta. La loro presenza è segnalata in ogni dove nella valle, si parla di due grossi branchi all'interno del Parco delle Apuane, inoltre tempi duri si prospettano anche per i cacciatori di cinghiali, dato che questi lamentano di un dimezzamento delle prede rispetto agli anni passati, colpa dei lupi a quanto si dice. Nei boschi pare non sia difficile neppure trovare carcasse di daini e mufloni, ma non solo, a lamentarsi per il grave danno procurato sono anche i pastori garfagnini, ad esempio in località Cerasa nel comune di Pieve Fosciana delle pecore furono letteralmente sbranate dai lupi. La cosa che però desta più preoccupazione è quello che accadde nel febbraio 2016 a Gorfigliano, quando i lupi scesero dalle pendici apuane per giungere direttamente nel paese, furono avvistati proprio dai paesani stessi che li videro arrivare fino alla piazza principale del borgo, per l'amor di Dio, niente è successo nè a persone nè ad animali domestici, ma un certo timore si fa avanti e a questo proposito furono allertati dal sindaco, sia la Prefettura che la regione che prospettarono come soluzione l'installazione di dissuasori acustici per tenere lontano questi animali. Si, perchè è bene sapere che i lupi non si possono uccidere, quindi la regola di farsi giustizia da soli non vale, anzi il buon lupo deve dire sopratutto grazie della sua salvaguardia a due persone: il ricercatore Luigi Boitani dell'università La Sapienza di Roma ed al professor Erick Ziemen che all'inizio degli
Luigi Boitani uno dei
salvatori del lupo
anni '70 su commissione del W.W.F studiarono la distribuzione della specie e sottolinearono che senza un intervento mirato di li a poco il lupo si sarebbe estinto. Detto fatto in breve tempo (nel 1971) fu emanato un decreto ministeriale che eliminava il lupo dalla lista degli animali nocivi (dove prima era stato inserito con Regio Decreto 1423 del 1923 e che così dettava "la presa degli animali nocivi e feroci può essere fatta con lacci, tagliuole e bocconi avvelenati...")e proibiva appunto l'uso di questi bocconi. Nel 1976 a maggior tutela fu introdotto un ennesimo decreto, il decreto Marcora che sanciva la protezione integrale e il divieto di caccia totale, fino poi ad arrivare alla legge vera e propria del 27 dicembre 1977, numero 968 e tanto per rimanere sempre in tema di leggi e decreti ecco ancora un altro decreto, il 121 che punisce i cacciatori di animali protetti con il carcere da uno a sei mesi o un ammenda fino a 4000 €...mica noccioline! La storia garfagnina come vedremo ci dice che nei secoli il lupo ha sempre abitato le nostre montagne, ma allora quali furono le cause della sua scomparsa? E quali le motivazioni per cui è riapparso ai giorni nostri? La causa primaria della sua scomparsa fu la caccia fatta in maniera selvaggia e continuativa che portò l'animale quasi all'estinzione, d'altronde nei tempi antichi la protezione del gregge era fondamentale per la sopravvivenza e per l'economia di una famiglia. Ecco poi che piano piano e in maniera graduale il lupo è 
riapparso nelle nostre terre e vediamo come mai. L'abbandono progressivo della montagna da parte dell'uomo e il

conseguente ripopolamento di cervi, daini e cinghiali ha fatto si che il lupo potesse tornare a vivere nei nostri boschi. Negli anni si sono susseguite molte voci sul fatto che lo stesso lupo fosse stato reintrodotto in Garfagnana per mano umana, ma gli esperti rifiutano questa ipotesi, smentiscono poi di particolari incroci della specie con lupi americani o cecoslovacchi, in parole povere il Centro di salvaguardia del lupo appenninico dice che il ripopolamento(per mezzo dell'uomo)sull'Appennino Tosco- emiliano non c'è mai stato e con queste parole conferma che:- il fenomeno di colonizzazione di nuove aree è totalmente naturale-. In pratica questo lupo che gira famelico per i greggi nostrali è il solito lupo che già da tempi remotissimi vagava nei boschi di casa nostra, cacciato più che mai in maniera spietata. Si presume che il lupo fosse già presente nella valle già nel VI secolo d.C, all'indomani delle prime invasioni barbariche, quando questi fieri guerrieri misero a ferro e fuoco sia la Garfagnana che tutta la penisola italiana, fu un lungo periodo di completa disorganizzazione sociale, per di più la peste e la povertà ridussero notevolmente la popolazione locale, questi fattori crearono le condizioni ideali per il lupo di potersi riprodurre in tutta tranquillità per mancanza di competitori naturali e tutto il territorio era in completo stato di abbandono. Ma presto l'uomo tornò a fare i conti con questo predatore. La società con il tempo riprese il suo naturale cammino, ora però il lupo era il re assoluto dei boschi e delle selve. Il numero di questi predatori in quegli anni raggiunse livelli mai più raggiunti, tanto da mettere in serio pericolo l'uomo e ciò che gli apparteneva. Siamo infatti intorno al 1300 quando cominciano a nascere le leggende e le credenze più disparate su questo animale ed è proprio in quel periodo che il lupo suo malgrado diventa il protagonista cattivo delle fiabe, ecco allora che uccidere un lupo diventa un atto di giustizia e un dovere e le carcasse dei lupi più feroci vengono esposte fuori dai paesi garfagnini, ma non solo, per quanto la cosa appaia ridicola ci sono documenti che attestano di processi a questo animale, si ha notizia di maledizioni lanciate sulle belve ad opera di preti, dal momento che è il lupo che viene cavalcato
La caccia al lupo dura da secoli
dalle streghe per andare al sabba e le stesse si dice che abbiano rapporti sessuali con questo animale. Il lupo così si sarà fatto nei secoli la sua etichetta, per tutti adesso rappresenta il male e per questo doveva essere combattuto con tutti i mezzi possibili e i legislatori dei nostri comuni adottarono vari sistemi per vincerlo. Il più praticato era mettere una vera e propria taglia sulla testa del mal 
capitato animale. Il comune era quindi pronto ad elargire premio in denaro a chiunque portasse un lupo vivo o morto. Addirittura in certi comuni si faceva l'obbligo ai contadini di dare la caccia all'animale. A questi propositi ecco una norma della Stato di Lucca del 24 maggio 1343 che così diceva:

"Bandisce da parte di messer lo Vice vicario
Che ciascuna persona di qualunque conditione sia, la quale consegnerà et appresenterà alla Camera di Lucca alcuno lupo o lupa vivo o morto arà incontenente dal Camarlingo della dicta camera tre lire di piccioli, se serà lupo grande et atto a nuocere; e se fusse delli altri lupi piccoli, di ciascuno vivo, avrà soldi XL, et di ciascuno morto soldi XX..."
Ma questi soldi non bastarono e per incrementare ancor di più lo sterminio del lupo nella valle gli amministratori furono costretti
Branchi di lupi sterminati messi in mostra
fuori dal paese
ad aumentare il premio, dalle tre lire il compenso fu aumentato notevolmente fino ad arrivare a 17 lire. La lotta fra l'uomo e lupo continuò nei secoli a venire, tanto che duecento anni dopo troviamo ancora vigente la taglia sul lupo. Difatti dal registro "dell'Offizio dell'entrate" ecco qualche annotazione dei pagamenti eseguiti per la cattura dei lupi. Ad esempio nel 1565 tal Gian Maria di Pellegrino di Bolognana si ritrova in tasca 17 lire suonanti per la cattura di un lupo grosso. L'anno dopo (1566) a Baccio da Castiglione ecco le solite lire ma stavolta per ben sei lupacchiotti, che dire poi di Lentino di Batista e Cesare di Francesco di Eglio che nel 1568 ebbero l'ardire di catturare ben due lupi grossi, naturalmente la taglia venne raddoppiata. 
A metter il bastone di traverso a questo bistrattato animale non bastava solamente, come si è visto il vigente Stato, ci si mise pure

la chiesa: chi non rispettava i precetti di "Sanctae Romanae Ecclesiae" poteva essere attaccato dal lupo, o lui o i suoi greggi e per confermare questo leggiamo una leggenda figlia di quel lontano periodo. La leggenda si intitola semplicemente "Il pastore e il lupo".
-C'era un pastore nei pressi di Vagli che viveva sperduto con il suo gregge per le montagne, nessuno mai lo incontrava, scendeva in paese solamente per andare alla messa. In quei tempi lontani i lupi erano un vero flagello per i pastori, ma questo problema non toccava il nostro caro pastore perchè la sua fede  e il suo coraggio erano più che sufficienti per tenerli lontani, quando vedeva un branco di lupi all'orizzonte o intento ad uscire dalle impervie gole montane, ecco che il buon pastorello si inginocchiava e cominciava a pregare e alzando solamente una mano fermava l'avanzata inesorabile dei lupi. Una domenica il pastore non scese in paese per andare alla messa, aveva molte faccende da sbrigare, ma quella notte le pecore si misero a belare a più non posso, egli capì subito che i lupi erano ormai vicini. Salì su un masso e si inginocchiò, ma questa volta l'avanzata dei lupi non si fermava, il pastore capì che non essendo andato alla messa i suoi poteri erano spariti, allora estrasse dalla tasca il suo Rosario, chiese perdono e i lupi immediatamente si ritirarono-. Sul
masso dove si inginocchiò ancora oggi si possono vedere le impronte delle ginocchia del pastore.
Insomma è dura la vita del lupo, da Cappuccetto Rosso in poi non ha avuto più pace, una pace che credo neanche ai giorni nostri riuscirà ad avere...


Bibliografia:


  • Rivista di archeologia storia e costume. Anno XLIV N 1-2 2016 "Brevi note sulla presenza del lupo in Lucchesia" di Osvaldo Nieri
  • "Racconti e tradizioni popolari nelle Alpi Apuane" di Paolo Fantozzi

mercoledì 5 ottobre 2016

L'incredibile viaggio degli emigranti garfagnini per le lontane Americhe. Storia di sacrificio e tribolazione

Emigranti Italiani arrivano a New York
"Li chiamano (e in effetti sono) i viaggi della disperazione, gente
che sfugge dalle miserie di una vita grama e che cerca per se e per la propria famiglia un po' di benessere. Sono viaggi talvolta fatti in condizioni miserevoli, su navi fatiscenti, l'igiene e la pulizia su queste navi sono costantemente in contrasto con la speculazione. Manca lo spazio, manca l'aria...". 
Può sembrare ma non è...Può sembrare uno stralcio d'articolo di qualsivoglia quotidiano comprato stamani in qualsiasi edicola della Garfagnana sulla condizione dei migranti odierni, ma appunto non è...Questo brano è tratto da una valutazione semestrale che il prefetto locale faceva sull'emigrazione garfagnina ad inizio del 1900 e che veniva poi inviata puntualmente al ministero dell'interno. Come si può vedere tali fenomeni non conoscono epoca, noi garfagnini ci siamo passati per primi da questi fenomeni migratori di massa, naturalmente le differenze ci sono e non starò qui ad elencarle, ma quello che a me interessa è sottolineare la voglia dell'uomo di migliorare la propria condizione di vita ed è questa la molla principale che muove
emigranti italiani in partenza.
Una mano la dava
l'opera assistenza
emigranti
un individuo ad abbandonare la propria casa e avventurarsi in una nuova nazione. Ma prima di arrivare nel nuovo Paese in cui sarebbe cominciata una nuova vita bisognava e bisogna affrontare un viaggio, lungo e terribile, oggi 
come allora. Ecco dunque come si accingevano al viaggio nelle lontane Americhe (o in Brasile, piuttosto che in Argentina) i garfagnini, un viaggio se si vuole non troppo diverso in tutto e per tutto da quello dei migranti di oggi.
La situazione era veramente disperata, la Garfagnana nei primi dieci anni del 1900 registrò una preoccupante decadenza demografica, in montagna la percentuale dei disoccupati saliva addirittura al 70% e come racconta sempre un rapporto del prefetto di quegli anni:-...il garfagnino cerca i mezzi minimi di esistenza nello sfruttamento del bosco e del sottobosco con la raccolta a seconda della stagione di legna, di funghi e di frutta(castagne,fragole, lamponi e mirtilli)- l'analisi si fa più profonda e continua dicendo che:-...come si può biasimarli, l'agricoltura è arretrata, le colture sono quelle
tradizionali e poi la sognata ferrovia Lucca- Modena sembra essersi fermata a Castelnuovo Garfagnana...- La conseguenza di tutto ciò
Un biglietto per le Americhe
porterà  i nostri nonni ancor di più ad emigrare nei paesi d'oltre mare. Ma il primo ostacolo che trovavano era la mancanza di soldi per comprare il biglietto per le lontane Americhe, allora in buona parte dei casi ci si indebitava già prima di partire. Molti garfagnini infatti si rivolgevano già nel 1874 al Banco di Anticipazioni e di Sconto di Castelnuovo che tramite l'ipoteca sui beni terreni concedeva il prestito per acquistare il biglietto, tale prestito veniva ripagato dalla famiglia dell'emigrante attraverso i primi guadagni del congiunto che ogni tanto inviava. La partenza spesso avveniva su richiamo dall'estero per bisogno vero e proprio di maestranze o era anche il parente stesso già partito in precedenza che richiamava i nipoti o altri familiari come in questo caso:

"San Paolo 5 maggio 1910
Carissimi genitori ringraziando il Signore e Maria Santissima si gode una buona e perfetta salute ...Sono a dirvi che Angiolino che se non ne cavate da niente se volesse venire con me e se avesse voglia di lavorare, meglio che stare a fare i vagamondi si sta sempre, oppure lo mando in San Paolo coi zii che incomincia guadagnare i primi soldi" (lettera di Amose Abrami di Chiozza che chiama il fratello). 
Ma prima di partire tutto passava da un librettino rosso che i
Un passaporto del tempo
garfagnini manco avevano mai visto:il passaporto. La procedura per l'espatrio prevedeva appunto la richiesta di tale documento. Per ottenerlo era necessario fare richiesta al sindaco del comune di residenza che a sua volta girava la domanda al ministero degli esteri. Sul passaporto venivano iscritti (se l'uomo aveva famiglia) la moglie, i figli e anche gli ascendenti conviventi. Naturalmente si pagava una tassa che era esente per le persone che andavano all'estero per lavorare. Fu un esodo epocale quello che accadde in Toscana nel decennio 1906-1916, le statistiche su base decennale parlano di ben 330.000 partenze e questo studio vide la Garfagnana e la Lucchesia al primo posto, avanti a tutti i comuni di Barga, Capannori e Castelnuovo. L'avventura per nostri conterranei cominciava quasi sempre nel porto di Genova a loro si mostravano davanti i più grossi transatlantici
Italiani in partenza mostrano
orgogliosamente il tricolore
che mai avevano solcato quei mari: il Rex o il Nastro Azzurro per

citarne alcuni, naturalmente per loro la prima e la seconda classe erano una lontana chimera, per i garfagnini (e per tutti gli emigranti in genere) si aprivano le porte della terza classe, un vero e proprio "carnaio" di persone stipate, buttate li, quasi come capitava, a questo proposito c'è un ricordo di un'illustre personaggio: Edmondo De Amicis(n.d.r::l'autore del libro "Cuore"). Il famoso scrittore s'imbarco sul "Galileo" a Genova diretto a Buenos Aires, un viaggio che durerà 22 giorni in compagnia di varia umanità e fra questa umanità incontrerà anche i garfagnini: "Chi parte? Il Galileo portava mille e seicento passeggeri di terza classe, dei quali più di quattrocento di donne e bambini[...] Tutti i posti erano occupati. La maggior parte degli emigranti, come sempre provenivano dall'Italia alta, e otto di dieci dalla
Edmondo De Amicis
campagna[...]. Di toscani un piccolo numero: qualche lavoratore d'alabastro di Volterra, fabbricatori di figurine di Lucca, agricoltori nei dintorni di Fiorenzuola, qualcuno dei quali, come accade spesso, avrebbe un giorno smesso la zappa per fare il suonatore ambulante[...] calzolai e sarti della Garfagnana"(brano tratto
dal libro di De Amicis "Sull'Oceano",1888). 

In che condizioni era la terza classe ve lo lascio immaginare. Augusta Molinari (storica contemporanea) le ebbe a chiamare "Le navi di Lazzaro". Fino al 1901 non esisteva alcuna norma che regolamentasse gli aspetti sanitari dell'emigrazione e da un rapporto medico del 1902 si deduce che: "Le cuccette degli emigranti vengono ricavate in due o tre corridoi e ricevono aria per lo più attraverso i boccaporti. L'altezza minima dei corridoi e di un metro e cinquanta centimetri. Nei dormitori così allestiti è frequente l'insorgenza di malattie, specialmente bronchiali e del'apparato respiratorio. Per sottolineare la mancanza delle più elementari norme igieniche si può fare riferimento al problema della conservazione e distribuzione dell'acqua che viene tenuta in casse di ferro rivestite di cemento. A causa del rollio della nave il cemento tende a sgretolarsi e intorbidire l'acqua che, venuta a contatto con il ferro ossidato assume un colore rossastro e viene consumata così dagli emigranti. Dal punto di vista dietetico la razione viveri giornaliera risulta sufficientemente ricca di elementi proteici. Sulla modalità di distribuzione del rancio viene segnalata la discriminante distribuzione del pasto da parte dei "capi rancio". Il cibo viene consumato nelle cuccette o sul ponte in quanto non previsti refettori". 
Il ponte stipato all'inverosimile
 di una terza classe
Per gli emigranti della terza classe veniva però anche il momento del divertimento. Il garfagnino Camillo Angelo Abrami ricordava così quei momenti: - Fra i pochi divertimenti vi era la tombola. Banchi di pesce a volte ci davano qualche allegra sorpresa, rari i delfini che per lungo tratto accompagnavano la nave[...] Il lavoro a bordo era andare a prendere il cibo, pane e vino mattina e sera, qualche partita a tombola e osservare lo spartiacque alla prua di bordo lungo la rotta-. Altro svago era la musica suonata con l'organetto a questo proposito basta ricordare la famosa canzone "Mamma mia dammi cento lire". Arrivava finalmente dopo lunghe ed estenuanti settimane il momento dello sbarco e qui i problemi non finivano, ma anzi cominciavano di nuovi e più grandi. Spesso capitava ai nostri emigranti di non sapere neanche in che parte di mondo erano capitati, tanto da non comprendere geograficamente parlando dove erano finiti. Una cartolina illustrata del 1902 del garfagnino Nicola Ambrogi ne è un fulgido e se si vuole simpatico esempio. Tale cartolina venne spedita dopo lo sbarco negli Stati Uniti e il nostro emigrante era deluso perchè il piroscafo non era passato da Parigi. Dispiaciuto se ne scusa con l'amico Enrico. Ma l'America allora dov'era? L'America intesa con l'A maiuscola era ancora ben lontana. Appena arrivati gli emigranti rimanevano esposti a rapine e a fregature varie, mancava infatti qualsiasi tipo di assistenza da parte del governo italiano, supplirono a ciò a partire dalla fine del 1800 istituzioni private: la Congregazione dei missionari scalabriniani che dava la sua assistenza sopratutto in Europa, nelle Americhe e in Australia, l'Opera Bonomelli (anch'essa cattolica)attiva in Europa e nel Mediterraneo e la Società
All'arrivo in America
Umanitaria
d'ispirazione laica. La vita all'interno delle strutture d'accoglienza per i garfagnini e non, era sempre traumatica. In Argentina esisteva "L'Hotel degli immigranti" un ampia struttura in pietra che aveva sostituito un fatiscente edificio nel porto di Buenos Aires, questa struttura serviva a coloro che non erano attesi da parenti e amici ed era utilizzata  come avviamento al lavoro, a tale scopo l'Oficina de trabajo (n.d.r:l'ufficio del lavoro) smistava le richieste di lavoro che venivano da tutto il paese. Cosa molto simile esisteva in Brasile. Dopo lo sbarco a Santos c'era il trasferimento nell'Hospedaria di San Paolo. Il peggio del peggio però accadeva negli Stati Uniti. Prima di Ellis Island a New York c'era il Castle Garden, nelle intenzioni era un centro a cui tutte le imprese che cercavano lavoratori dovevano far capo, ma non era proprio così. In pratica in questi locali gli emigranti italiani venivano ammassati come bestie e trattati proprio come se fossero a una fiera del bestiame o ad un mercato degli schiavi. Molti immigrati
Mulberry Street New York emigrati italiani
e non in posa
garfagnini caddero nelle maglie del rinomato "Padrone system", in pratica un boss, che in cambio di una tangente procurava a loro lavoro, ma non solo, si occupava anche dell'alloggio che di solito era in qualche lurida pensione a prezzi esorbitanti. Il lavoro era settimanale in modo che ad ogni rinnovo il boss riscuoteva la solita mazzetta, inoltre solitamente aveva in gestione anche uno spaccio in cui le merci costavano il doppio che da altre parti, d'altronde era difficile sottrarsi a questa ragnatela una volta caduti dentro, l'emigrato non conosceva la lingua e gli usi locali e dipendeva esclusivamente dal boss. Questo sfruttamento finalmente trovò un grosso argine nella cattolica St Raphael's Italian Benevolent Society. 

Grazie a Dio, esisteva anche chi questo tribolato
Corfino
viaggio lo concludeva in maniera soddisfacente, lavorando duramente cominciava a farsi la sua nuova vita. 

Molti dei nostri emigranti oggi sono benestanti, grazie proprio ai sacrifici e ai patimenti dei loro nonni partiti oltre un secolo fa e per questo voglio raccontarvi quello che accadde a una comunità garfagnino-californiana. Tutto nacque nella contea di San Joaquin nella città Stockton (in California appunto) oltre un secolo fa. Eravamo negli anni compresi fra il 1880 e il 1905 quando un gruppo di soli uomini (circa 18) si insediò in questo luogo, lavorando come braccianti e operai in fabbriche di mattoni. Il tempo passava e una volta che finalmente fu raggiunta la stabilità economica questi uomini cominciarono a
Corfino Lane a Stockton
chiamare anche la loro famiglia e oggi se vi capita di passare da quelle parti leggete i nomi sui campanelli, possiamo notare cognomi a noi familiari: Nelli, Gregori, Manetti, Cecchini, Vergai, Pennacchi, Santi, Nicoli, sono tutti cognomi riconducibili alla 
Garfagnana e in particolar modo al paese di Corfino. Una vera e propria colonia di corfinesi  che attraverso un flusso emigratorio avvenuto a più riprese popolò questa ricca contea e fa una certa impressione passare per la via cittadina denominata Corfino Lane (n.d.r:Corso Corfino) e curiosità nella curiosità con ogni probabilità Corfino può contare oggi più oriundi negli States che residenti nella provincia di Lucca, anche se ad onor del vero è difficile quantificare il numero dei corfinesi a Stockton, molti hanno americanizzato il proprio cognome (da Lombardi a Lombard per esempio), ma comunque facendo un sommario calcolo sono 140 le famiglie di origine corfinese che hanno contribuito
La città di Stockton
fattivamente allo sviluppo di questa città lavorando
 come semplici manovali o braccianti, impiegati spesso nelle miniere, i pionieri garfagnini si sono integrati alla perfezione senza rinunciare alle proprie origini, facendo poi studiare i loro figli che adesso fanno i professionisti, i commercianti e gli operai specializzati. Quello che si dice un viaggio finito bene...


  • Notizie tratte da: Archivio Fondazione Paolo Cresci (Lucca)

mercoledì 28 settembre 2016

Matteo Filippo Caldani: brigante fra i più sanguinari o pio e devoto eremita?

Gli americani ancora oggi scriverebbero "Most Wanted" (n.d.r:fra i
più ricercati) e magari aggiungerebbero anche "dead or alive" (vivo o morto). Loro ci sono abituati dai lontani tempi del Far West a metter taglie milionarie sulla testa dei manigoldi di turno, sono passati dal bandito Billy the Kid nel 1870 sul quale pendeva sulla propria testa una taglia di 500 dollari e sono arrivati fino all'attuale capo del proclamato stato islamico Abu Bakr Al Baghdadi, dove si dice che sarebbero pronti a sborsare ben dieci milioni di dollari a chiunque sappia fornire notizie decisive per la sua cattura. Ma in Garfagnana le taglie le mettevamo molto prima dei cari amici a stelle e strisce e tanto per rimanere nell'attuale l'Al Baghdadi di Garfagnana e Lunigiana nel finire del remoto 1500 era il brigante Matteo Filippo Caldani, è uno fra i briganti meno conosciuti nella nostra valle poichè non tipicamente garfagnino, il suo quartier generale era nei pressi dei paesi di Aiola, Ugliancaldo e Monte dei Bianchi, per meglio capirsi nella valle lunigianese del torrente Lucido, una zona di confine appunto fra Lunigiana e Garfagnana, scelta ad hoc dal brigante stesso e dalla sua banda perchè per queste disagevoli strade passava la famosa via Francigena, strada di
transito di nobili, pellegrini e commercianti di ogni sorta. Le sue scorribande colpivano senza distinzione sia la Lunigiana che la Garfagnana stessa e per questo sia il ducato di Modena,la Repubblica
di Lucca e la stessa città di Firenze misero ben presto una taglia su Matteo Filippo Caldani considerato uno dei banditi più sanguinosi di tutta la Toscana. Nel suo curriculum non mancavano furti, percosse e violenza di ogni genere che talvolta sfociavano anche nel sequestro di persona. Ma la fama non la raggiunse certo per le nefandezze perpetrate, al tempo i briganti di Garfagnana e non, depredavano indistintamente con cattiveria inaudita tutti alla solita maniera. La sua storia però è ben diversa ed è una vicenda che prende nello stesso tempo la strada della leggenda e della devozione. 
Il Pizzo d'Uccello sulle Apuane
rifugio di Matteo Filippo Caldani
Un giorno il malfattore ebbe l'occasione di rapinare dei suoi preziosi anche un emerito ecclesiastico che passava con il cavallo per quelle ombrose selve. Dopo averlo "ripulito" dei suoi averi legò lui e la sua servitù agli alberi vicini e decise soddisfatto del bottino ottenuto di tornare al suo nascondiglio nelle scoscese del Pizzo d'Uccello. Nel cammino in località Pontevecchio fu attratto dal suono di una campanella, il leggiadro suono proveniva da una chiesetta, dette così ordine ai suoi masnadieri di fermarsi e furtivamente si avvicinò alla porta della chiesetta, vide dei bambini che stavano cantando un ode alla Madonna, d'un tratto a tale immagine la sua anima si turbò, la vita gli scorse davanti agli occhi, rivide tutte le sue malefatte e la sofferenza delle sue vittime e si interrogò se la sua esistenza fosse giusta. Riprese sconvolto e impensierito la sua strada e ad un tratto uno spaventoso temporale colpì lui e la sua banda, i tuoni squarciavano il cielo e sinistri bagliori si intravedevano in lontananza, giunti alla maestà di Vezzanello sotto la pioggia battente il bandito sciolse la sua banda, licenziò servi e compagni di ventura e ognuno prese la sua strada. Una volta rimasto solo, con un colpo sul fondoschiena allontanò il cavallo con ancora in groppa lo scrigno pieno di preziosi che era stato appena rubato, nello stesso istante si levò di tasca la chiave del piccolo forziere e la gettò nell'impetuoso fiume sottostante dicendo: - Sarà più facile ritrovare questa chiave che salvare la mia anima...- . Guadò a piedi il fiume, si inerpicò sul Monte San Giorgio e cominciò a fare vita da eremita. Le sue giornate le trascorreva in meditazione, si cibava solamente di bacche e castagne e mentre d'estate il posto era soleggiato e ben accogliente, l'inverno violente bufere colpivano il monte mettendo a dura prova l'ex brigante. Nel frattempo la saggezza e la fama di questo eremita crebbe a dismisura, tanto che da tutte le Apuane la gente saliva fino sul monte per conoscere quello che ora era un pio uomo. La vigilia di Natale successe tuttavia un fatto eccezionale,
L'eremita
un pescatore, nel fiume ai piedi dell'eremo, catturò una trota di grandezza spropositata, a tale pesca miracolosa egli pensò bene di donarla al povero eremita e quando gli portò il pesce successe il miracolo: nel ventre fu ritrovata la chiave dello scrigno gettata nel fiume anni prima. Questo fu il segno che oltre al perdono degli uomini era arrivato anche il perdono di Dio. Il mito vuole ancora che lungo la strada che sale a Ugliancaldo, da qualche parte sia nascosto ancora il tesoro che rubò il brigante proprio in quei giorni. 
Realtà o leggenda perciò? Diciamo subito che Matteo Filippo Caldani è esistito veramente, non si legge però da nessuna parte (nelle sue biografie per così dire ufficiali) che egli fosse un brigante. Si dice che era un nobile veronese, nato nella città scaligera nel 1573, studiò lettere a Padova, passò poi da Roma e dopo la precoce morte dei genitori cominciò il suo girovagare per l'Italia. Attraversando la Garfagnana e fermandosi successivamente in Lunigiana- gli venne veduto il monte San Giorgio, verso Pizzo di Uccello, un oratorio, sopra quale avanzava un poco di campanile-. A Monzone il Caldani conosceva il notaio Prosperi, il quale intercesse per lui  con il vescovo di Luni per potersi ritirare come eremita sul monte in questione. Detto fatto il 20 agosto 1604 Caldani iniziò la sua vita monastica, riportò a nuova vita l'eremo e nel 1606 fu ordinato sacerdote. Nel 1609 Papa Paolo V concesse indulgenze ai pellegrini che salivano fino all'eremo di San Giorgio.Infine nel 1668 Frà Matteo Filippo Caldani morì dopo una lunga e devota vita.

La leggenda come si può vedere si fonde nella realtà e per conoscere la verità la miglior soluzione è forse prendere un po' dell'una e un po' dell'altra. A mio avviso Matteo Filippo Caldani fu veramente un brigante, può darsi non dei peggiori e nemmeno probabilmente era a capo di una banda. Tanto meno credibile può essere la storia della trota pescata, magari si può pensare che un pentimento ci sia stato veramente, d'altronde l'essere umano è fatto di carne e di spirito. Si può inoltre dedurre secondo le (brutte) consuetudini del tempo che per sfuggire alle grinfie dei soldati ducali e alla prigione era buona soluzione per i malandrini mettersi sotto le gonne di Santa
I ruderi dell'eremo di San Giorgio
Romana Chiesa e piuttosto che viver galeotto era meglio campar da frate. Non si discute poi come detto che con il tempo non si fosse ravveduto e una volta ravveduto e tornato sulla retta via forse tornava male agli agiografi di allora far sapere che tale pio uomo in gioventù fosse stato un poco di buono, si poteva perdere di credibilità, pensare che la Chiesa fra le sue schiere nascondesse dei farabutti non è e non era buona cosa oggi come allora, ed ecco pertanto che nasce la leggenda, il racconto o la saga per spargere fumo su quella che forse una volta era la verità.

Questa è la modesta opinione di chi vi scrive, perchè come ebbe a dire il filosofo Blaise Pascal nel 1670: - L'opinione è la regina del mondo!-.





Bibliografia:

  • Escursioni Apuane rubrica condotta da Fabio Frigeri

mercoledì 21 settembre 2016

"Il giro del diavolo". Un rito millenario fra storia vera, leggenda e religione

Come si suol dire "quando il diavolo ci mette lo zampino". Papa
"Il giro del diavolo"
(foto di Giorgio Galeotti)

Francesco ebbe a dire non più di due anni fa che la vita dell'uomo è una battaglia (e questo si sapeva...), ma sopratutto è una lotta continua contro il diavolo, spesso, continua Papa Francesco:- ci fanno credere che Satana è un mito, una figura, un'idea, ma il diavolo esiste e noi dobbiamo lottare contro di lui indossando l'armatura di Dio- e questo ben lo conosceva anche San Pellegrino quando abbandonò la corona (era figlio di Romano re di Scozia) e le terre di Scozia per andare a portare la parola di Dio in Europa e per l'Oriente, destino volle che il suo viaggio terminasse proprio nei pressi di "una selva ombrosa", luogo inospitale, selvaggio, dove i suoi inverni sono spazzati da gelide nevi e le sue estati sono fresche e tranquille. Questa zona della Garfagnana era conosciuta come Thermae Salonis, posta a 1525 metri d'altezza, terra di confine fra l'Appennino e la Pianura Padana (per tutta la sua storia leggi http://paolomarzi.blogspot.it/san-pellegrino-in-alpe-la-storia-del.html). Come ogni posto sconosciuto si immaginava che su questi monti si trovassero animali mitologici governati da forze del male e le forze del male si manifestarono proprio quando Pellegrino si stabilì in questo posto che con i secoli poi prenderà il suo nome.
Il paese di San Pellegrino in Alpe
La lotta con il demonio da quel momento fu incessante, ogni sorta di tentazione veniva propinata al sant'uomo e proprio a queste tentazioni si rifà un antico rito che ormai si ripete da secoli proprio a San Pellegrino. Questo rito è conosciuto come "Il giro del diavolo". La storia di questo rito (d
ati storici alla mano), misto fra tradizione e leggenda parte ben prima del 1110, anno in cui per la prima volta si cita in un documento la chiesa-ospizio di San Pellegrino e si rifà ad una vicenda reale e precisamente al fatto di erigere a scopo devozionale una chiesa dedicata all'ormai defunto e santo San Pellegrino (morto nel 643 d.C), naturalmente a quell'altezza reperire materiale per costruire la chiesa era quasi impossibile e allora il vescovo ebbe una bella pensata imponendo ai fedeli che salivano ad onorare il santo di recare ognuno con se una pietra per la costruzione dell'edificio, oltre a ciò e in questo modo anche i peccati sarebbero
la chiesa
stati espiati. Ben presto tutto il materiale fu raccolto senza ombra di spesa alcuna e il tempio (una caratteristica e massiccia costruzione medievale) sorse in ben poco tempo a sfidare i secoli, i rigidi inverni e gli sferzanti venti della montagna garfagnina. Ma una volta ultimata la chiesa l'afflusso di pellegrini con il masso in spalla non cessò e chi vuoi chi non abbia un peccato da farsi perdonare? Da allora i fedeli continuano a salire dal piano percorrendo talvolta anche quattro o cinque ore di strada a piedi, camminando per aspri viottoli e stradine disagevoli con una grossa pietra sulle spalle o sulla testa. A quella che era diventata un'antica tradizione prestò si innestò la leggenda, il tutto per dare quell'aura di santità a tutta la vicenda e che in effetti non guasta mai. Leggenda racconta che un giorno il demonio dopo aver provato vanamente in mille modi di tentare il santo per portarlo sulla cattiva strada, perse la pazienza e lo schiaffeggio impunemente, la sberla fu talmente forte che Pellegrino girò per ben tre volte su stesso ed è proprio grazie a quell'episodio che in quel punto esatto dello schiaffone ancora
la pietraia de "Il giro del diavolo"
(foto di Sergio Barbieri)
oggi si svolge questo percorso penitenziale che è fra i più originali di tutto il panorama italiano. Una tradizione religiosa che consiste nel compiere un pellegrinaggio portando sulle spalle o in testa un masso che andrà poi deposto nel luogo stesso delle tentazioni del santo non dopo aver compiuto però per tre volte (quanti i volteggi fatti dal santo) il giro del campo,che viene detto appunto "giro del diavolo". Cosa da non


trascurare ma da prendere eventualmente in considerazione è che il masso da trasportare può e deve avere grandezza variabile, più il peccato commesso da farsi perdonare è grande e più grande dev'essere la pietra da caricarsi in spalla. Figuratevi un po' nel corso dei secoli in questa pietraia si sono accumulati migliaia e migliaia di sassi trasportati dai devoti, basterebbero a questo punto per
Devoti depongo la propria pietra
costruire un'altro santuario e il mucchio continua a crescere. Un rito questo che si può compiere in qualsiasi giorno dell'anno (il momento che preferisco io è proprio in questo periodo), il picco dell'affluenza dei fedeli si registra però in estate e in particolare nel mese di agosto in cui ricorre la festa del santo, la partecipazione dei penitenti e grandissima, tuttavia specialmente nei decenni passati tale evento poteva risultare (a mio avviso) anche penoso, lo spettacolo di uomini e donne in età avanzata che portavano sulla testa veri e propri macigni era impressionante. Oggi si svolgono delle più amene escursioni che partono dal paese e arrivano fino alla pietraia stessa. Infatti prendendo il sentiero dalla piazza principale si intraprende una piacevole passeggiata (se fatta senza pietra in braccio...) ad anello di soli tre chilometri che attraversa una stupenda faggeta e continua a salire fino a giungere al "Giro" posto sotto la strada del saltello, per il ritorno si prosegue verso il passo dove si incontra (non ormai lontano dal paese)la fonte del santo dove secondo tradizione si andava a dissetare.

In fondo a questa storia mi rimane un unico dubbio quando nelle mie escursioni mi capita di osservare la ormai famosa pietraia. Qualcuno di peccati grandi ne
Vecchia foto di anziani con la pietra in testa
(foto tratta da "La domenica del Corriere"
deve aver compiuti, ma talmente grandi che talvolta con lo sguardo scorgo pietre tanto grosse da sembrar strano che qualcuno abbia potuto trasportarle fin quassù e basterebbe poco ormai per persuadere i pellegrini che la chiesa dedicata al santo è ormai costruita...dal Medioevo. Ma di mezzo c'è una grande forza, la forza della tradizione.

mercoledì 14 settembre 2016

Il più vecchio giornale di tutta la Garfagnana: dal 1881 "Il Corriere di Garfagnana".Ecco chi erano i pionieri del giornalismo nella valle

Il primo numero de "Il Corriere di Garfagnana"
(foto tratta dal sito della pro loco
www.castelnuovogarfagnana.org)
Siamo nell'era dove comunicare con altre persone anche nei luoghi più remoti del pianeta è diventato facilissimo.Con internet il mondo è letteralmente a portata di mano, basta avere un telefono cellulare da poche decine di euro e il gioco è fatto. Attraverso uno smartphone si può parlare guardandoci negli occhi, possiamo scambiarci documenti in tempo reale, si possono esternare le nostre emozioni in presa diretta e per di più ci si può informare su quello che succede nel mondo minuto dopo minuto. Ma una volta? Una volta era un'altra musica. Ci volevano settimane per recapitare una lettera ad un proprio caro emigrato in America, per portare dei documenti dovevamo sobbarcarci talvolta di viaggi estenuanti su carrozze scomodissime o se si era fortunati su treni lentissimi, e l'informazione? L'informazione era la finestra sul mondo della persona qualunque, attraverso i giornali ti informavi sui fatti e sopratutto potevi anche esprimere le tue idee o le tue opinioni, in parole povere il giornale o quotidiano che fosse agli inizi del secolo scorso era l'internet di adesso, poco importava se talvolta le notizie venivano riportate quando ormai erano già accadute da qualche giorno. Figuratevi un po', tanto per fare un mero esempio questo articolo che state leggendo è in condivisione con il mondo intero, lo stesso articolo che leggete in questo momento lo possono leggere anche in Bangladesh nel medesimo istante. Ma non era così e non era questo il mondo di Agostino Rosa... Ma chi era Agostino Rosa? Il signor Rosa fu tra i primi pionieri dell'informazione nella valle, nonchè il primo editore che nel lontano 1881 fondò il primo giornale di tutta la Garfagnana: "Il Corriere di Garfagnana". Agostino nacque nel lontano 1853 a Castelnuovo, intraprese gli studi universitari a Pisa per diventare professore di matematica ma la matematica in fondo non era la sua aspirazione e solo dopo due anni la frenesia di metter su qualsiasi tipo di attività prese il sopravvento. Dapprima mise su un agenzia di trasporti nella valle a cui segui un'azienda agricola che vendeva concimi di ogni genere. Ma purtroppo il dilemma per Agostino era un
Il monumento
 a Agostino Rosa
altro, la Garfagnana era troppo relegata al suo "orticello" per potersi sviluppare, pochi conoscevano questa sperduta valle, era arrivato il momento di far sentire al mondo anche la voce dei garfagnini e quale miglior cosa di un giornale per farsi conoscere? Detto fatto nel 1880 prese il via la prima tipografia, Rosa si avvalse dell'entusiasmo e dell'intelligenza di validi collaboratori come il professor Pietro Pieroni e il conte Giuseppe Carli. Il primo numero uscì nel giugno del 1881 sotto la direzione di Pieroni con lo scopo dichiarato di essere "la voce dei Garfagnini e l'organo di collegamento coi corregionali espatriati", uscì come settimanale di quattro pagine, con quattro colonne per pagina al costo di cinque centesimi, la tiratura era di poche centinaia di copie che in buona parte venivano diffuse a Castelnuovo nel giorno del mercato, giorno in cui la maggior parte della gente scendeva nella cittadina per comprare o vendere i propri prodotti, mentre agli abbonati (l'abbonamento costava 3 lire l'anno) veniva recapitato a mano. Anche in questo caso non mancarono però i denigratori. Ai benpensanti dell'epoca questo giornale apparve subito come troppo temerario e provocatorio, prevedendone ben presto la chiusura. Ma non fu così, l'editore scacciando gli "uccellacci del malaugurio" impegnò sopratutto il suo giornale per raccontare i problemi della nostra terra, come quando prese le difese delle acque della Garfagnana. Questo caso fu assai clamoroso ebbe inizio nel 1900, il ministero delle finanze con un decreto e senza parere degli amministratori garfagnini decise che la sorgente della Turrite di Gallicano non era di proprietà pubblica, ma bensì privata e per questo fu ceduta in uso a "La Marsaglia" società fiorentina che intendeva utilizzarla per rimpinguare l'acquedotto di Firenze. Nel frattempo al giornale (eravamo nel 1892) arrivò un nuovo personaggio, una persona 
fra le più intelligenti e sagaci che la nostra valle abbia mai avuto: Giuseppe Bernardini meglio conosciuto con lo pseudonimo di Giber (n.d.r:pseudonimo preso dalle iniziali del suo nome e cognome), bastava leggere un suo pezzo per capire con chi si aveva a che fare. Da quel momento il connubio con Rosa fu indissolubile. Il Giber vide la luce a Casciana (comune di Camporgiano) nel 1868, dopo aver fatto il liceo classico a Lucca si laureò in medicina all'università di Modena, la sua notorietà non la deve però alla professione di medico che fra l'altro svolse per alcuni anni con onorata condotta, ma bensì al giornalismo che già imperava nel suo D.N.A. A 24 anni prima della laurea gli venne affidata la direzione de "Il Corriere di Garfagnana", da subito la sua mano si fece sentire in modo tangibile, infatti fu cambiato il nome del giornale che diventò: "La Garfagnana" con il sottotitolo di "Sentinella Apuana" seguito dal suo motto "alla conquista del 
La nuova intestazione del
 giornale voluta dal Giber
bene per le vie del vero". La
 sua maestria nello scrivere lo portò a pubblicare articoli vibranti. Graffiante era la sua penna, aveva il potere di essere ascoltata per risolvere i problemi di un territorio depresso come quello garfagnino. Le lotte portate avanti su queste pagine furono numerose, dal completamento della linea ferroviaria Lucca-Aulla, alla costruzione della strada Castelnuovo- Arni, all'istituzione di nuove scuole di ordine e grado, fino all'estenuante lotta per il passaggio della Garfagnana dalla provincia di Massa a quella di Lucca, in questo caso ebbe a scrivere uno fra gli articoli più "taglienti" e provocatori, eccone un estratto:


“A causa del vergognoso abbandono in cui siamo lasciati, noi militeremo tutti, in breve volgere di tempo, nei partiti sovversivi. La Garfagnana diventerà una cittadella del socialismo e noi faremo del nostro meglio per accrescerne proseliti”.


Il Giber ossia
Giuseppe Bernardini
Nel bel mezzo di tutte queste lotte improvvisamente a soli 50 anni l'editore Agostino Rosa morì, il colpo fu duro da assorbire per tutto il giornale ma l'insegnamento di Rosa non avrebbe voluto che tutto si fermasse  e anche se con difficoltà il giornale continuò la sua vita con il Giber sempre più protagonista, tanto da divenire negli anni deputato per la provincia di Massa, nonchè sindaco di Castelnuovo. Molte furono le onorificenze ricevute: cavaliere, commendatore e chi più ne ha più ne metta, ma come ebbe a dire: "Una croce in più o in meno ha poca importanza, l'uomo è nato animale e animale resta. Tutt'al più può aspirare a non diventare bestia"
Nel 1923 si dimise dalla carica di sindaco, il fascismo aveva preso il potere e lui non ambiva a essere un sindaco fascista e il 30 novembre del solito anno successe il fattaccio; all'uscita della porta di servizio del Bar Costanza a Castelnuovo, intorno alle undici di notte fu aggredito e bastonato da squadristi, da li fu un lento declino dovuto alla stanchezza e al bavaglio imposto dal regime allo scomodo giornale garfagnino. Nel 1933 il 25 novembre il Giber morì a 65 anni, lasciando per sempre la direzione del giornale. L'ultimo numero del giornale fu curato da Carlo Cervioni, uscì nel dicembre '33 e fu sopratutto un"inno alla gloria" per il Giber. Le pubblicazioni ripresero mensilmente ben 19 anni dopo nel 1952, alla direzione c'era l'avvocato Lorenzetti (che era diventato anche il proprietario della testata), nel 1954 la guida passò ad un'altro illustre cittadino, Luigi Suffredini, ma oramai l'epica generazione dei pionieri era finita, si affrontava il nuovo mondo con altre idee e con altri intenti, così fu per "Il Corriere della Garfagnana" che nel 1991 alla morte di Suffedini ebbe un altra grande, grandissima penna alla sua conduzione(per pochi mesi): Almiro Giannotti detto il Gian Mirola. Oggi il giornale è di proprietà della Pro Loco di Castelnuovo e i suoi 135 anni li porta ancora bene e a questo proposito torna alla mente quello che scriveva il Giber nel lontano 1932 nel cinquantesimo anno di vita del giornale, parole ancora oggi più che mai vere ed attuali:

“Questo periodico ha toccato un’età che a pochi quotidiani è dato
Emigranti
raggiungere; l’ha toccata e non ha affatto intenzione di morire perché esso risponde ad un bisogno spirituale degli uomini della Garfagnana lontani dalla loro patria, che desiderano conservare un legame col paese d’origine... Non è celebrazione dunque de “La Garfagnana” ma esaltazione dei nostri coraggiosi uomini di Val di Serchio che portano il buon seme di una intrepida volontà e di una probità esemplare negli angoli più remoti della terra...”.




Bibliografia:


  •  Dizionario biografico di Alcide Rossi
  • "La piramide rovesciata. Lotte politiche e sociali in Garfagnana" di Umberto Sereni
  • "Corriere di Garfagnana" n 7 luglio-agosto 2012