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mercoledì 2 agosto 2017

Non solo Pascoli. Viaggio nei poeti garfagnini di una volta

Per l'amor di Dio, ci mancherebbe altro! Il Pascoli è sempre il
Pascoli e i paragoni che andrò a fare possono essere effettivamente irriverenti. Lungi da me quindi fare certi confronti impari, d'altronde certi versi come questo non s'inventano a caso:

Al mio cantuccio, donde non sento
se non le reste brusir del grano
il suon dell'ore vien col vento
dal non veduto borgo montano,
suono che uguale, blando cade,
come una voce che persuade
(L'Ora di Barga 1907)

Comunque sia, proprio al tempo del Pascoli e nei decenni seguenti la Garfagnana ha avuto la sua bella  schiera di poeti locali, conosciuti però solamente negli ambiti nostrali e poi purtroppo miseramente ed ingiustamente dimenticati. Questo articolo allora rivuole dare lustro a tutti quei cantori di versi che per lungo tempo sono stati all'ombra del grande Giovanni Pascoli. Eppure anche quelli nella loro modestia erano poeti di tutto rispetto, dotati di tecniche metriche innate, di fantasia e di sentimenti profondi. Il tutto nasceva dalla spontaneità poichè nessuno insegnava loro come fare versi e la loro lingua non era il forbito e melodioso italiano di inizio secolo ma bensì il dialetto garfagnino che per molti secoli fu l'unico mezzo di espressione. Ci si sentiva liberi così da ogni inceppo della cultura, la creatività non veniva ostacolata e la metrica scorreva spontanea. Molti di questi personaggi erano persone particolari, estroverse e divertenti come Luigi Prosperi nato a Careggine nel 1832 e semplicemente conosciuto come il "Chioccoron"(per saperne di più leggi http://paolomarzi.blogspot.it/2014/03/il-chioccoron-il-poeta-che-oso-farsi.html). Di famiglia modesta, finita la scuola cominciò a lavorare nei campi, ma già il maestro
Careggine
elementare aveva visto in lui un'abilità innata nel comporre versi e la passione per la letteratura per il "Chioccoron" diventò quasi maniacale. Nelle osterie del paese non mancava occasione che gli amici lo invitassero a "poetare", riusciva a declamare "a braccio" poesie talvolta piccanti e irriguardose nei confronti delle autorità locali, tant'è che il sindaco un giorno mandò i carabinieri per riportarlo all'ordine, il Prosperi fuggì nel bosco e dalla cima di un colle cantò una quartina rimasta memorabile:


"Son venuti gli angioletti
per portarmi alle prigioni
non pensavano i minchioni
c'io passato avrei i colletti"  

L'apice il "Chioccoron" lo toccò quando menzionò in una sua poesia i quattro artefici dell'Unità d'Italia: Vittorio Emanuele II, Garibaldi, Mazzini e Cavour, questa "composizione gravemente denigratoria" (come al tempo fu definita) giunse perfino a Roma dove fu pubblicata, arrivando addirittura nelle mani del Re d'Italia Umberto I che convocò al Quirinale il poeta garfagnino, fra un rimbrotto ed un altro il re lo perdonò regalandogli anche una banconota da 50 lire; - Comprateci il pane per la vostra famiglia!- affermò il re. Oggi al "Chioccoron" è dedicata la biblioteca comunale di Careggine.
Amico e nemico del "Chioccoron" era il "Boccabugia" di Vergemoli al secolo Andrea Jacopo Vanni altro poeta estemporaneo. Rimarranno epiche le sfide del giovedì mattina (giorno di mercato) nella piazza principale di Castelnuovo Garfagnana, quando a "colpi" di versi incantavano e meravigliavano una platea divertita e numerosa. Il
Il concorso di poesia
che si tiene tutti gli
anni a Vergemoli
 dedicato al Boccabugia
"
Boccabugia" era così chiamato per la totale assenza di denti, ma questo non lo fermava nel suo declamare. La sua figura ironica e beffarda aleggia ancora a Vergemoli, dato che dal 1972 ogni anno la seconda domenica di agosto un concorso di poesia estemporanea vive ancora nel suo nome.
Personalmente parlando, Pietro Bonini poeta castelnovese, aveva qualcosa di più degli ultime due citati. Per trenta lunghi anni scrisse versi in dialetto garfagnino, poesiole niente di più, ma avevano il pregio di essere immediate, aderenti ai fatti, alle persone e agli aspetti della natura. Nel 1916 pubblicò un libro con un titolo indovinatissimo che rispettava in pieno la sua arte popolare: "Cose da contà a vejo":

"Dico quello che penso e nulla più
vojo parlà come si parla qui, 
e se a qualcun qualcosa non va giù
che si ni vadi a fassi binidi"

Alcuni letterati parlavano del Bonini come se venisse da una famiglia agiata. Altri pensavano che non avesse nemmeno un titolo di studio e forse la tesi giusta è questa, dato che lui stesso in uno dei suoi componimenti diceva:

"Da cicco mi mandavino alla scòla
senza sapè che ci dovevo fà
e infatti c'imparai una cosa sola:
la strada per andacci e per tornà"

Giovan Battista Santini (nato a Castiglione Garfagnana nel 1882)
Santini mentre dipinge
invece era tutt'altro tipo, era un'artista a tutto tondo: era pittore, scrittore e poeta. Quando il tempo si faceva uggioso e la luce non era favorevole per dipingere i suoi quadri, allora si metteva a scrivere. Pubblicò un libro di poesie intitolato "All'ombra del torrione", anche questo libro in rigoroso dialetto garfagnino. Una poesia di lui (fra le tante) mi è piaciuta molto, perchè attuale e perchè ci fa capire che nonostante tutto i tempi cambiano ma la musica è sempre la solita:


Politica

"Se tu leci un qualunque manifesto
della schifa campagna'letttorale,
sia rosso, bianco, verde, o liperale 
non ci n'è un che s'appresenti onesto

Cambia 'l colore ma nun cambia 'l testo 
per via che la promessa è sempre uguale:
pace, lavoro; e, cosa principale,
lipertà d'esse porco e disonesto.

Se ci fai caso, vederai che questo
lo promettono avanti l'elezioni;
ma doppo, che votando, hai fatto 'l gesto
ditto sovran, di nominà i mangioni, 
abbadà di stà 'n guardia e d'esse lesto,
sennò ti pijn a calci ni cojoni"

Il "Togno della Nena", ovverosia Michele Pennacchi, benchè fosse
Il Togno della Nena mentre declama
nato nell'800 fra tutti i poeti garfagnini era il più attuale e al passo con i tempi. Il professor Guglielmo Lera (uno dei maggiori esperti di cultura locale)sul periodico "La Garfagnana" così scriveva di lui:" Come tutti i veri poeti dialettali il Pennacchi canta le cose che l'hanno colpito: le conquiste spaziali, la fame nel mondo, la guerra del Medio Oriente, quella del Vietnam, il...festival di Sanremo". A conferma di ciò la famosa legge sul divorzio del 1970 stuzzicò la fantasia del "Togno":


Il Divorzio

Bella robba davero! Ma dich'io,
in du èn finiti i poveri itagliani?
li vojen fa vinì peggiod'i cani,
che cambin sempre cagna, giuraddio?

E' inutile che adesso il parlamento 
facci la cuncurrenza al Padreterno
io arispetto le leggi del guverno
ma un sagramento è sempre un sagramento

(ndr: della poesia queste sono rispettivamente la terza e la decima quartina sulle undici dell'intera versione)

Fra tutti questi cantori non poteva mancare sicuramente Alfezio Giannotti di Eglio. La sua fu una vita tormentata, presto rimase orfano del padre e dovette quindi farsi carico di tutti i fratelli, questo non gli impedì di proseguire gli studi su Dante, Foscolo e Giusti. Nel 1911 dette alle stampe il suo primo libro di poesie, "Raffiche". Tre anni più tardi fu ammesso ad un concorso letterario di una nota rivista dell'epoca: "Juventus", al quale potevano partecipare solo poeti già affermati. Fu un vero trionfo, vinse su circa mille concorrenti. Dietro l'angolo però l'aspettava la prima guerra mondiale, tornò al paesello con una gamba amputata, nonostante tutto continuò a comporre poesie e a scrivere su dei quotidiani firmandosi con lo pseudonimo "il Grillorosso". La sventura si accanì definitivamente contro di lui il 7 ottobre 1944, durante un bombardamento una granata lo uccise mentre andava a soccorrere un ferito.
Questo poeta invece l'ho lasciato volutamente per ultimo, perchè è
Silvano Valiensi (il primo a sinistra)
insieme a mio padre (il terzo in piedi)
il mio preferito e perchè ho avuto l'onore di essere suo amico. Silvano Valiensi nato a Vergemoli nel 1923 (ma trasferito da sposato a Gallicano), in paese era conosciuto semplicemente come "il maestro", era una persona che tutti amavano per la sua bonarietà-burbera dei vecchi maestri elementari di una volta. La sua fu una vita spesa in gioventù nel gruppo partigiano Valanga, nella scuola, nell'amore che aveva per le Apuane e infine aveva una forte passione per la poesia, interesse quasi sempre celato, mai pubblicizzato, tranne che in alcune rare apparizioni ai concorsi poetici. Le sue poesie infatti girano intorno a quella che fu la sua vita, la mente per esempio ritorna alle lotte partigiane e ai compagni morti:


...cari compagni miei, tutti ventenni
caduti fra le rocce,in mezzo al timo
e alle gialle ginestre, arsi dal sole,
con su le labbra spente, le parole:
"Ho dato tutto per la libertà"

Non potevano mancare poesie rivolte alle sue montagne: le Apuane che amava scalare in ogni stagione:

...d'estate sotto il sole mi bruciavo;
d'inverno fra le raffiche del vento,
fra la tormenta e il ghiaccio ero contento;
di tutto il resto mi dimenticavo...

Tornava anche a galla la nostalgia dei tempi andati quando:

Sapeimo legge e scrice gnente male
e 'n più vangà 'na porca (n.d.r: lo spazio fra due solchi della terra) e segà 'l fieno

(per leggere ancora di Valiensi leggi http://paolomarzi.blogspot.it/2014/05/silvano-valiensi-partigianomaestro-e.html)

Finisce qui questo breve viaggio nei poeti garfagnini di una volta,
un viaggio che ci ha fatto conoscere una porzione di gente di Garfagnana che forse in buona parte ignoravamo. Quindi non è vero come dicevano una volta che la Garfagnana era terra di lupi e di briganti...ma è più giusto dire: terra di lupi, briganti e poeti... 



Bibliografia:

  • "Il vernacolo garfagnino e i suoi poeti" di Gian Mirola. Nuova grafica lucchese 1973
  • "Profili di uomini illustri della Garfagnane della Valle del Serchio" di Giulio Simonini Banca dell'identità e della memoria 2009
  • "Faccio versi così come si cantas quando qualcosa dentro mi fa male" di Silvano Valiensi. Unione dei comuni della Garfagnana 2014

venerdì 10 aprile 2015

Il Pascoli conteso. Ecco l'assurda e tormentata vicenda che vide coinvolte le mortali spoglie del poeta...

Giovanni Pascoli
E' il destino dei grandi personaggi che il loro corpo una volta cessata la loro vita terrena venga conteso fra le città di nascita e quelle di adozione, così successe al Sommo Poeta Dante Alighieri morto a Ravenna nel 1321 e li sepolto, dove pochi anni dopo sua la morte i fiorentini cominciarono a reclamare le sue spoglie, ma non ci fu niente da fare il suo corpo rimase in terra romagnola e così successe pure a uno dei nostri più illustri ospiti:Giovanni Pascoli.Proprio in questi giorni ricorre l'anniversario della sua morte e di tutta l'assurda vicenda che capitò dopo che il poeta esalò il suo ultimo respiro in quel di Bologna.Partiamo allora dall'inizio (anzi dalla fine...) di questa incredibile storia che vide il Pascoli partire in treno da Castelvecchio il 17 febbraio 1912 per curarsi nel capoluogo emiliano a quel tumore allo stomaco che lo stava annientando. Il suo fu un calvario che durò circa due mesi e il 6 aprile dello stesso anno dopo un agonia di 36 ore a 56 anni morì nella sua casa bolognese in Via dell'Osservanza al n°4(per gli ultimi giorni di vita del Pascoli leggi: http://paolomarzi.blogspot.it//6-aprile-1912-gli-ultimi-istanti-). Da quell'attimo il corpo senza vita del poeta non troverà pace, infatti di li a poco si scateneranno tumultuose discussioni sul luogo del suo eterno riposo.I romagnoli a gran voce reclamavano i loro diritti di sepoltura poichè dicevano che la tomba di famiglia era nella loro terra e poi si rifacevano ad una aleatoria volontà che la si poteva leggere nella poesia "I Gigli" dove si dice:
La casa bolognese
di Via dell'Osservanza oggi,
dove il Pascoli morì



"...Maria mi porti
nella mia casa 
per morirvi in pace
presso i miei morti"

Da San Mauro di Romagna (paese natale del poeta) era partita una delegazione per difendere anche con un atto di forza quello che per loro era considerato "un sacro diritto", a Mariù (l'amata sorella) fu proposto anche di tumularlo a Bologna accanto all'antico maestro Giosuè Carducci (morto cinque anni prima) nella Certosa cittadina o sennò nella Basilica di Santo Stefano,ma lei rimase ferma e sicura nei suoi intenti,il fratello doveva essere seppellito a Castelvecchio,così come egli aveva espresso nei suoi ultimi anni di vita e così poi come aveva scritto in uno dei sui ultimi componimenti:

"C'hio ritorni al campanile
del mio bel San Niccolò (n.d.r:la chiesa di Castelvecchio)
dove l'anima gentile
finalmente adegerò"

La decisione della sorella fu poi rinfrancata prontamente da un telegramma che veniva proprio da Castelvecchio che citava:"Popolazione intera Castelvecchio STOP addoloratissima grande sventura suo Giovannino STOP mostra suo dolore profondo unanime STOP implorando reclamando ultimo conforto venerata salma STOP ombra salici piangenti STOP",firmato Don Barrè, parroco di Castelvecchio. Insomma era una lite ed un contenzioso a "colpi" di poesia fra emiliani e toscani, tutto questo mentre nelle camera ardente allestita nella sua casa bolognese ci fu una gran folla a dare l'ultimo saluto, politici (quelli non mancano mai...),personalità culturali e sopratutto gente comune,fu una lunga fila che durò per due giorni interi. Si arrivò poi al giorno dei funerali il 9 aprile 1912 
I funerali bolognesi nella basilica
di San Petronio
celebrati nella cattedrale di San Petronio. Dopo i funerali la salma partì quasi di corsa alla volta della Valle del Serchio su un treno speciale su cui viaggiavano professori universitari e politici, fra cui il ministro dell'istruzione Credaro. Ad ogni stazione il treno veniva salutato da tantissima gente che lanciava fiori al treno in corsa ma una volta valicato l'Appennino cominciò anche a piovere. Finalmente fu raggiunta Lucca e il prefetto Carafa intravedendo strane manovre a livello massonico e politico (di li a poco ci sarebbero state le elezioni) decise che fossero chiusi i cancelli della stazione e che in nessuna maniera fossero tributate solenni onoranze alla salma, tutta la zona era presidiata da contingenti di polizia e carabinieri che avevano l'ordine di non far passare la gente, ma la folla che si era recata a salutare il passaggio della
La folla ai funerali bolognesi del Pascoli
salma era già formata da "parecchie migliaia di persone" come ebbe a dire il giornale socialista "La Sementa" e tutte le misure di sicurezza si andarono a farsi benedire, i cancelli furono aperti di forza e una fiumana di persone invase la stazione, faticosamente si riuscì in qualche maniera a fare il trasbordo della salma su un altro treno che ripartì alla volta della stazione di Fornaci di Barga. Era ormai notte quando il treno raggiunse Fornaci e la pioggia si era fatta 
veramente incessante e violenta.La banda musicale cittadina che lo attendeva in stazione suonava la marcia funebre di Chopin e precedeva tutto il corteo funebre che si diresse verso il cimitero di Barga sotto un vero e proprio diluvio, fu un procedere lento e con grande difficoltà nel buio di una strada che ormai era ridotta ad un vero e proprio fiume, il vento spegneva le fiaccole e scompigliava le ghirlande. Era stata fatta poca strada dal carro funebre trainato da cavalli quando la mesta processione fu costretta a fermarsi nelle vicinanze di un casolare per la via di Loppia, a quel punto la tensione salì alla stelle, in molti non capivano il perchè non si poteva aspettare la mattina seguente,alcuni se la
La casa dove nacque il Pascoli
a San Mauro di Romagna
presero con il commissario prefettizio Salerni che diede ordine di raggiungere il cimitero di Barga a qualsiasi costo per paura di
"disordini sociali",si tentò comunque di tornare indietro e di far sostare il corpo senza vita del poeta in una sala della stazione ferroviaria di Fornaci, ma ci si mise anche la sorella Mariù che volle procedere senza esitazione anche lei verso Barga. Si raggiunse così in qualche maniera la cittadina e a quel punto alcuni studenti bolognesi (che già avevano rumoreggiato al funerale) insieme ad alcuni cittadini di San Mauro di Romagna cominciarono a protestare perchè non volevano che la salma fosse benedetta dal parroco Don Barrè, ma il prete "per volontà della sorella" benedì la salma ma senza esequie solenni e una volta raggiunto il cimitero il feretro in tutta fretta fu rinchiuso in un loculo provvisorio.Tutto intorno era sorvegliato da forze dell'ordine con proiettile in canna:la paura maggiore era che il corpo fosse trafugato (n.d.r: così successe anche a Dante).Con grande sollievo comunque il commissario prefettizio si affrettò a telegrafare alla Prefettura:
La lapide del loculo (ancora oggi vuota)
nel cimitero di Barga dove il poeta
fu posto provvisoriamente per 6 mesi

"Sotto pioggia torrenziale salma Pascoli STOP trasportata cimitero e tumulata ore 23 STOP nessun incidente STOP".
Il timore che le spoglie del poeta nonostante l'inumazione fossero ancora sottratte crebbe con i giorni a venire,i cittadini di San Mauro si diceva non si sarebbero dati pace finchè il loro amato concittadino non fosse stato seppellito nella sua terra natia, furono rafforzate così le misure di sicurezza, per altri giorni ancora, guardie comunali insieme alla forestale ed ai carabinieri reali fecero a turno per far la guardia. Giovanni Pascoli rimase nel
6 ottobre 1912 finalmente il poeta
troverà pace definitiva a Castelvecchio
loculo, dentro "la grave cassa di noce" per alcuni mesi ancora e finalmente quando le acque si calmarono il 6 ottobre 1912 dopo una grande commemorazione al teatro dei Differenti di Barga con la presenza anche del grande "fratello d'arte" Giacomo Puccini fu trasportato tra fiori,bandiere ed un addolorato suono di campane nella cappellina di Castelvecchio dove la sorella aveva deciso di metterlo in un sarcofago esterno visto che negli ultimi giorni di vita Giovannino aveva espresso l'orrore di andare sotto terra.Oggi il nostro
Il sarcofago dove è custodito
Giovanni Pascoli oggi
illustre ospite è ancora lì, a riposare finalmente in pace e come ci ricordava nella sua prima raccolta di poesie Myricae:


"La vita è bella,è tutta bella,cioè sarebbe,se noi non la guastassimo a noi e agli altri."

mercoledì 21 maggio 2014

Silvano Valiensi:partigiano,maestro e... poeta

Nella foto:: da sinistra Silvano Valiensi,
 poi Alberto Piccinini,il mio babbo Marzi Leonello,
 mentre quello accosciato è Giancarlo Piccinini sulle Alpi Apuane
Questa volta  straordinariamente questo post vuol essere un omaggio mio individuale ad una persona a me cara,come era cara al mio babbo e alla mia mamma sua collega nel difficile mestiere dell'insegnamento.Ho avuto il piacere di conoscerlo di persona, di averlo frequentato e di aver condiviso con lui lunghe discussioni,dal momento che avevamo la stessa passione per la solita squadra di calcio.Silvano Valiensi era una persona che tutti a Gallicano amavano per la sua bonarietà-burbera dei vecchi maestri elementari di una volta, per tutti infatti era ancora "il maestro".La sua, una vita spesa in gioventù nel gruppo Valanga (formazione partigiana garfagnina), poi nella scuola  dove si dedicò all'insegnamento con entusiasmo e poi su tutto il suo grande amore per le Apuane che adorava scalare, ed infine la poesia,interesse quasi sempre celato,mai pubblicizzato tranne alcune apparizioni ai concorsi poetici come il "Boccabugia" di Vergemoli o a Coreglia.La settimana scorsa infatti è stato presentato in Comune a Gallicano il libro postumo  di Silvano "Faccio versi così, come si canta quando qualcosa dentro mi fa male" un libro di poesie nato grazie anche alla nipote Martina che ha conservato gelosamente più di 300 poesie dopo la morte del nonno, libro appunto che lo stesso Mario Lena (scrittore) nella presentazione lo ha definito un grande libro per un grande poeta.Sono poesie che ricordano la storia,l'amore per la  nostra valle,narrate attraverso storie di guerra,storie di vita,fatti di cronaca,praticamente un vero spaccato di storia scritto in versi,scritto  a volte in maniera dissacratoria e divertente altre invece con il sentimento del
poeta.Caratteristica principale alcune poesie sono elaborate in italiano e in altre nel nostro dialetto.Ques
Il libro di poesie postumo
 di Silvano Valiensi
ta poesia che vado a pubblicare si intitola "Garfagnana" ed è bellissima,scritta in dialetto e brevemente spiega al garfagnino attuale  tutte le bellezze della sua terra e gli ricorda di come una volta i suoi avi campavano con "pogo o gnente" mentre adesso avverte che abbiamo dimenticato tutto e si è dimenticato sopratutto quello che hanno passato i nostri nonni o genitori per far sì che oggi si stia agiatamente e di fare attenzione di non dimenticare,di conservare la memoria perchè sennò "artorneranno'n fretta invece de' turisti gli sfollati..."


Garfagnana

Anch'oggi,come glieri,hai per corona
quei gioglielli ch'edenno l'Apuane
sei vistita di boschi ed aria bona,
ricca di selve,fresca di fontane

T'inciucchi 'gni stagion co' gli odori
de' funghi,freschi,fragole,lamponi
e ti sveglino all'alba co' su cori
sopre i castagni passore e pincioni

Sei bella co' tu laghi artificiali,
co' tu' torrenti che guizzin trote,
co' fiori ch'enno sopre i davanzali,
co' l'aquila, che che 'n celo fa le rote

Di giorno pai dipinta da 'n pittore
a buglio drento 'l lume de la luna
t'addormi stanca,e 'l rintoccà de l'ore
ti fa la nanna, nela notte bruna

Da sempre sei cusì;ma la tu gente,
ormai s'è scorda tutto 'l su passato
quando tiraimo avanti a pogo o gnente
co' le nosse speranza nel metato

Oggi non porta più scarpe co' chiodi
nè le calze di lana,il garfagnino,
speriamo almen, che questo godi-godi
si possi conservà 'l cervello fino

Però se a camminà sopre gli specchi,
la situazione gli scapperà di mana
artorneremo tutti ai santi vecchi
e un si buggiorerà la Garfagnana

Come 'na volta si darà castagne
per la polenta, cagio e formentone;
per scaldassi le legne del le fagne
e gli scartocci per impi' 'l saccone.

Forsi,San Pilligrin l'ha benedetta
e noaltri sian nati affortunati,
ma se va male artoneranno 'n fretta
invece de' turisti gli sfollati...

e allora come fecino 'n passato
le nostre gente ricche o poveracce
tireran fora quel che Dio gli ha dato,
faranno a mezzo, e gli apriran le bracce

                                                                     Silvano Valiensi