mercoledì 12 settembre 2018

Garfagnana e "Anni di Piombo": 1974-1979. Quando la valle era rifugio e centro di addestramento per tutto il terrorismo italiano

Quarant'anni esatti sono trascorsi da quando il terrorismo in Italia
Aldo Moro a Castelnuovo Garfagnana,
affacciato dalla Rocca Ariostesca (1967)
toccò il suo apice con l'assassinio del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro. Fu un periodo storico terribile, secondo solamente ai tragici anni del secondo conflitto mondiale. Questa epoca è meglio conosciuta sotto il nome di "anni di piombo", con questo termine si è soliti intendere quel periodo di storia italiana segnato da una escalation di terrorismo e lotta armata da parte di gruppi eversivi politicizzati, tale appellativo prende curiosamente la sua origine da un film del 1981  diretto da Margarethe Von Trotta, intitolato proprio "Anni di Piombo", che trattava appunto l'esperienza storica molto simile vissuta al tempo in Germania Ovest. Furono anni tremendi, che sparsero un'onda di terrore e di sangue nel nostro Paese fra il 1968 e i primi anni '80. Tutto nacque dal veloce sviluppo economico nazionale, che riuscì ad
Il manifesto del film
"Anni di Piombo"
aumentare ancor di più le differenze sociali, nel contempo a livello internazionale si era in piena "guerra fredda", uno scontro fra ideologia liberista U.S.A e comunismo sovietico, che divideva il mondo in d
ue blocchi contrapposti. In questa scia nacquero in Italia movimenti operai e studenteschi che lottavano per l'uguaglianza sociale, scontri fra fazioni opposte di estrema destra e estrema sinistra sfociarono in attacchi terroristici per mezzo di bombe e armi da fuoco. Furono eventi luttuosi di portata storica inimmaginabile, alla polizia furono dati poteri speciali in difesa della stabilità della Repubblica, minacciata non solo dai terroristi, ma ancor di più da infiltrazioni varie, da spie americane, da servizi segreti deviati e criminalità organizzata, appositamente insinuate per perpetrare nell'animo della gente comune la cosiddetta "strategia della tensione". 
Nonostante tutto in quegli anni la Garfagnana sembrava lontana anni luce da quelle tremende stragi che sconvolsero un Paese intero. Tutto questo si svolgeva nelle grandi città e il viver quotidiano della valle risentiva marginalmente di queste tragedie...ma le indagini degli inquirenti che seguirono negli anni scoprirono un altro mondo, che nessuno si sarebbe mai immaginato. La Garfagnana fu indifferentemente per anni rifugio per terroristi di destra e di sinistra, centro di addestramento alla guerriglia e fu usata come base per pianificare gli attentati più efferati che colpirono la Nazione.
Infatti un doppio filo rosso e nero attraversava la nostra valle.
foto simbolo degli anni di piombo
Fra il 1974 e il 1979 la magistratura ha evidenziato fra interrogatori e intercettazioni varie che la Garfagnana fu terra di incontri e addestramento del terrorismo italiano, nonchè rifugio  e terra di latitanza per i maggiori esponenti dell'eversione armata. Quello che rende ancor di più inverosimile questa vicenda è che qui si incrociarono indifferentemente terrorismo rosso e nero, in ugual maniera di qui passarono gruppi neofascisti come Ordine Nuovo (colpevole anche della Strage di Piazza Fontana) e le Brigate Rosse (responsabili del sequestro Moro). Probabilmente i primi a ripararsi fra le impervie montagne garfagnine furono i gruppi neo fascisti che avevano alcuni esponenti di spicco proprio nella provincia di Lucca, per di più in Toscana operava la colonna armata legata a Mario Tuti. A queste indagini fra Garfagnana e terrorismo lavorò molto il Procuratore di Firenze Pierluigi Vigna(che le cronache anni dopo lo portarono alla ribalta nelle inchieste sul mostro di Firenze), ricerche fatte dal
Per Luigi Vigna magistrato
magistrato evidenziarono che l'esplosivo negli attentati del 1975(scoppio di una bomba sui binari della Firenze-Roma, un ordigno all'ispettorato agrario di Lucca e altri ancora)era nascosto in Garfagnana dalla fine del 1974, due quintali di questo esplosivo era stato trafugato ad Arezzo proprio dai "neri" lucchesi, ma non solo, nello stesso anno nella nostra pacifica e innocente terra fu convocato l'elite del terrorismo nero nazionale, fra i maggiori esponenti presenti c'era tale Clemente Graziani. Per render ancor più chiara la portata della situazione che si era creata guardiamo bene chi era Clemente Graziani. Clemente Graziani conobbe la Garfagnana da giovanissimo poichè vi aveva combattuto come volontario nelle file della Repubblica Sociale nella II guerra mondiale, nel 1951 tentò di affondare la nave scuola "Colombo", destinata dallo stato italiano all'Unione Sovietica come riparazione ai danni di guerra, negli anni seguenti fu protagonista di vari attentati dinamitardi per le strade della Capitale, fra cui quello al Ministero degli Esteri, nel 1973 entrò in latitanza e vi rimase fino al 1996 quando morì in Paraguay e sembra che proprio per ordine del Graziani stesso nel vertice "nero" garfagnino fu dato mandato di organizzare gli attentati ai treni, con molta probabilità la strage del treno
il treno italicus e i suoi morti
Italicus che costò ben 12 morti innocenti (nel tratto Firenze Bologna) nell' agosto 1974 fu concepita durante quegli incontri.La valle non fu però solo terra di incontri segreti, la morfologia del territorio si prestava anche ad eventuali latitanti, difatti la "primula nera" Mario Tuti dopo aver freddato due poliziotti sulla porta della sua abitazione di Empoli(24 gennaio 1975) si dette alla"macchia", fuggendo prima verso Lucca e poi in Garfagnana dove trovò ben presto rifugio e protezione, così la sua vita da umile impiegato si trasformò in quella di un pluri ergastolano (pena poi commutata in semi libertà nel 2013)

Come detto però non fu solo il terrorismo "nero" ad insinuarsi nel
mite viver quotidiano garfagnino, il terrorismo "rosso" fece sentire più che mai la sua presenza nel nostro territorio con il suo esponente maggiore, quel Mario Moretti che pianificò il rapimento e
Mario Moretti, pianifico il rapimento e
la morte di Aldo Moro
l'esecuzione di Aldo Moro, anche Barbara Balzerani(facente parte della colonna romana) come fu evidenziato nel processo di Firenze venne più volte in Garfagnana per riunirsi con altri brigatisti, come i lunigianesi Luisa Aluisini e Paolo Neri, i due avrebbero dato coordinamento logistico alle Brigate Rosse toscane. 

D'altronde i brigatisti di qualsiasi fazione fossero niente lasciavano al caso e per preparare i sanguinosi omicidi in quei violenti anni avevano bisogno di una certa preparazione all'uso delle armi e com'è risaputo (anche se niente di questo è supportato da tesi ufficiali) nella valle esistevano dei veri e propri campi di addestramento all'uso delle moderne armi da
la mitraglietta Skorpion
guerriglia e sopratutto al maneggio della rinomata mitraglietta Skorpion (750 colpi al minuto), usata specialmente dalle Brigate Rosse e poi tristemente nota per essere l'arma che giustiziò il presidente Moro.

Quel duro periodo storico all'inizio degli anni '80 si concluse e così come se niente fosse, tutto questo passò sopra la testa degli ignari garfagnini che al tempo niente
Il "Corriere della Sera" titolava così
il giorno dopo la strage di Piazza Fontana
sapevano. Quella triste epoca della storia della Repubblica Italiana però non trascorse invano, l'assassinio di Moro, la morte del commissario Calabresi, del sindacalista Guido Rossa, le stragi di Piazza Fontana, Piazza della Loggia e della stazione di Bologna, quel sangue versato dai fautori della violenza rivoluzionaria provocò un profondo mutamento nei giovani del tempo, che capirono che nonostante tutti quei morti i problemi della società non si erano risolti, comprendendo  una volta per tutte che la violenza non avrebbe portato a niente.







Bibliografia

  • "La Garfagnana tra brigate rosse e gruppi neofascisti durante gli anni di piombo" di Andrea Giannasi da "Il Giornale della Garfagnana" 2 febbraio 2017 

mercoledì 14 febbraio 2018

"Il risotto romagnolesco". Una singolare ricetta (in versi) di Giovanni Pascoli del 1905

Mangiare piace un po' a tutti, è inutile negarlo. Ma da qualche
il risotto romagnolesco e il Pascoli
(foto tratta da leitv.it)

tempo, a quanto pare, ci piace più del solito. Per rendersene conto basta accendere la T.V, l'habitat naturale della nuova tendenza, il posto in cui il cibo ha mutato nome, assumendo il termine assai fashion di "food", dove i cuochi sono diventate delle vere e proprie stelle e la cultura del "mangiar bene" (a mio avviso) ha preso un'inclinazione un po' troppo sofisticata, tralasciando di fatto quella che è la consolidata tradizione dell'ottima cucina italiana, ciò ha creato quelli che oggi vengono chiamati "i gastrofighetti", cioè tutte quelle persone che sono diventate nel tempo dei radical chic del cibo, in pratica dei modaioli che seguono le tendenze del momento snobbando la cosiddetta cucina tipica, genuina, fatta come un tempo. 
"Il mio ingrediente segreto è la memoria. E' l'ingrediente che più di ogni altro caratterizza la mia concezione di cucina, non manca mai nei miei piatti. Ognuno dei miei piatti contiene sempre un pizzico di ricordi", così lo chef Pino Cuttai definisce la sua cucina, una cucina della memoria che vuole sempre raccontare una storia personale e collettiva allo stesso tempo. 
Proprio quello che cercò di fare Giovanni Pascoli dalla sua casa di Castelvecchio, scrivendo ad un caro amico una ricetta "romagnolesca", della sua terra, da provare e da far conoscere. La sua è una storia tutta particolare e fa riferimento ad un prelibato risotto: "...ecco il risotto romagnolesco che mi fa Mariù" (n.d.r: l'amata sorella). La
Mariù Pascoli
caratteristica principale di questa bontà è di essere stata scritta in versi, attraverso una curiosa sfida letteraria sui risotti, disputata contro l'amico Augusto. Augusto Guido Bianchi  era un cronista de "Il Corriere della Sera" con cui il Pascoli negli anni ebbe un lungo carteggio. Siamo nel 1905 e Bianchi racconta: "Una sera a Pisa, io gli parlai, durante un pranzo improvvisato in casa sua, del risotto alla milanese, che a lui pareva, con quel suo color di zafferano, una preparazione alchimistica. Gli promisi di inviargli la ricetta per farlo. E la promessa la mantenni. Dio me lo perdoni, come il Pascoli me lo perdonò, cercando di nobiltare la ricetta scritta da mia moglie con il tradurla nei seguenti versi...", e così il giornalista comincia a descrivere a mo' di poesia il delizioso risotto allo zafferano. La risposta del Pascoli non tardò  a venire e in una "singolar tenzone" a colpi di scodelle, cipolle e...versi, ecco la replica del poeta con una nuova ricetta, quasi inedita, in cui non manca lo zafferano ma che si arricchisce di nuovi sapori e profumi. Nelle prime righe della "poesia-ricetta" il Pascoli non manca di criticare bonariamente il giornalista milanese su delle mere questione di stile, "accusandolo" di aver utilizzato troppe volte il tempo futuro (tu farai, tu vorrai, tu saprai) per la sua poesia, e poi finalmente ecco declamare la sua ricetta:



Amico, ho letto il tuo risotto in …ai!
E’ buono assai, soltanto un po’ futuro,
con quei tuoi “tu farai, vorrai, saprai”!
Questo, del mio paese, è più sicuro
perché presente. Ella ha tritato un poco
di cipolline in un tegame puro.
V’ha messo il burro del color di croco
e zafferano (è di Milano!): a lungo
quindi ha lasciato il suo cibrèo sul fuoco.
Tu mi dirai:”Burro e cipolle?”. Aggiungo
Il risotto del Pascoli
(foto tratta da Massaie Moderne)
che v’era ancora qualche fegatino
di pollo, qualche buzzo, qualche fungo.
Che buon odor veniva dal camino!
Io già sentiva un poco di ristoro,
dopo il mio greco, dopo il mio latino!


Poi v’ha spremuto qualche  pomodoro;
ha lasciato covare chiotto chiotto
in fin c’ha preso un chiaro color d’oro.

Soltanto allora ella v’ha dentro cotto
Il riso crudo, come dici tu.
Già suona mezzogiorno…ecco il risotto
romagnolesco che mi fa Mariù.
I provetti cuochi nostrani, oltre che avermi fatto una parafrasi di questa ricetta mi hanno anche cucinato questo risotto e garantisco sulla bontà, comunque sia bando ai versi questa è la
Giovanni Pascoli nel suo orto di Castelvecchio
preparazione. Il dosaggio degli ingredienti tanto per essere chiari è fatto ad occhio, la ricetta originale non contempla dosi, d'altronde poi questa era l'abitudine delle nostre nonne quando cucinavano, in ogni modo va fatto soffriggere un po' di cipolla con il burro, poi vanno aggiunti i fegatini di pollo, lo zafferano, qualche fungo (nel mio caso pioppini) e dopo qualche minuto la passata di pomodoro e la giusta presa di sale. Tutto poi deve cuocere per benino, dopodiché  "lo spirito pascoliano" ha sospinto il cuoco a buttarci dentro il riso, che ha diligentemente portato a cottura, aggiungendo del brodo caldo all'occorrenza.
E pensare che di questa eccentrica poesia era stata persa ogni
La pubblicazione del 1930 del risotto romagnolo
traccia, fino al giugno 1930 quando "L'Almanacco gastronomico di Jarro"(n.d.r: vecchio testo di gastronomia italiana) la ripropose al grande pubblico. In quell'anno infatti nella prima pagina della rivista si trovavano ogni mese delle ricette in forma di poesia, firmate da illustri poeti, così si poteva trovare il risotto patrio di Emilio Gadda o il risotto alle rose di Gabriele D'annunzio.
Sensazioni antiche e sapori della nostra terra, così come poi erano
La cucina di casa Pascoli a Castelvecchio
fatte le vecchie ricette. Se chiudo gli occhi mi sembra di vederla Mariù nella vecchia cucina di Castelvecchio Pascoli che prepara questa squisitezza, doveva essere una cuoca eccellente. Mi sembra di sentire il gradevole profumo del risotto sprigionarsi nelle stanze della sua casa. Immaginate che piacere per il poeta sentirlo nell'aria dopo una mattinata di lavoro sui libri. Un occasione unica per tuffarsi in un'atmosfera tutta pascoliana.

Bibliografia:
  • "La cucina italiana- Giornale di gastronomia per le famiglie e i buongustai" 15 giugno 1930
  • "Giovanni Pascoli: la poesia del suo amatissimo risotto" Massaie Moderne archeologia culinaria

mercoledì 7 febbraio 2018

Minatori e miniere. La loro storia e delle antiche miniere di ferro di Fornovolasco

Fino a un po' di tempo fa se si voleva minacciare un uomo
Minatori nelle miniere di ferro
di Monteleone Spoleto

sfaccendato, che non s'impegnava sul lavoro, o si comportava in modo poco onesto, partiva il grido: - In miniera !!!- . Che cosa significava questa perentoria e secca minaccia? Andare a lavorare in miniera significava infilarsi in un un buco ogni mattina e rimanerci per dieci, dodici ore al giorno, significava picchiare sulle pietre con picconi o martelli, respirare polvere fino ad ammalarsi, oppure rischiare di morire per i numerosi crolli delle gallerie, in più quando si tornava a casa ogni sera ci si ritrovava coperti di polvere e terra e di conseguenza bisognava strofinarsi per un ora in una tinozza d'acqua, per poi la mattina dopo ripartire e ricominciare tutto da capo. Questa era la vita del minatore, che non vedeva mai la luce del sole, faticava come un animale, ma che doveva portare a casa (un misero) stipendio. Anche i garfagnini affrontarono questa vita.
In Garfagnana abbiamo poca conoscenza dell'esistenza di miniere, conosciamo il durissimo lavoro dei cavatori di marmo, ma abbiamo dimenticato che anche nella nostra valle esistevano miniere, per la precisione miniere di ferro. Il primo centro siderurgico della Garfagnana ebbe la sua nascita a Fornovolasco, l'origine del paesino vide la luce verso la fine del 1200, grazie proprio a queste miniere e dai forni che servivano per fondere il ferro. Leggenda, o verità, bene non si sa, narra che un certo conte Volaschio, mastro fusore, proveniente dal bresciano fosse a capo di una squadra di uomini dediti a questo mestiere, che trovarono proprio in queste terre ampie aree boschive per alimentare i forni fusori, insieme alle
Fornovolasco
(foto tratta da Daniele Saisi blog)

ottime acque della Turrite fondamentali per forgiare il metallo e azionare i mantici che soffiavano aria nei forno. Già a quel tempo, figuriamoci un po', tale industria era già fiorente, infatti da un registro del 1308 si apprende da un certo Ser Filippo, notaio in Camaiore,  dell'esistenza di due prospere fabbriche appartenenti a un certo Coluccio di Giacomino e a Fulcerio, proprietario insieme al fratello Guido detto "il Passera", questo ci dice che era già passato il tempo in cui il lavoro era sostanzialmente artigianale e se si vuole anche un po' domestico e una certa tecnologia all'avanguardia era più che mai presente a Fornovolasco. Altro fattore determinante per il loro sviluppo era anche la posizione geografica di queste miniere, la vicina "strada" che collegava con la Versilia permetteva l'approvvigionamento di altro materiale proveniente dall'Isola d'Elba e lo smercio dei prodotti finiti verso diversi mercati. Ma un conto era la già dura attività lavorativa davanti ad un forno, ma un altra cosa era la vita di miniera. La prima miniera del luogo fu la miniera di "Monticello-Le
Quello che rimane oggi
della Miniera Monticello Le Pose
(Foto tratta da Speleoclub Garfagnana C.A.I)

Pose" e qui la vita era veramente al limite dell'umano. Si scavavano piccole gallerie, poco profonde che costringevano questi poveri uomini a lavorare in ginocchio o sdraiati, indicatissimi per questi lavori erano i bambini, spesso orfani o gli stessi figli dei minatori che già a sei-sette anni d'età erano mandati per gli stretti meandri delle grotte in esplorazione alla ricerca di vene di ferro, molti morivano a causa del freddo o per essersi persi durante queste spedizioni, per di più la luce fioca per mezzo di torce fatte con legni resinosi non durava molto e rendeva l'aria irrespirabile. Agli inizi del 1400 il primo giacimento di "Monticello-Le Pose" si dimostrava insufficiente a coprire il fabbisogno delle attività siderurgiche, si cercarono nuovi giacimenti nelle zone vicine, fino a che si scoprì un nuovo sito detto "Le Bugie" in località Trimpello, fu un vero colpo di fortuna , queste miniere alimentarono l'attività mineraria fin quasi ai giorni nostri. La spinta decisiva a questa industria si ebbe nel 1430 quando Fornovolasco passò dal dominio lucchese a quello modenese. Grandi progetti aveva per questi luoghi il duca estense Ercole I, che venne personalmente a visitare queste siti e in
Ercole I d'Este
colui che incentivò le miniere
di Fornovolasco
particolare il sito delle "Bugie". Le intenzioni del duca erano serie, voleva rompere il monopolio della lavorazione del ferro delle valli lombarde e cosa più importante voleva rinnovare completamente le munizioni dell'artiglieria modenese con l'intenzione di sostituire le pietre da bombarda con palle metalliche, per questo scopo furono chiamati (ecco quando la verità storica abbraccia la leggenda) mastri forgiatori dalle valli bresciane e bergamasche. L'incarico di portare nuove innovazioni nelle strutture e nelle tecniche estrattive fu dato a mastro Iacomo Tacchetti da Gerla di Valtellina, ambito dalle signorie di mezza Italia. L'aumento di lavoro in questa miniera, è bene dirlo, portò da una parte indubbi vantaggi economici, ma dall'altra aumentò maggiormente lo sfruttamento dei lavoratori. Le miniere infatti appartenevano al Ducato che comprava per pochi soldi il ferro estratto dai minatori di Fornovolasco e come se non bastasse, concedendo le licenze di scavo nei territori ducali, pretendeva nuovamente altri soldi per il pagamento dei diritti di escavazione. Questa situazione portò ad un periodo nefasto, per guadagnare ancora di più la gente cominciò a scavare in maniera disordinata, si aprivano cunicoli, gallerie, piccoli anfratti in ogni dove, provocando frane in tutto il sito, frane che causarono vittime su vittime, questo avrebbe compromesso anche lo stesso sito,  ma prima che la situazione sfuggisse di mano lo stesso duca corse ai ripari, chiamando ancora
Sito minerario delle "Bugie" oggi
(foto tratta Speleoclub Garfagnana C.A.I)
nuovi mastri che regolamentassero gli scavi e che mettessero in sicurezza le gallerie. Insomma a quanto pareva (industrialmente parlando) tutto andava a gonfie vele, nella zona agli inizi del 1500 si potevano già contare tre ferriere esistenti a Fornovolasco, alle quali si aggiunse un forno ducale e anche una fabbrica per la lavorazione del ferro a valle del paese. Oscuri presagi però si affacciavano all'orizzonte... Se da una parte si raggiunsero picchi produttivi che neanche le valli lombarde avevano mai raggiunto, dall'altra invece non si riusciva a dare una certa continuità alla produzione, per due motivi: la scarsità di materiale dentro le miniere e quello che preoccupava di più era la penuria di combustibile, i boschi nelle vicinanze che fornivano legna per i forni ormai erano tutti diradati, le montagne quasi tutte "pelate" e questo fu la causa maggiore che portò al progressivo declino di Fornovolasco. Ma intanto c'era ancora spazio per la gloria, al tempo rimase nella memoria di tutti la visita alle miniere di Sua Eccellenza Illustrissima il Governatore della Garfagnana messer Ludovico Ariosto, che di quella visita scrisse:


Lo scoglio, ove il sospetto fa soggiorno,
alto dal mare da seicento braccia, e ruinose balze cinte intorno,
Ludovico Ariosto
governatore di Garfagnana

e da ogni parte il cader moinaccia:
il più stretto sentier, che guida al Forno, 
la dove il Garfagnin il ferro caccia

Diciamo che la visita dell'Ariosto chiuse per sempre un periodo pieno di speranze e illusioni. Nei secoli a venire si alternarono periodi di fiducia e di altrettanto sconforto. Nel 1636 gli Estensi diedero il via ad un nuovo progetto in Trombacco(a tre km da Fornovolasco) attivando uno nuovo scavo per una nuova miniera che sembrava foriera di nuove prospettiva. In realtà il materiale era scarso e l'attività quindi durò circa dieci anni. Nel 1702 sul sito minerario delle "Bugie" venne usata una nuova tecnica di scavo: la polvere da sparo, questa innovazione che in un colpo solo faceva il lavoro di cento uomini portò alla riattivazione delle miniere(che già erano state chiuse negli anni precedenti) e dei forni di Trombacco e Fornovolasco, ma dopo pochi anni il filone si esaurì, bisognò ricorrere di nuovo al ferro dell'Isola d'Elba.
Il 1800 portò poi una sostanziale novità, cessarono tutte quelle licenze a persona che negli anni portarono alla morte di molte
Palazzo Roni a Vergemoli
La famiglia del monopolio
del ferro di Fornovolasco
persone, era cominciata l'epoca delle rivoluzioni industriali, sparirono così i piccoli cavatori "ad uso familiare" e subentrarono gli imprenditori. In questa ottica già negli anni precedenti la famiglia Roni di Vergemoli aveva capito da quale parte stava andando il mondo, riuscendo ad accaparrarsi il monopolio delle miniere di ferro, ma i tempi belli come detto erano passati. Oramai Fornovolasco per le insufficienti vie di comunicazione e l'affermarsi di nuove tecnologie non riuscì più a stare al passo con i tempi. Comunque non si volle "mollare l'osso" e altri tentativi furono ancora fatti. Si ritentò ancora di estrarre nel martoriato sito delle "Bugie". Insigni geologi ed esimi ingegneri elaborarono un piano a dir poco ambizioso che prevedeva la riapertura delle gallerie e il trasporto del minerale attraverso una funivia che portava direttamente a Gallicano, dove (nel progetto) sarebbe giunto un troncone della ferrovia...Le intenzioni erano ottime, ma i risultati però non furono all'altezza. Di li in poi fu un continuo "tentar di levare il sangue dalle rape". Negli anni si susseguirono industrie come la Calceramica insieme alla Montecatini (1913), poi nonostante un periodo di estrazione piuttosto intenso le miniere passarono nel 1950 alla Desideri e Severi di Colle Val d'Elsa, dal 1952 al 1972 subentrò l'IMSA di Roma e infine nel 1973 l'EDEM, anch'essa di Roma che dopo vari tentativi di convertire
Oggi le miniere di Fornovolasco
si presentano così
(Foto tratta da Speleoclub Garfagnana C.A.I)
produzioni e altri esperimenti similari decise di chiudere per sempre tutto e le miniere vennero definitivamente abbandonate.

Quello che rimane di questa storia non sono le miniere e nemmeno la loro interessante storia, quello che rimane di questo articolo sono quelli che Charles Dickens definiva "i perseguitati dell'inferno": i minatori. Una vita breve ed intensissima. La maggior parte di loro non raggiungeva i cinquant'anni d'età, morti di lavoro a causa dei crolli e di intossicazioni polmonari. La loro morte nella comunità non destava nemmeno stupore, era la
Bambini minatori
in Pennsilvanya (U.S.A)
normalità. Insieme a loro (come abbiamo letto) i bambini, usati come cavie da esplorazione, la maggior parte di loro si perdeva nei cunicoli delle grotte, non riusciva più a far ritorno alla luce, morti al buio, di freddo e di fame. A tutti loro va il nostro pensiero...





Bibliografia

  • "Le miniere di Fornovolasco" a cura dell'Associazione Buffarello Team
  • "Breve storia del lavoro in miniera" Mursia 1973  

mercoledì 31 gennaio 2018

Il Cristoforo Colombo garfagnino. Vincenzo Micheli e il fagiolo fico di Gallicano

Cristoforo Colombo eccelso navigatore o infimo schiavista? Agli
Vincenzo Micheli e il fagiolo fico
(foto tratta in parte dal
 sito www.buffardello.it)
storici l'ardua sentenza. Oggi infatti quello che ci interessa non è quello che fu Colombo come uomo, ma come scopritore. Non fu solo l'involontario scopritore di un nuovo mondo ma anche di una certa quantità di prodotti alimentari mai visti e conosciuti prima nel Vecchio Continente. Il 12 ottobre 1492 segnò una svolta importante per la storia dell'alimentazione europea, fu un "annus memorabilis" in questo senso. Dal nuovo continente giunsero cibi sconosciuti, specialmente fra la frutta e la verdura: patate, peperoni, peperoncini, pomodori, zucche, fagioli, ananas, arachidi, cacao, fichi d'india e uno strano e corpulento pennuto: il tacchino. Naturalmente passarono alcuni anni prima di comprendere l'uso corretto di queste straordinarie scoperte. Gli spagnoli ad esempio importarono i semi del pomodoro che in principio era ritenuto velenoso, tant'è che la pianta e il suo frutto venivano utilizzati solamente per abbellire parchi e
Cristoforo Colombo
giardini nobiliari. Che dire poi della patata? I suoi primi decenni nel nostro continente furono duri, difatti veniva utilizzata solamente per alimentare il bestiame. Da subito invece ebbe successo il mais, divenne subito popolare nelle cucine spagnole e portoghesi per l'uso che se ne faceva della sua farina. Anche i fagioli si diffusero rapidamente e grazie alla loro maggior resa nell'orto presero ben presto il posto delle varietà fino allora conosciute nel Mediterraneo. Ed è a proposito di fagioli che entra in ballo la Garfagnana, l'America e una sorta di Colombo garfagnino. 

Per spiegare questa curiosa ed originale storia bisogna andare avanti nel tempo di 397 anni e narrare quindi le vicende di Vincenzo Micheli, nato a Gallicano nel 1863. Il giovinetto parti per
Gallicano. Vecchia foto.
Piazza Vittorio
Emanuele II
l'America con tanta forza d'animo, determinazione e speranza. Vincenzo era alla ricerca di una vita migliore, voleva sfuggire a una povertà che a Gallicano alla fine dell'800 era presente in quasi tutte le famiglie  Arrivò finalmente nella terra promessa, in America, proprio quella terra che Colombo aprì al mondo e che dopo circa quattrocento anni dalla sua scoperta era ancora una terra in buona parte da esplorare. Proprio per questo motivo in quel periodo il porto di New York era tappezzato di volantini e manifesti che invitavano i nuovi arrivati a "conquistare" l'ovest. Per chi aveva dimestichezza con zappa e vanga, quella doveva essere la sua destinazione e la California la nuova "Mecca". La California da pochi anni (1850) era diventata il 31° stato dell'Unione e il governo in quei luoghi offriva nuove terre da coltivare anche ai migranti. Ognuno lì poteva avere il suo appezzamento da coltivare e da curare e questo faceva proprio al caso di Vincenzo, che da sempre lavorava i campi. Il caldo sole della California e un moderno sistema irriguo stava già rendendo questa nuova regione il massimo produttore agricolo di tutti gli Stati Uniti: agrumi, mele, pere, pesche, prugne, uva e pomodori, ma non solo, barbabietole da zucchero, cotone, riso, orzo e grandi allevamenti avevano reso
La California nel 1890
questa parte di mondo un vero e proprio Eden e anche il giovane gallicanese raggiunse questo paradiso terrestre. 

Però non sempre tutte le ciambelle riescono con il buco e forse la nostalgia dell'Italia, forse gli affari non andarono proprio come credeva, o chissà quale altro motivo, fattostà che nel 1889 Vincenzo tornò a Gallicano, ma non tornò a mani vuote, infatti nelle sue coltivazioni californiane apprezzò molto anche i nuovi ortaggi che  questa terra offriva e fra questi rimase completamente colpito dalla bontà di un fagiolo mai visto prima nella sua terra natia. Nel suo rientro in Italia volle quindi portare con se i suoi semi e così come un nuovo Colombo cercò di recare nella sua amata Garfagnana una nuova qualità di ortaggio che nessuno prima aveva mai apprezzato e conosciuto. Quello che è certo che la cosa sarebbe stata molto diversa da quello che accadde al navigatore genovese, che al suo ritorno fu accolto in terra di Spagna con tutti gli onori dai reali iberici, ringraziato e osannato anche proprio perchè aveva messo gli europei a conoscenza dei nuovi frutti del Nuovo Mondo. Il discorso per il Micheli era ben diverso, dato che vigeva negli Stati Uniti l'assoluto divieto di importare semi verso altri Paesi. Come fare allora? Quale sistema poteva escogitare? L'ingegno
fagiolo fico
garfagnino come si sa è sempre ben sviluppato e anche stavolta  ebbe la meglio su tutta la situazione. Lo stratagemma era ben congegnato  e così cinque semi di questi fagioli furono cuciti nel nastro di raso che contornava il suo cappello a falde. Il piano riuscì a meraviglia e una volta rientrato a Gallicano cominciò con curiosità ed apprensione la nuova coltivazione. Questa volta ogni speranza fu soddisfatta, la pianta cresceva molto vigorosa,forte e rampicante, questo baccello di colore verde accesso e questo fagiolo di misura medio piccola di colorazione bruna e con queste striature color vinaccia colpì l'attenzione di tutti gli altri gallicanesi, che a loro volta cominciarono la coltivazione di questo legume americano. Ma adesso bisognava dargli un nome, un nome che lo differisse da tutti gli altri... Si era notato che quando questo legume veniva lessato emanava nella cucina un gradevolissimo profumo di fico...ecco allora l'idea, il lampo di genio, l'intuizione, per tutti sarà conosciuto come fagiolo fico.

Non crediate che Vincenzo Micheli abbia reso un servizio da poco alla Valle del Serchio, portando clandestinamente questo fagiolo in Garfagnana. Oggi il fagiolo fico proprio per la sua unicità non essendo presente in nessuna altra parte dell'Italia è stato iscritto da alcuni anni nell'albo regionale sulla tutela e conservazione delle varietà locali con la denominazione di "fagiolo fico di Gallicano" e conservato nella Banca Regionale del Germoplasma di Camporgiano. Questa "banca" rende (almeno questa
volta) a questa parola un significato positivo, (dopo le note vicende politiche), e ci fa dire un doveroso grazie ai "banchieri" di questa associazione, che non sono naturalmente banchieri nel vero senso della parola, ma sono dei cosiddetti "coltivatori custodi", che con le loro piantagioni riescono a coltivare tutti quei prodotti locali a rischio di estinzione. Molti di questi "coltivatori custodi" sono pensionati, lavoratori comuni, proprietari di aziende agricole che con il loro lavoro mantengono ancora in vita (oltre al fagiolo fico) molteplici altri prodotti della nostra terra come: il fagiolo giallorino, la patata rossa di Sulcina, il melo Casciano, il "formenton" ottofile, il granturco nano di Verni e tanti altri ancora.
Ah! Dimenticavo...Per gli amanti della buona cucina il fagiolo fico trova "la sua morte" con le mitiche "
"Fogacce Leve" e fagiolo fico
(foto tratta dal sito www.buffardello.it)
fogacce leve" gallicanesi...

e allora un grazie ancora a Vincenzo Micheli...il Cristoforo Colombo di Garfagnana.




Bibliografia:

  • "L'Aringo il giornale di Gallicano" Anno 2 n°5 Marzo 2016 "Il fagiolo fico di Gallicano" di Ivo Poli

mercoledì 24 gennaio 2018

Sfuggire ad Auschwitz. Dal memoriale di Leo Kienwald, ebreo internato a Castelnuovo

Leo Kienwald...un nome che ai più non dirà niente, ma è un nome legato a doppio filo con la Garfagnana e con una delle pagine più crudeli della storia dell'umanità. La famiglia Kienwald composta da papà Oscar, mamma Rachele Nadel e dai figli Erwin e Leonard (detto Leo), proveniva dalla Polonia occupata e faceva parte di quelle famiglie ebree internate coattivamente dalla Germania nazista a Castelnuovo Garfagnana dal 1941 al 1943. 
Chi è un mio assiduo lettore avrà comunque già letto più di un mio articolo riguardante questa famiglia, infatti ogni tanto nella mia mente riecheggiano le parole che a suo tempo mi disse Eli Kienwald (figlio di Leo) e che sono le stesse del filosofo George Santayana: - "Quelli che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo", quindi- continuò il dottor Eli, riferendosi a me- nei suoi articoli, ogni tanto continui a scrivere di questa tragedia, perchè la gente non dimentichi mai quello che è accaduto - e così puntualmente mi appresto a farlo.
Il rapporto fra me ed Eli Kienwald cominciò qualche anno fa, quando da Londra lo stesso Eli mi contattò dopo aver letto un mio articolo sulla tragedia della sua famiglia internata a Castelnuovo. Mi
L'articolo pubblicato sulla rivista
ebraica Hamaor: Escape from Castelnuovo
Garfagnana (Fuga da Castelnuovo Garfagnana)
propose di condurre ricerche più approfondite su quello che successe a suo padre Leo in quei terribili anni in Garfagnana, la nostra collaborazione sfociò poi in un bellissimo articolo pubblicato su una rivista ebraica a maggior diffusione (Hamaor), in più mi inviò un vero pezzo di storia, unico e toccante: il memoriale di suo padre che racconta la sua fuga per la libertà attraverso le nostre montagne, un diario bellissimo, particolareggiato, ricordi vivi e nitidi di quei tremendi giorni scampati al rastrellamento, evitando così di finire nelle camere a gas di Auschwitz.

Tutto cominciò quel maledetto 4 dicembre 1943 quando arrivò l'ordine dall'Oberkommando der Whermacht, dove si diceva che tutti gli ebrei stanziati in confino coatto a Castelnuovo Garfagnana si dovevano
Una pagina del memoriale di Kienwald
in mio possesso
presentare il mattino seguente presso la caserma dei carabinieri. Grazie ad una soffiata di un maresciallo dell'arma si capì presto il perchè di questa convocazione: l'indomani tutti gli ebrei residenti sarebbero stati arrestati e condotti nel campo di concentramento di Bagni di Lucca, per essere poi trasferiti nei campi di sterminio del nord Europa. Il maresciallo avvertì tutti  gli interessati e consigliò di darsi immediatamente alla fuga. Nonostante tutto a questa soffiata pochi vi credettero, fra questi pochi la famiglia Kienwald fu una di queste, cominciò così la sua fuga attraverso le Apuane.

Quelle a seguire sono stralci salienti del memoriale di Leo Kienwald, scritti nel 1996 poco prima che lasciasse per sempre la vita terrena.

L'inizio della fuga (N.D.R: i titoli dati ai paragrafi non fanno
Verbale della Prefettura del 1942
Corrispondenza censurata
degli ebrei di Castelnuovo
parte del diario stesso, sono stati aggiunti da me per dare ordine all'articolo).


Era il 5 dicembre 1943. Il cielo era grigio quasi un segno della tragedia incombente. Perchè gli altri sono tutti finiti ad Auschwitz. E sono morti. Noi, padre madre e due ragazzi camminavamo su una strada sterrata, nella Valle della Turrite, nella direzione opposta a quella della caserma dei carabinieri. Il giorno prima era stato impartito un ordine: presentarsi quella mattina alle otto. Un'ora prima ebbi ancora un fuggevole incontro con Elisabeth (N.D.R: Elizabeth era l'innamorata ebrea confinata anche lei a Castelnuovo). Tentai di convincerla a seguirmi. Non poteva abbandonare la madre. Qualche anno fa la ritrovai nel "Libro della Memoria". Ebbi così la conferma del tragico destino suo e degli altri internati a Castelnuovo Garfagnana. Che sarebbe stato il mio, il nostro.


La paura,le bugie e la prima sistemazione

Raggiungemmo infine alcuni casolari. Era Colle Panestra. Ci
Vecchia foto L'Alpe di Sant'Antonio
presentammo come sfollati. Non avevamo documenti ne soldi. Solo le ultime carte annonarie di Castelnuovo. Trasformai il cognome Kienwald scritto a mano in "Rinaldo". Un nome straniero poteva destare sospetti. Fummo infine accolti da una famiglia nei pressi di Fontana Grande a Piritano di Sotto. Allora sapevo solo che ci trovavamo sull'Alpe di Sant'Antonio. Mio padre e mia madre dormivano in una camera messa a loro disposizione. A noi ragazzi diedero una capanna nel bosco dove si raccoglievano le foglie secche di castagno. Ricevemmo una lampada ad acetilene e due coperte.


La fuga continua: una nuova sistemazione

Ricordo con commozione la bontà di quelle persone. Ma non potevamo
Rifugio Rossi...una volta
approfittare a lungo dell'ospitalità. Ci mettemmo quindi in cerca di un casolare disabitato. E lo trovammo a Pasquigliora, non lontano da Colle Panestra. Era il casolare di un pastore, che prima della guerra portava su le pecore dalla Versilia. Il casolare era giusto attrezzato per quattro persone, non mancavano materassi, coperte e cuscini. Il custode del Rifugio Rossi, sotto la Pania della Croce, abitava a Pirano di Sotto. Si offrì di salire al rifugio con noi ragazzi per prelevare quanto occorreva.


Il ritorno a Castelnuovo e il recupero dei vestiti per affrontare il rigido inverno 

A Castelnuovo vivevamo abbastanza tranquilli fino all'ordine
Castelnuovo nel 1930. Nel cerchio rosso
l'appartamento dove abitavano i Kienwald
in Piazza Umberto i
impartito dai carabinieri. Quando fuggimmo da Castelnuovo portammo quasi nulla con noi. Gli effetti personali erano rimasti in un baule lasciato nella casa a Castelnuovo. Non si poteva superare l'inverno senza quegli indumenti e bisognava in qualche modo recuperarli. Un abitante di Castelnuovo, con il quale mio padre si mise misteriosamente in contatto, andò in quella casa, ruppe i sigilli applicati dai carabinieri, prese il baule, lo caricò su un mulo e ce lo portò su. Mio padre gli regalò una parte del contenuto


La nuova vita e le nuove abitudini

Vivevamo dunque in quel casolare a circa mille metri di altitudine.
Sfollati in Garfagnana in tempo di guerra
La principale preoccupazione era procurarsi da mangiare e legna per riscaldarsi. Era compito di noi ragazzi. Mio fratello era minore di quattro anni e aveva sempre fame. I contadini erano generosi e la farina di castagne non mancava mai. Imparammo a farci la polenta nel paiolo, a versarla sul piatto di legno, a tagliarla con la cordicella. Non volevamo essere mendicanti. Facevamo vari lavori per loro, il più terribile era caricare sul collo il cesto di letame per andare a spanderlo sui campi. La sera bisognava sottoporsi ad un intenso lavaggio. Passarono i  mesi, passò l'inverno. Non sapevo nulla allora di Auschwitz. Avevo la sensazione di essere scampato, insieme ai miei, ad un terribile destino.


La vita è in pericolo

Nella primavera del 1944 ci trovavamo praticamente al fronte. La
Calomini, sul fronte della Linea Gotica
(foto Gruppo Linea Gotica Garfagnana)
linea gotica passava a qualche centinaio di metri da noi. C'era una strada sterrata a mezza costa del Monte Piglionico, che finiva ai piedi della Pania della Croce. Alle Rocchette poco sopra la strada, c'era una postazione. Li dovevamo passare per entrare nella terra di nessuno
(N.D.R: Per "terra di nessuno" si intende una porzione di territorio non occupata)


Una battaglia nella notte...bisognava fuggire e salvarsi

N.D.R: Qui si racconta della celeberrima battaglia del Monte Rovaio (o Colle del Gesù), fra i partigiani del "Valanga" e le truppe germaniche, dove i nostri protagonisti furono attenti testimoni, prima, durante e dopo i fatti. Ecco un piccolo brano di quel ricordo:

Sia arriva così alla fine di agosto, esattamente il 29 agosto 1944.
Il Monte del Gesù, luogo della battaglia
raccontato da Leo Kienwald
Quella mattina, era ancora notte, si sentì una forte sparatoria intorno a noi. Mi affacciai alla finestra e vidi dei razzi illuminanti salire verso il Monte del Gesù. Avevo la netta sensazione di essere circondati, Ci vestimmo in fretta ed uscimmo. Dovevamo allontanarci. Dietro il casolare una ripida discesa portava in un fosso, che ci copriva dai proiettili e in qualche modo ci nascondeva. Arrivati in fondo ci dirigemmo verso il mulino. Sapevo che il mugnaio aveva preparato una grande buca nel bosco. Egli ci accolse. Solo mia madre ed altre donne rimasero fuori. Entrammo carponi. Eravamo in 12 li dentro, sdraiati su un tavolato, uno accanto all'altro. C'era anche il giovane parroco de L'Alpe di Sant'Antonio. Lì restammo per tre giorni e tre notti. Le donne ci portavano qualche piatto di pasta senza sale. Devo ammirare il coraggio di mia madre. Era una donna fragile e timida. Ritornò al casolare per salvare qualcosa. Ormai bruciava. Si trovò faccia a faccia con i tedeschi. Terminata la battaglia nel corso della mattinata i tedeschi bruciarono infatti tutti i casolari.


La disperazione

A questo punto eravamo veramente soli. Il nostro casolare, tutti i
Il sentiero della libertà ripercorre
quasi le stesse strade che fecero i Kienwald
(foto Daniele Saisi)
casolari, erano bruciati. I residenti s'enerano in gran parte andati. I pochi rimasti cominciarono ad aver paura. Avevamo perso tutto. Non sapevamo dove andare. Non potevamo più contare su un eventuale assistenza di chi ancora si aggirava sull'Alpe. Risalimmo Colle Panestra e prendemmo un sentiero a destra, arrivammo a casa di una certa Viola.
(N.D.R: Viola Bertoni alias "la mamma dell'Alpe", nel 1981 gli verrà conferita una medaglia al valore civile per la sussistenza data ai gruppi partigiani). Questa fu la nostra dimora fino alla fine di novembre. Mi chiedo oggi come abbiamo fatto a vivere. Non ricordo i dettagli. Ogni sforzo mentale era concentrato sul modo di come uscire da questa situazione disperata. Intanto l'inverno avanzava 


I primi tentativi verso la libertà

Mi decisi di andare a chiedere aiuto ad una grossa formazione
Partigiani del Valanga
(foto tratta da il libro
"L'altra faccia del mito")
partigiana, comandata da un maggiore inglese, che si trovava sui monti di fronte, dall'altro lato della Turrite...
[continua]...Mi incontrai con il maggiore Oldham (N.D.R: il maggiore Oldham fu fatto prigioniero dagli italiani, fuggi dal carcere e si mise a capo della Brigata partigiana Lunense), al quale diedi informazioni sulle Rocchette, da dove poteva congiungersi con la V armata [continua]...All'occupazione della postazione sulle Rocchette mi avrebbero dovuto mandare una staffetta per passare il fronte. [continua]. Passarono i giorni e nulla successe.


Il terrore e poi...libertà, libertà !!!

L'attesa diveniva insopportabile e giorno dopo giorno la situazione
Castelnuovo bombardata
peggiorava. Un giorno decisi con mio padre di recarci direttamente sul posto consapevoli ovviamente del rischio. Ma non avevamo ormai scelta. Ci incamminammo e raggiungemmo la strada che passava sotto le Rocchette. C'era nebbia quella mattina e camminavamo in un silenzio irreale. Improvvisamente sbucarono dalla nebbia tre militari con i fucili spianati: alto là. Portavano l'elmo dei bersaglieri. Siamo proprio capitati male, pensai. Uno di loro urlò: "Sono ebrei, li conosco". Dopo qualche secondo si rivelarono. Erano partigiani, che avevano occupato la postazione e si erano messo in testa l'elmo dei prigionieri. Forti abbracci, profonda emozione. Quello che aveva urlato era di Castelnuovo e ci aveva riconosciuto. Chiedemmo se potevamo passare
[continua]


N.D.R: Le peripezie dei Kienwald continuarono, adesso bisognava recuperare il resto della famiglia, passare il fronte e consegnarsi nelle mani della V armata americana. Nella stessa notte però imperversò un'ennesima battaglia che mise a repentaglio la loro vita e il lieto fine di questa tragica avventura. La descrizione di quelle decisive e fondamentali ore è precisa e minuziosa, ma finalmente...

Ci trovammo nella terra di nessuno e ci fermammo in un piccolo
La V armata americana
villaggio, dove passammo la notte dormendo sul pavimento in una casa vuota. Era il 20 novembre 1944. Al mattino riprendemmo il cammino. Grande fu l'emozione quando incontrammo una pattuglia di americani che ci diedero della cioccolata e ci portarono al loro campo. Mio padre tolse dalle spalline della giacca il suo vecchio passaporto polacco. Ci portarono a Gallicano, nell'immediata retrovia poi a Viareggio.


N.D.R: Il diario continua con quello che accadde dopo la liberazione, le varie sistemazioni in altre parti della Toscana, la fame patita più da liberi che da ricercati e sopratutto la ricerca di una nuova Patria e di una nuova vita, ma comunque non era niente a confronto di quello che successe agli altri ebrei "castelnuovesi". Il diario si chiude con il perchè di questo scritto:


Qui finisce la nostra piccola odissea che, posso dirlo, è stata
Auschwitz. Una mia foto.
 Le scarpe degli ebrei uccisi..
splendida se paragonata a quella che sicuramente sarebbe stata senza il mio modesto atto di coraggio, prodotto da quella fiammella di Dio che, credenti o non credenti, c'è in ognuno di noi e che guida la nostra mente. Dopotutto, a dispetto della soluzione finale, sono qui con figli e nipoti. I genitori riposano nella terra d'Israele. Mio fratello vive in Israele, ha un figlio e tanti nipoti. Ho raccontato questa storia perchè la memoria non vada persa.


Leonard Kienwald 

Bibliografia

Per chi vuole sapere di più su questa famiglia e su gli ebrei in confino coatto a Castelnuovo Garfagnana può consultare i miei articoli cliccando su questi link: