lunedì 21 aprile 2014

6 aprile 1912: Gli ultimi istanti di vita di Giovanni Pascoli raccontati dalla sorella Mariù

Il poeta,la sorella Mariù,
un amico e il cane Gulì
Il mese di aprile per la nostra valle oltre alla felicità della primavera iniziata porta anche un triste ricordo,la morte (6 aprile 1912) di un nostro illustre ospite,forse il più illustre (almeno in tempi recenti): Giovanni Pascoli.Voglio raccontare in queste pagine gli ultimi momenti di vita del poeta così come le ricordava Mariù Pascoli,l'amata sorella, nel libro di memorie "Maria Pascoli, Lungo la vita di Giovanni Pascoli" (Memorie curate e integrate da Augusto Vicinelli, con 48 tavole fuori testo, Arnoldo Mondadori editore 1961).Pascoli ormai è allettato e i suoi movimenti ormai si limitano a poco  e si decide quindi di trasferirlo nella casa di Bologna per poter esser meglio curato,tant'è che fu organizzato (il 17 febbraio del 1912)un treno speciale da Castelvecchio.Arrivarono a Bologna nel pomeriggio ad accoglierlo erano presenti amici e autorità. Ci fu poco tempo per i saluti. Stanco dal viaggio, fu subito trasportato nella casa in via dell’Osservanza... e da qui cominciano i ricordi di Mariù: "Il gran maestro Murri che lo visitò varie volte, confermò le nostre terribili previsioni. Il tumore maligno, svoltosi insidiosamente nello stomaco, aveva invaso il fegato, che andava dissolvendosi”(n.d.r: In queste memorie della sorella viene affermato che fosse malato di tumore allo stomaco ma è lecito pensare che fosse affetto da cirrosi epatica.Il certificato di morte riporta come causa un tumore allo stomaco, ma è probabile fosse stato redatto dal medico su richiesta di Mariù, che intendeva eliminare tutti gli aspetti che lei giudicava sconvenienti dall'immagine del fratello, come la dipendenza da alcool)Mariù scriveva in quei giorni a un amica di Castelvecchio: “Io sono sola e per ora non ho cercato nessuno. Per Giovannino basto, e questo è tutto. È quella benedetta porta che mi ammazza! Non ha idea della gente che viene per notizie”. E di gente in quei giorni ne entrava: medici, infermieri, giornalisti, conoscenti, amici, preti e massoni.Costretto a letto ogni giorno leggeva parecchi giornali seguendo “con sempre maggior ansia” le notizie della guerra di Libia “che a volte non trovava troppo soddisfacenti, e se ne addolorava”.Pensava anche alla sua casa di Castelvecchio. Un giorno sentendo un cinguettio di rondini chiamò la sorella dicendogli: “Tornano le rondini! Bisogna scrivere a casa che badino di non distruggere i nidini sotto la nostra grondaia, perché qualcuno mi fece l’osservazione che gli escrementi che ne cadono insudiciano le piante che sono al muro Per me non è affatto un sudiciume quello!”.Mercoledi, 3 aprile, dettò il suo ultimo testamento davanti al notaio e ai testimoni “ il suo sinedrio “ come lì definì. “Lascio tutto a Maria detta Mariù”. Intanto che il notaio scriveva disse mestamente: “È ridicolo dire di lasciar tutto quando non si ha niente!” “Verso sera disse: ho fame. Il cuore mi si allargò! Gli detti subito un biscotto, che egli mangiò volentieri facendolo scricchiolare coi denti, poi un caffè con ovo sbattuto, che prese molto bene. Indi si assopì”Iniziò così lunghe ore di sonno e il respiro diventava sempre più grosso e affannoso.Maria, pensando al peggio, mandò l’Attilia a chiamare il Padre Francescano Paolino Dall’Olivo  “amico di lui“Lo stato penoso di Giovannino durò immutato fino a oltre il mezzogiorno del Sabato Santo. Sperando disperatamente non mi ero mai scostata da lui, sempre tenendogli una mano nella mia, e spesso inumidendogli le labbra, povere labbra che il grave affanno prosciugava e arsiva! Ma ecco che, mentre le campane sonavano a festa annunziando la gloriosa Resurrezione del Redentore – la solennità cristiana prediletta da lui e da lui profondamente sentita – ecco che le dita della mano che tenevo io cominciarono a muoversi, ed anche un po’ a dischiudersi gli occhi. Dopo 36 ore si svegliava!”La sorella dalla gioia iniziale si rese subito conto che la situazione non era migliorata “il mio adorato Giovannino, uscito finalmente da quel sonno in cui era rimasto 36 ore, era entrato in agonia! E m’illusi fino all’ultimo. Tre ore ebbe d’agonia come Gesù sulla croce! Alle ore 15 e qualche minuto del Sabato Santo – 6 aprile 1912 – a un tratto egli aprí del tutto i suoi dolci occhi, sollevò e abbassò convulsamente le braccia con un alto grido, poi reclinò da una parte la sua cara testa, emise tre brevi respiri e poi… più nulla”.
I giornali italiani il giorno dopo “ne fecero ampia memoria” concedendogli onori “quali mai egli ebbe in vita”. Il re mandò un suo telegramma di condoglianze.Era morto a 56 anni. Come Dante, come Beethoven: “niente è a caso nel mondo” scrissero.
Dalla stazione di Castelvecchio il poeta partì per l'ultima volta il 17 febbraio 1912 ...